Calvin & Hobbes

E allora discese lieve lieve

Una coltre bianca avvolge l’Italia, compresa la casa del titolare del blog. Mi vengono in mente tante storie a fumetti in cui questo elemento naturale ricorre in maniera emozionante, a volte persino struggente.

Dici “neve” e pensi, ad esempio, ai Peanuts di Charles Schultz. Nella loro cadenza stagionale, le vicende di Charlie Brown & soci sono spesso ambientate tra scenari imbiancati, laddove i candidi batuffoli disegnati assumono valenze, per certi v
ersi, filosofiche:

… Schulz ha spesso fatto uso, nei suoi fumetti, del tema dei fiocchi di neve, tutti diversi l’uno dall’altro, eppure compatti: si tratta di una vera e propria poetica, che traspare nei Peanuts sia attraverso dichiarazioni letterali che nello snodarsi delle tematiche nel tempo, con il garbo e la gentilezza che contraddistinguono questo autore, che ha cambiato il mondo senza urlare.

Ricorda Simona  Bassano Di Tufillo. Schultz e non solo. Penso a Bill Watterson.

Anche nelle tenerissime strisce invernali di Calvin & Hobbes (qui una bella rassegna), il cartoonist ritorna periodicamente sul bimbo protagonista alle prese con surreali pupazzi di neve che diventano il simulacro della sua sfrenata, colossale, immaginazione. La neve disegnata da Watterson è la plastica rappresentazione di due realtà a confronto, quella piatta degli adulti e quella fantastica di Calvin.

E quando, dopo circa dieci anni d’attività, Watterson decise di chiudere la commovente saga del bimbo e del tigrotto, lo fece facendoli scivolare su uno slittino lungo un pendio innevato fuoricampo. Il bianco della neve diventa il bianco di tutti i futuri possibili: da qualche parte, oltre il bordo della vignetta, Calvin & Hobbes continuano a sognare e giocare.

Ma la neve può anche diventare un elemento angoscioso di narrazione in un contesto avventuroso. Accade nell’incipit, capolavoro, de L’Eternauta. La neve cade su Buenos Aires: una neve sinistra e luminosa, l’inizio dell’incubo dell’invasione aliena. Solano Lopez, con il suo tratto solido. carica i fiocchi che precipitano di una pesantezza simbolica, capace di evocare mostri perfino più profondi di quelli che la matita ci mostrerà nel corso della storia.

Eppure, se devo pensare all’autore che, più di tutti, mi ha fatto emozionare con le sue nevicate di china, penso a Ivo Milazzo, il papà – assieme a Giancarlo Berardi – di quella serie western, unica nel suo genere, che è Ken Parker.

I fiocchi cadono copiosi sulle montagne che il cacciatore/scout dell’esercito si trova ad affrontare avventura dopo avventura, dal glaciale Oregon all’Alaska, fino a spingersi lassù, tra il “Popolo degli uomini”, gli Innuit che hanno molti modi per chiamare la neve e ogni volta essa assume un significato nella loro esperienza di vita.

E’ ambientato sotto una coltre di neve il racconto più toccante della saga, Lily e il cacciatore, con Lungo fucile confinato in un grotta, assediato dalla febbre e dalla tormenta con una cagnolina pronta a dargli/darci una lezione di vita.

In tutte queste storie, ma anche in produzioni successive come Tom’s Bar, Milazzo riesce a giocare con la sua sensibilità d’illustratore, regalandoci fiocchi di neve “credibili”, proprio perché – paradossalmente- non aspirano ad esserlo.

Milazzo ha fatto della “non finitezza” un elemento distintivo del suo modo di raccontare. Il suo tratto obbliga l’occhio del lettore  a non soffermarsi troppo sul singolo segno, a scorrere fluidamente da un elemento all’altro dentro la vignetta, tra una vignetta e l’altra, una pagina dopo l’altra. I suoi fiocchi disegnati si sottraggono ad ogni ambizione di verosimiglianza, perché esibiscono al lettore la loro “onesta” plasticità di segni su carta.

Quasi per sottrazione, ci restituiscono il senso di leggerezza che proviamo quando la neve ci avvolge davvero. Quando siamo lì, con il naso all’insù, a contemplare quella roba bianca che cade giù dal cielo grigio, con la strana sensazione di assistere a un miracolo, come in quella filastrocca di Umberto Saba.

Dal cielo tutti gli Angeli

videro i campi brulli

senza fronde né fiori

e lessero nel cuore dei fanciulli

che amano le cose bianche.

Scossero le ali stanche di volare

e allora discese lieve lieve

la fiorita neve.

3 pensieri su “E allora discese lieve lieve”

  1. la poesia di saba… quanti ricordi! l’imparai alle elementari con la maestra anita. allora capitavano belle nevicate anche da queste parti. bel post, marco, candido come neve!😀

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