Non siamo stati sempre così

Guardate questa foto.

Soffermatevi sullo sguardo di questa bambina.

E’ incollato all’obiettivo, forse perché è stato il fotografo a chiederglielo.

Ma gli si legge negli occhi che la sua attenzione alberga altrove. Tutta la postura del corpo ci indica che, seppure rapita dalla curiosità per la presenza del fotografo, nulla è più importante per lei di quel piatto di spaghetti.

La composizione ce lo racconta in termini figurativi, distribuendo in maniera equilibrata lo spazio inquadrato, tra il corpo della bambina e il cibo. Una parte   non prevale sull’altra, anche in termini plastici.

Tutti gli elementi determinanti del racconto insistono sull’asse verticale del quadro, in  una staffetta visiva che ci guida dagli occhi alla bocca, al pezzettino di spaghetto che sta mangiando, fino alla montagna di spaghetti che l’aspettano docili nel piatto.

Che epoca ci racconta questa foto? I soli indicatori interni che abbiamo per datare l’immagine sono l’effetto seppia e la sgranatura materica dell’immagine. Troppo poco per definire un tempo preciso. Eppure quello sguardo non mente. Quello sguardo ci interpella alla verità  del racconto, o almeno alla sua tensione realistica.

E’ difficile incontrarne uno uguale nei visetti ben pasciuti dei bimbi di oggi,  come peraltro in qualsiasi bimbo italiano degli ultimi quarant’anni. Lo sguardo di questa bambina è una macchina del tempo che ci riporta al Dopoguerra. Quando questo paese puzzava di morte, fame e miseria.

Per questo, il regista Alessandro Piva l’ha scelta come manifesto del suo Pastanera, documentario presentato in questi  giorni al Festival di  Venezia. Pasta nera, il cibo dei poveri, fatta con i chicchi di grano che rimanevano a terra dopo la trebbiatura, è il titolo di una bella storia dimenticata.

L’epopea di 70.000 bambini del Sud Italia, martoriato dai bombardamenti e dai combattimenti, che vennero ospitati in Emilia Romagna, Toscana,e Marche da famiglie di operai e contadini.

In gran parte, si trattava di comunisti. Evidentemente, se misurati con il metro di B, comunisti sui generis visto che, invece di mangiarseli, i bambini  li sfamavano.

Ironie a parte, non è una storia di destra o sinistra, di rossi, bianchi e neri. E’ una storia di questo paese. Perché ognuno di noi ha la sue narrazioni famigliari, tramandate da nonni, genitori e zii, di veneti baciapile che aiutano partigiani emiliani, di romani cattolici apostolici che si nascondono in casa famiglie di ebrei.

Ci ricordano la civiltà di un popolo cui la guerra aveva tolto quasi tutto, ma non la dignità dello stare insieme.

Forse la differenza tra un paese nella merda e un paese di merda sta anche lì.

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8 pensieri riguardo “Non siamo stati sempre così”

  1. vedrò il documentario con molto interesse, perchè a sud ci sono nata e di queste storie ne ho sentito parlare. a volte rifletto sulla mia data di nascita e mi rendo conto di essere venuta al mondo dopo appena undici dalla fine della guerra. ed erano ancora anni molto duri, grazie per la tua sensibilità – e per le tue segnalazioni! 😀

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