E venne la spranga che alla manifestazione mio padre portò

Vorrei che guardassimo questa foto del 15  Ottobre a Roma, per qualche momento, senza preconcetti.

Senza rifugiarci nelle storie prefabbricate, che ognuna delle parti si racconta in queste ore per confermarsi nelle sue certezze.

Guardiamola per ciò che mette in scena.

Un gruppo di persone a volto coperto. Emergono dalla nebbia rossa dei fumogeni. Scavalcano transenne. Brandiscono spranghe. Sedie. Pietre. Anche se non li vediamo in faccia, l’intenzione è chiara. L’azione palese. C’è un nemico cui stanno andando incontro. E questo nemico sta al di là dell’obiettivo.

Vi invito, in particolare, a soffermarvi su un dettaglio figurativo.

Le persone indossano abiti civili, per ognuno diversi, ma poi se vi chiedessi di indicarmi una persona in particolare dal suo abbigliamento, avreste difficoltà. La funzione di mascheramento accomuna i giubbetti, le giacche a vento, gli occhiali, i caschi, i cappucci. Queste persone indossano una divisa “civile” ma pur sempre una divisa. Nel senso etimologico che il termine militare “uniforme” si porta dietro: uniformare l’abbigliamento per renderlo funzionale all’organizzazione e all’azione.

Questo senso di comunanza tra i diversi soggetti si rafforza a, a livello plastico, perché la disposizione delle figure, accostate le une alle altre, li rende un muro umanoide indistinto. Una  fascia compatta che occupa tutta la parte bassa dell’inquadratura. Tanto che l’intera foto si potrebbe dividere in due rettangoli, uno superiore chiaro (il cielo annebbiato) ed uno inferiore che degrada  verso l’oscurità, con tinte che vanno dal fosco rosso del fumogeno al nero del marciapiede divelto.

In questo equilibrio orizzontale, una sola forma rompe l’equilibrio, tagliando diagonalmente la composizione. A livello figurativo è anche l’unico oggetto a sfuggire alla legge di gravità narrativa di questa storia, dove tutto sembra degradare verso basso:  le cose, i pensieri, le azioni.

Quell’oggetto, “spranga”, “bastone”, qualunque cosa sia, è il centro del racconto. Narrativamente sappiamo di poterlo collegare all’individuo sottostante che l’ha scagliato. Ma l’oggetto, in fin dei conti, finisce per avere vita propria  nel linguaggio asciutto del fotoreportage. Resta  per un tempo infinito nell’occhio di chi guarda. Congela il senso ultimo della storia narrata.

La violenza, ci piaccia o no, ha una forza comunicativa straordinaria.

E anche se stessimo qui, per una settimana, a cercare torti e ragioni, a sventare complotti governativi e trame d’infiltrazione, anche se volessimo ribadire che l’odio di cinquecento stronzi armati non può cancellare la civiltà di sessantamila persone pacifiche in corteo. Ecco, anche se volessimo fare tutto questo, non potremmo mai cancellare questa immagine e il vissuto collettivo che si porta dietro. Che resta a futura memoria. Da qualunque parte vogliamo, o vorremmo,  stare.

3 pensieri su “E venne la spranga che alla manifestazione mio padre portò”

    1. No il ’77, non me lo ricordo. Ero troppo piccolo, ma il primo ricordo forte che ho è mia mamma che mi viene a prendere all’asilo, il giorno in cui rapirono Aldo Moro.
      Purtroppo anche allora tante persone a sinistra sostenevano che i brigatisti erano “compagni che sbagliavano”. che la violenza di stato chiamava altra violenza.
      La storia ci ha detto che il ragionamento era tutto sbagliato. La violenza paga solo per i dittature non per le democrazie.

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