Gli echi dell’Eco

…Poi, adulto, crederai che sia stata tutta una favola, cappuccetto rosso, cenerentola, i fucili, i cannoni,l’uomo contro l’uomo, la strega contro i sette nani, gli eserciti contro gli eserciti.
Ma se per  avventura, quando sarai grande, vi saranno ancora le mostruose figure dei tuoi sogni infantili, le streghe, i coboldi, le armate, le bombe, le leve obbligatorie, chissà che tu non abbia assunto una coscienza critica verso le fiabe e che non impari a muoverti criticamente nella realtà.
Umberto Eco, Lettera a mio figlio in Diario minimo (1964)

Lo cito spesso da queste parti. E anche quando non lo cito in maniera esplicita, chi conosce il suo pensiero identificherà in tanti post del sottoscritto – e perfino nel titolo di questo piccolo blog – tanti “echi dell’Eco”.

Non posso farci nulla. E’ che Umberto Eco, rappresenta talmente tanto nella mia formazione culturale, nel mio modo di conoscere, che finisco per ritornare sempre alla fonte d’origine, a quello strano sapere chiamato “semiotica” che lui ha contribuito a fondare.

Ai molti che quando parlo della mia passione per lo studioso che oggi compie ottant’anni, mi citano i suoi romanzi in senso critico, amo dire che lo scrittore è solo la punta dell’immenso iceberg culturale echiano. Il tono giocoso che spesso lui stesso assume nelle interviste, come quella gigionesca rilasciata ad Antonio Gnoli su Repubblica qualche giorno fa, contribuisce – a volte – a far dimenticare il valore colossale della sua produzione intellettuale.

Certo, di questo potrebbero parlare con maggiore cognizione, Daniele Barbieri o Giovanna Cosenza, accademici e blogger, che di Eco sono stati allievi. E mi dicono anche di un curioso, interessante,  saggio di Michele  Cogo, Fenomenologia di Umberto Eco,   ora disponibile anche in rete .

Personalmente, posso solo aggiungere che sarei un’altra persona se molti anni fa, non mi fossi imbattuto – in maniera casuale –  in Apocalittici e integrati. Una di quelle storie che sono arrivate nella mia vita, per chissà quale accidente del destino, quando ne avevo più bisogno.

Apocalittici e integrati ha svelato a uno studentello di liceo classico, che passava senza molto costrutto da Senofonte a Spiderman, da Akira Kurosawa a Steven Spielberg, da Salvatore Quasimodo a Twin Peaks, che non c’era nulla di cui vergognarsi in quel miscuglio inestricabile di passioni, alte e basse, stratificate e trasversali.

Che le vie della cultura non seguono solo l’orizzonte delle biblioteche o delle aule di scuola. Che in ogni fenomeno sociale, in ogni cerimonia del nostro vivere collettivo, si può andare alla ricerca di espressioni e significati, delle vie del senso, che sono molteplici ma non infinite. Basta farlo con rigore, passione, e soprattutto rispetto per i segni, che – come fa dire Eco al suo alter ego letterario Guglielmo da Baskerville – sono:

 la sola cosa di cui l’uomo dispone per orientarsi nel mondo

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2 pensieri riguardo “Gli echi dell’Eco”

  1. quando ero fanciulla amavo dire: da grande voglio fare l’umberta eco!
    un fenomeno della natura? no, dell’umana sapienza il prof. eco. le sue bustine di minerva valevano l’acquisto di tutto l’espresso e le mie letture partivano proprio di lì, a ritroso nell’ordine delle cose. non so quante volte ho letto e riletto i suoi saggi e i suoi primi romanzi. lunga vita all’immenso eco! 😀

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