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E non abbiam bisogno di parole

Alfred Hitchcok era convinto che il sonoro, non avesse aggiunto granché al suo fare cinema.

Da vecchio, straordinario, artigiano del muto riteneva che tutte le possibilità espressive fossero già a disposizione, senza bisogno di far udire grida di donna, spari di pistola o colpi di frusta.

Aveva ragione?  Se guardate  La finestra sul cortile, vi rendete conto che il modo di raccontare di Hitchcock si basa proprio sulla supremazia assoluta del’occhio sull’orecchio. Perfino in Nodo alla gola, nonostante l’impianto teatrale originale della narrazione, potreste silenziare il sonoro e comprendereste più o meno tutto, dall’inizio alla fine.

Tuttavia, tanti cineasti successivi hanno sperimentato soluzioni diverse. E, non si può dire che la parola sia accessoria, ad esempio, in un incipit come questo celeberrimo di Quentin Tarantino, tanto che qui si potrebbe proporre il gioco opposto. Chiudete gli occhi e “vedrete” tutto quel che c’è da sapere su ciascun personaggio.

In definitiva vale per il cinema il discorso che potremmo fare anche per i fumetti: sono linguaggi “polifonici”

Che vuol dire polifonia?

In questo caso, vuol  dire che la parola si affianca a tanti elementi. Come accade con la punteggiatura in prosa. Punti e virgole servono, ma ognuno di noi definisce il suo stile di scrittura dosandoli in maniera diversa.

Mi è venuto in mente tutto questo, incuriosito dall’esperimento espressivo tentato da Michel Hazanavicius con il suo The artist, film muto in bianco e nero che omaggia l’epoca d’oro del muto stesso (qui il trailer). Come ci ricorda il Post, dopo aver conquistato i palati raffinati del festival di Cannes, ora la pellicola tenta la scalata all’Everest popolare cinematografico per antonomasia: il Premio Oscar.

Personalmente cercherò di recuperare The artist  appena possibile, perché  il colto omaggio di Hazanavicius a un’epoca espressiva ormai così  lontana dalla nostra quotidianità di consumatori di storie, m’incuriosisce parecchio. Ma, ripeto, basta tornare alla cinematografia di Hitchcock per sapere che quella possibilità non ci ha mai abbandonato. A ben vedere ( o sentire, fate voi), il problema non è togliere parole, ma far sì che lo spettatore/lettore non ne percepisca l’assenza.

2 pensieri su “E non abbiam bisogno di parole”

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