Questo era il Uèst

Stoddard: “Pubblicherete questa storia, signor Scott?”

Scott: “No. Questo è il West, signore. Quando la leggenda incontra la realtà, si pubblica la leggenda”

Da L’uomo che uccise Liberty Valance di John Ford

Ho sempre trovato forzosa, nel cinema, come nel fumetto, e in qualsiasi altro medium,  la distinzione  tra “popolare” e “d’autore”, quando si pretende di contrabbandarla per una gerarchia di qualità delle storie, per un’etichetta di valore.

Allora dove la distinzione popolare/d’autore acquista un senso? A mio modesto avviso, quando ci aiuta a interpretare le opere per quello che davvero sono.

Ci rifletto, dopo aver visto Il Grinta dei Fratelli Coen, un western crepuscolare tratto dal romanzo di Charles Portis che, già Henry Hathaway aveva esportato al cinema, quarant’anni fa, regalandoci un un monumentale John Wayne nella parte del ruvido, sceriffo Rooster Cogburn.

Michele Medda ha analizzato sul suo website le due versioni cinematografiche, rispetto all’originale letterario, con una ricchezza di esempi e spunti, cui non posso che rimandare.

Detto in soldoni (estetici), per Medda i Coen perdono in gran parte la sfida di misurarsi con il film precedente e con il romanzo stesso, pur infarcendo il racconto di quell’ironia peculiare che contraddistingue la loro cinematografia.

Condivido la lettura di Michele ed anzi vorrei aggiungere una provocazione: i Coen perdono la sfida perché non credono nemmeno un momento alla storia che raccontano.

Può sembrare un paradosso, ma è esattamente a questo livello che si situa la distinzione concreta tra il racconto popolare e la narrazione d’autore. Prendiamo come esempio il genere Western,  il classico  per antonomasia della cultura popolare americana che fa da sfondo a Il grinta.

Quando John Ford, uno dei padri fondatori del genere (da Ombre rosse  a Sentieri selvaggi passando per L’uomo che uccise Libery Valance) diceva del suo lavoro:

Mi chiamo John Ford e faccio Western

esprimeva anche una verità di fondo delle sue fiabe.  Prima ancora che essere storie di John Ford erano storie di un genere facilmente riconoscibile per temi, scenari, trame, tipi e persino interpreti, se pensate all’identificazione del Duke John Wayne con quella stagione hollywoodiana.

Il Uèst dei cauboi e dei soldati fondamentalmente buoni contro gli indiani cattivi. Il Uèst dei mandriani onesti contro gli avidi baroni del bestiame. Il Uèst dove i treni portano la civiltà e la natura è una matrigna cattiva da domare.

Insomma, il mito positivo della Frontiera, portato avanti prima dalla pittura e dalla letteratura delle dime novels, poi da Hollywood e dalla tivvù, raccontava questo.  Che il mito avesse poco a che fare con la realtà storica, oggi lo sappiamo. Perfino il cinema  americano  ha dovuto, da un certo punto in poi, fare i conti amari con tutte le contraddizioni della fiaba.

Ma il mito, come proprio John Ford ci ricordava nel suo  struggente e magistrale  L’uomo che uccise Liberty Valance, non ammette mezze misure. Un concetto in fondo ripreso da Neil Gaiman in American gods: l’Olimpo e il Wahalla esistono finché la gente sceglie di credere in Zeus e Odino. Altrimenti non ci sono Dei e non ci sono Monument Valley che tengano.

I fratelli Coen, colti artigiani di cinema, queste cose le sanno bene e, forse non a caso, scelgono di misurarsi con il genere, partendo da un film che segna esattamente uno spartiacque tra la stagione classica del genere e quella revisionista successiva. Il grinta di Heny Hathaway giunge nelle sale americane nel 1969. Di lì a un anno arriveranno sul grande schermo Soldato Blu, Piccolo grande uomo, Il mucchio selvaggio, Billy The Kid, ma già gli spaghetti western di Sergio Leone a partire dal 1964 hanno iniziato a sporcare la favola

Ripeto, i Coen queste cose le sanno. Nella loro visione di “autori”, i generi “popolari” esistono proprio per essere dissacrati, o comunque revisionati. Sono vecchie stoffe narrative usate da ricucire, secondo estro “post-moderno”, per tirarne fuori abiti culturali diversi.

Per i Coen,  il “Uèst” è solo un pretesto. Anzi un pre-testo, adatto a costruire la cornice, ma non a dipingere la tela. Ecco, perché con buona pace del comunque bravissimo Jeff  Bridges, nella parte che fu di John Wayne, questo remake entra di diritto nella grande tradizione colta dei pastiche di qualità, ma non può che regalarci emozioni di seconda mano.

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