Con quale coraggio

Leggo e rileggo la frase:

un autore che con un solo libro è riuscito a cambiare il destino di un genere letterario, il fumetto, togliendolo dalle paludi delle cosiddette pratiche basse e innalzandolo alla dignità di letteratura

Mi dico: non è possibile. Non è possibile che si scriva su un quotidiano a diffusione nazionale una simile castroneria, senza che nessuno venga a chiedertene conto.

Non perché Art Spiegelman, con il suo Maus, non meriti di essere celebrato per il grandissimo autore che è (anche da queste parti, nel nostro piccolo, lo si è fatto, più di una volta).

Ma il fumetto, pur senza entrare nelle  dotte disquisizioni dei filologi del medium, ha almeno cento anni di storie alle spalle. Prima di Spiegelman,  mi vengono in mente almeno venti nomi di cartoonist che hanno fatto la storia dei comics, regalando ai loro lettori emozioni colossali, avventure incommensurabili, interi mondi da sognare.

Si può liquidare tutto questo come “pratiche basse”?  E quale commentatore potrebbe permettersi di essere così categorico se stessimo prendendo in esame la storia della letteratura o quella della pittura, invece che (banali) fumetti?

Probabilmente nessuno. Invece Luca Beatrice, critico e studioso d’arte, nonché collaboratore culturale de Il Giornale, può permettersi una faciloneria del genere, nel presentare ai lettori l’iniziativa (peraltro lodevolissima) di aver invitato Spiegelman a Torino per una lectio magistralis.

Sono certo che il critico  sia davvero in buona fede nel riconoscere ai comics, bontà sua, la dignità di “genere letterario”.

Purtroppo per lui, da almeno quarant’anni,  grazie a semiologi e mediologi quali Umberto Eco, Alberto Abruzzese, Sergio Brancato, Antonio Faeti, Gino Frezza, Fausto Colombo,  Daniele Barbieri e Matteo Stefanelli (solo per limitarsi all’Accademia italiana),  sappiamo che il fumetto è un medium autonomo, un insieme riconoscibile di linguaggi che, pur esibendo parentele espressive con altre forme di comunicazione, ha comunque una sua, distinta, identità.

Ma forse, proprio per quelle parentele evidenti con la pittura, la grafica, la letteratura, la critica d’arte continua a deprezzare i comics come i parenti poveri da invitare ogni tanto ai cocktail della cultura, con la sicumera radical chic di poter decidere tra le vignette dove inizia l’art e finisca il pop.

E anche in quest’articolo, come in tanti altri (più o meno) pressapochisti, ecco ritornare l’equivoco sul termine “graphic novel“, usato per rivendicare la nobiltà del lavoro di Spiegelman rispetto alle pratiche basse del fumetto popolare.

Peccato che Spiegelman non la pensi esattamente così sul tema:

Sono definito il padre del moderno “graphic novel” (romanzo grafico). Se è vero, voglio il test del DNA. “Graphic Novel” suona magari più rispettabile, ma io preferisco “fumetti” perché è la parola che definisce il medium.  “Comics” è un vocabolo idiota, ma rappresenta bene quello che i fumetti sono.

Capito? Ora per favore che qualcuno lo spieghi a Luca Beatrice.

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11 pensieri su “Con quale coraggio”

  1. Non leggo più da tanti anni nessun fumetto.
    Da più giovane ricordo i “capolavori” di Jaccovitti. Perché considerarli “pratiche basse”?

  2. i lettori de ” il giornale ” sono di bocca buona. ne leggono di panzane! 😀
    a spiegelman darei un bacio in bocca – be’, sì… insomma… – il termine. graphic novel, che qualcuno ha inventato per definire un fumetto un po’ più organico di una strip solitaria, sa tanto di ” sborone ” – come direbbero i miei figli! evviva il buon fumettista che disdegna i falsi e che dichiara la rispettabilità del nome fumetto.
    ( ci vai a torino? )

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