Autobiografia della nazione

Un secolo fa, quando studiavo da sceneggiatore in Rai, ricordo un anziano, rispettabile,  dirigente della tivvù pubblica, che ogni tanto passava da noi per seguire gli incontri che facevamo con i grandi guru  della tv e del cinema americani.

Questi soloni a stelle e strisce ci raccontavano le loro esperienze e suggerivano come potevamo “importare” da noi un determinato tipo di linguaggio narrativo, più fresco, più moderno. Come, insomma, provare a rinnovare l’asfittico panorama della fiction  nostrana.

Alla fine degli incontri, quasi sempre mentre noi (trecento giovani, forti e…illusi) eravamo carichi a mille, entusiasti, pieni di idee, l’anziano dirigente scuoteva la testa e ci ripeteva:

Si, certo tutte belle teorie, questi americani. Ma qui siamo in Italia. Noi possiamo fare solo un genere di storie: il melodramma. Verdi… Puccini… Ce l’abbiamo nel sangue, quello siamo. Grandi amori e grandi tragedie, lacrime e infamità, e poi la farsa, quello siamo bravi a fare la farsa.

All’epoca, non vi nascondo, discorsi del genere mi davano l’orticaria. Quella cappa lugubre di conformismo, quel dover per forza  accettare che le cose sono così da millenni e non cambieranno mai, mi sembrava l’anticamera della depressione. Mi sentivo come Massimo Troisi di fronte al Savonarola di Non ci resta che piangere:

“Ricordati che devi morire”

“Si, ora me lo scrivo…”

Oggi, quasi quindici anni dopo, le parole di quell’anziano dirigente mi risuonano dentro la  testa. Quando guardo certi programmi della nostra tivvù, o semplicemente quando scorro le cronache di questi giorni relative alla Finanziaria, che è una roba “da pazzi”, come scrive Francesco Costa, una storia veramente da melodramma.

I colpi di scena a ripetizione, un giorno una cosa, il giorno dopo l’esatto contrario, il continuo cambiare le carte in tavola accompagnato da editti apocalittici che il giorno dopo si stemperano in sorrisi da coccodrilli a ventiquattro canini…

Ecco tutto questo è melò farsa, perché gli estremi si toccano. Perché, i migliori attori drammatici della nostra tradizione spesso sono i “comici” pentiti, e viceversa. Come B e i suoi accoliti.

Mi ritrovo in ciò che oggi scrive Gramellini su La stampa ( L’antibiotico diventa aspirina):

La Manovra d’Agosto è stata l’ennesima autobiografia della nazione. Uno spettacolo d’arte varia ai confini dell’ assurdo, recitato da una compagnia di improvvisatori che, se manovrasse un aereo come sta facendo con i conti dello Stato, ci farebbe morire di paura per i continui vuoti d’aria.

E il peggio è questa persistente sensazione di dejà vu, di ineludibile ritorno dell’identico. Noi siamo così, non cambieremo mai. Siamo il paese delle storie a metà.

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2 pensieri su “Autobiografia della nazione”

  1. Concordo in pieno. L’unica cosa a cui riesco a pensare vedendo la situazione nostrana è l’espatrio, e anche se in fondo vorrei credere che qualcosa possa cambiare, farlo è sempre più difficile.

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