Se non vuoi che l’abisso guardi dentro di te

Come si fa a mettere in scena il male in una storia  senza correre il rischio di giustificarlo, o peggio ancora di esaltarlo?

Sono domande che chiunque si trovi a fabbricare (o studiare) racconti, prima o poi si pone. Leggo due post dedicati al tema dallo sceneggiatore Giorgio Salati (qui e qui) e, in particolare, mi colpisce un passaggio della sua riflessione in merito a una nuova serie noir che sta scrivendo:

Ora, in altri ambiti non avrei mai potuto scrivere certi dialoghi palesemente razzisti. Va da sé che non rispecchiano minimamente quello che penso IO, ma io sono l’autore, non sono il personaggio, e se ho deciso di dipingere uno scenario, magari anche piuttosto realistico, devo poter mettere in bocca parole razziste a un personaggio.

In altri tempi, le avrei sottoscritte “senza se e senza ma”.  E, credo, che qualsiasi autore la pensi come Giorgio. Cosa sarebbero la letteratura, il cinema, il fumetto, senza Riccardo III, Hannibal Lecter o Joker?

Non v’è dubbio che, per dare uno spessore a  personaggi  abominevoli, occorra mettere in scena pensieri, linguaggi e azioni che dimostrino la loro perfidia e che, non meno importante, li rendano verosomiglianti. Che ci riportino, insomma,  alla parte peggiore  della realtà e, in fin dei conti, alla parte più oscura di noi stessi.

Però. (Sì, il “però” arriva qui). Oggi, dal mio modestissimo punto di vista, mi sento di aggiungere una postilla al discorso.

Non so se è la paternità imminente, o è qualcosa che è maturato insieme alle esperienze. Ma sono arrivato alla conclusione, che le storie dove viene raccontato il male per il male – e ce ne sono sempre di più – non m’interessano, anche quando sono fabbricate con arte.

Mi spingerei oltre, a costo di beccarmi del moralista e del bigotto: le storie che si limitano a raccontare il male, senza prendere posizione rispetto a quanto raccontano possono fare danni. E non sto parlando solo delle opere che si rivolgono a un pubblico – target, come dicono quelli bravi – infantile. Mi riferisco a tutte le storie finzionali che consumiamo anche noi adulti “consapevoli”.

E’ chiaro che se scelgo di raccontare una serie televisiva con un serial killer come protagonista non mi rivolgo ai bambini. Ma questo non mi esime dal riflettere su cosa sto raccontando e perché.  Certo, si può anche arrivare alla conclusione che i due piatti della bilancia si equivalgono. O, ancora, che il lato oscuro della luna sia destinato sempre a prevalere.

Il che è legittimo a livello intellettuale s’intende. Ed è anche piuttosto stimolante, a volte, in sede creativa. Ma la domanda che, alla fine, sento di pormi e di porre agli altri è:

siamo responsabili delle storie e dei personaggi che facciamo circolare?

Il punto sta lì, poi ognuno sceglie il tono. La misura. Il gusto.

Sia chiaro: essere responsabili delle proprie storie, nella vita come nella finzione, non vuol dire seminare “lieto fine” a destra e manca. Non significa trasformare l’ottimismo in marketing narrativo. Non implica arredare le scene  con gli arbre magique, per nascondere il puzzo di merda di certe vicende.

Essere responsabili delle proprie storie significa “semplicemente” essere consapevoli che le narrazioni hanno il valore che noi stessi gli attribuiamo.

Se vogliamo vederle solo come un esercizio di talento, mestiere e stile, possiamo farlo. A patto che ne convinciamo anche il fruitore della storia.

Altrimenti, ci ritroveremo con una strana cosa chiamata “morale” che, ogni tanto, spunta fuori dove meno te lo aspetti e ti costringe a fare i conti con i tuo demoni, prima ancora che con quelli degli altri.

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3 pensieri su “Se non vuoi che l’abisso guardi dentro di te”

  1. Sono d’accordo.
    Siamo responsabili dei personaggi che creiamo, così come del senso che gli costruiamo attorno.

    Dirò di più, da un punto di vista romantico le storie che raccontiamo rivelano di noi più di quanto ci rendiamo davvero conto.

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