Grazie dei (Milano)fiori, grazie

Ci sono luoghi privilegiati per la fabbricazione e il consumo di storie.

Per quel che riguarda le storie di calcio, l’ombrellone estivo è uno di quei luoghi.

L’ombrellone, complici le pagine sportive dei quotidiani, è il torrido caminetto affabulatorio dei tifosi a riposo, il buen retiro dove gli aficionados de la pelota bruciano vecchi e nuovi miti,  aspettando l’inizio del campionato.

Il “C’era una volta” pallonaro per eccellenza è il “Si dice che” del calcio-mercato.

All’inizio, lo scrivono i pennivendoli di Tuttosport, Gazzetta e Corriere. Da lì il contagio si propaga alle spiagge di mezz’Italia, ingigantendosi di bocca secondo l’effetto mediatico, lungamente trattato dagli studiosi di comunicazione,  del telefono senza fili.

E’ il fenomeno comunicativo per cui una semplice indiscrezione, una voce carpita o – nel peggiore dei casi –solo congetturata da quei poveri cristi che si ritrovano nelle redazioni dei giornali in piena  calura agostana a inventarsi paginate e paginate di trattative “vere”, “verosimili” o “chenonsuoninofalse”, diventano, per il tifoso avido di sogni, notizie belle e pronte.

“Si dice che il club Pincopallo, svincolato Y, stia ora per chiudere le trattative con X, strepitoso centravanti del TazioeSempronio Football club…” ecco qui che la semi-balla diventa per l’aficionados la promessa di un nuovo messia calcistico che arrivi a  illuminare le sue domeniche sportive.

L’arco di durata di queste storie è certo effimero, costantemente scavalcato dalle notizie reali, che smentiscono la balla del giorno prima, ma finiscono – vuoi non vuoi – per alimentare quella del giorno dopo.

Un tempo, i castelli d’aria fritta del calcio-mercato, avevano perfino un loro tempio di mattoni. Si chiamava Milano-fiori, complesso alberghiero nella periferia meneghina, dove i presidenti e i club si scambiavano i giocatori, come noi bambini ci scambiavano le loro effigi Panini da appiccicare sugli album.

Poi arrivò la sentenza europea Bosman, una sorta di  versione pallonara dell’editto con cui il Presidente Lincoln liberava dal giogo della schiavitù i neri delle piantagioni di cotone, a stabilire che i calciatori non potevano essere venduti e comprati dai club come sacchi di patate. Da allora, la fabbrica dei “si dice” è diventata ancora più delirante, ancora più appesa ai capricci del campione di turno, libero di decidere lui ogni estate se restare o cambiare maglia.

Peraltro, il fascino esotico delle trattative è stato anche ridimensionato dalla globalizzazione mediatica. Oggi, qualsiasi tifoso documentato è in grado, grazie alla tivù satellitare, a youtube, a internet, di conoscere vita, morti e miracoli di tutti i campionati professionistici dalla Germania al Giappone, da Topolinia alla Terra di Mezzo. Per cui gli annunci roboanti di un tempo, della serie “Colpo del Milan: acquistato Pablo Ceciones, l’attaccante cino-peruviano del Guimares…”, non funzionano più.

Allora, perché continuiamo a praticare questo assurdo gioco narrativo dell’in-credibile? Forse perché queste favole calcistiche sotto l’ombrellone sono l’ultimo rifugio di un paese, anche calcisticamente, sempre più povero, aggrappato alle bugie dei suo aedi giornalistici come un malinconico Pinocchio, senza fatine salvifiche in cui sperare più

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2 pensieri su “Grazie dei (Milano)fiori, grazie”

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