Di ciò che manca

Raccontare l’attesa in una foto.

Gli uomini che guardano fuori dal vetro in questo scatto, scippato dall’occhio curioso del fotografo in uno scalo d’aeroporto, sono due silhouette scure ritagliate su fondo luminoso.

Sono figure “immerse” nell’architettura che li circonda, fatta di assi d’acciaio e vetro.

La composizione è segnata plasticamente dalla presenza di quelle strutture: un reticolo di assi verticali/diagonali e orizzontali che s’incrociano perpendicolarmente, su cui i corpi s’innestano come macchie scure, perdendo ogni autonomia, quasi fossero parte dell’arredo essi stessi.

Non possiamo leggerne l’espressione, l’unica cosa che ne intuiamo è lo sguardo gettato oltre il vetro, a un cielo terso,  a un “vuoto” desertico che ciascuno di loro in “quel” momento sta riempiendo dei propri pensieri.

Cosa stanno pensando? Una parte della storia resta per forza di cose nascosta.

Paradossalmente, il fascino di certe narrazioni, di certi ritratti visivi, sta proprio in quella mancanza, in quel segreto, che l’obiettivo della camera non svela. In fondo, una carenza fatale, un “fatal flaw” come lo definiscono gli sceneggiatori di Hollywood, alberga in ogni buona storia. Di solito è la mancanza (interiore o esteriore) che mette il protagonista del racconto nella necessità di agire.

Solo che nel nostro caso, la foto di un’attesa, l’intero racconto finisce per coincidere con lo stato di mancanza. Eleva la condizione della carenza da momentanea a permanente. Il racconto non prospetta una soluzione, l’assenza di elementi conoscibili è tale e tanta da assorbire anche lo sguardo dello spettatore in questa narrazione appesa.

Ne ho già parlato, in un senso diverso, a proposito del fuoricampo e della sfocatura. La suggestione dell’incompleto è farci viaggiare con la fantasia, “un’opera aperta” come ha scritto anni fa Umberto Eco, in cui ogni spettatore/lettore è chiamato a colmare quella mancanza con il senso che vuole dargli.

Se questa fosse una foto come tante altre che mi è capitato di analizzare qui sul blog, il post non potrebbe che chiudersi qui. Ma in realtà c’è di più. Perché questa foto mi riguarda da vicino.

Sono una delle persone ritratte contro la vetrata dell’aeroporto di Calafate, in Argentina, di ritorno da un breve viaggio alle porte della Patagonia, qualche mese fa.

Lo dico non per rubare il mestiere a Daniele Barbieri, che su Guardareleggere, dedica al particolare esercizio semiotico di  studio dei propri scatti, dei post periodici molto belli. Tra l’altro, è un esercizio molto complicato, perché bisogna staccarsi dalla soggettività che contraddistingue l’atto creativo (scattare una foto, scrivere un verso o un racconto) per interpretarne il senso da un punto di vista quanto più possibile “oggettivo”.

Nel mio caso, però, non sono il fotografo ma il fotografato. E ciò che mi ha toccato, è che per una volta, riesco ad andare oltre il senso della storia che chi ha scattato la foto voleva, consapevolmente o meno, dargli.
Posso leggere dentro la carenza “fatale” del protagonista, perché so esattamente che cosa stava provando in quel momento. So cosa stavo provando.

Stavo riflettendo, per una serie di ragioni che sarebbe lungo qui riassumere, sul senso di una quelle mancanze che – davvero – nella vita di una persona possono costituire un fatal flaw.

La mattina dopo, a Buenos Aires, mi sarei risvegliato in un mondo diverso.  Ora, riguardando questa foto provo una fitta di commozione come poche volte mi è capitato di fronte anche a ritratti memorabili di Cartier- Bresson o Robert Capa.

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