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Storia dell’Uomo che inventò Babbo Natale

Guardate l’illustrazione qui sotto: giochiamoci un momento. Immaginiamo, ad esempio, di sostituire la bottiglietta di Coca Cola, mettendogliene in mano una di vino, o ancora meglio, un boccale schiumoso di birra.

Togliamogli, poi, il costume rosso, che ben conosciamo, e rimpiazziamolo con la tuta di un operaio o il giaccone di un boscaiolo. Cosa accadrebbe?

Probabilmente, l’illustrazione perderebbe molta della bonomia e del tono sognante che invece possiede l’originale. Anzi la presenza di uno sbevazzone alle prese con un trenino giocattolo finirebbe per essere tanto incongrua, tanto assurda, da risultare quasi patetica.

Per paradosso, ciò accade proprio per lo stesso motivo per cui questa rappresentazione di Santa Claus ci affascina: l’assoluta fisicità del personaggio.

Ecco, basta questo banale esempio spiegare cosa abbia rappresentato Haddon Sundblom per l’immaginario natalizio pre-televisivo.

Nel suo lavoro trentennale per Coca Cola (dall’inizio degli anni Trenta agli anni Sessanta del secolo scorso, qui una galleria), l’illustratore americano ha raccontato Babbo Natale  all’uomo della strada come se San Nicola stesso fosse un uomo della strada.

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“L’uomo che dipingeva il Natale”

come l’ho chiamato in bel ritratto su Huffington Post  Sam Parker – ha reso il personaggio di Santa Claus  “credibile” per una società che era pronta a interpretare socialmente una festività spirituale religiosa come un happening di consumo (cibarie, regali, etc.).

E nel dire “di consumo”, sia chiaro, non intendo svilire il lavoro di questo artigiano della matita, semmai l’opposto. Fatte le debite proporzioni, l’operazione Sundblom con Santa Claus somiglia molto all’operazione di Caravaggio con santi e madonne di qualche secolo prima, quando l’artista italiano prendeva in prestito i volti di personaggi infimi (puttane, farabutti) per umanizzare le sue allegorie sacre.

Prima di Sundblom, San Nicola poteva essere narrato con colori diversi (blu, verde, etc.). Dopo di lui vale solo il rosso. E la stessa cosa si potrebbe dire del costume o di altri particolari figurativi (occhiali, barba folta, etc.).

Poco importa che tutti questi elementi fossero già presenti in altri illustratori del tempo – su tutti Norman Rockwell J.C.Leyndecker -. Un pò come per le ricette in cucina, per le storie non vale solo la qualità e l’originalità degli ingredienti, ma la capacità di amalgamarli insieme, di renderli percepibili come un sapore omogeneo.

Un Babbo per tutti

Questa la prerogativa della cucina grafica, popolare, di Sundblom. Il lettore tipo  delle sue illustrazioni natalizie, è qualcuno che a quella storia ha deciso di credere in partenza, ancor prima di vederla. Sundblom si “limita” con la sua arte a rendergli il racconto digeribile, appetibile, piacevole.

Il suo segno non prende la scena, ma si mette al servizio della storia per quanto banale, trita e ritrita essa sia. D’altronde è così che funziona con i racconti di tradizione: le fiabe ci affascinano per la loro infinita, consolatoria, ripetitività.

Per questo, a distanza di anni, quella figura di sbevazzone bonario continua ad essere l’incarnazione perfetta dello “Spirito del Natale presente”. Perfino in tempi magri come questi. E mentre ci ritroviamo circondati da valanghe di cineserie natalizie, con babbi natale sempre più improbabili, la sua figura di San Nicola “Bollicina dipendente” continua a incantarci.  Con il tempo, è diventata parte della favola.

2 pensieri su “Storia dell’Uomo che inventò Babbo Natale”

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