Qualunque cosa

Questo post è stato scritto prima a penna, mentre le cose accadevano, ed è il primo “pezzo hand-made”, da molto tempo a questa parte. Provo a trascriverlo, così com’è, pieno di lungaggini, forse, ma spero delle emozioni che mi hanno spinto a scrivere.

Venerdì

Ci svegliamo in una casa coperta di bianco, in una valle coperta di bianco.

La neve ha questo magico potere: dà un volto nuovo alle cose che conosci e ti sembra di vederle per la prima volta con una luminosità diversa. Certo sono bloccato in casa e non c’è modo di arrivare in ufficio, con l’auto seppellita dalla neve e le strade in queste condizioni, ma l’avevo messo in conto. Poco male, mi dico, cerchiamo di sfruttare il giorno di ferie forzato.

Gioco con il cucciolo e gli mostro l’universo candido oltre il vetro. Scatto foto, posto commenti su faccialibro, e mi preparo ai battuteggi su tuitter. Insomma, tutte quelle cose carine che facciamo noi uomini di mondo, che abbiamo fatto il comunicatore due anni a Cuneo.

Ho stipato il frigorifero per premunirci dal rischio di rimanere in casa magari l’intero wk. Da bravo homo tecnologicus, ho guardato le previsioni meteo sul ueb so che ci aspetta almeno una giornata intera di neve.

Solo che non ho messo in conto il quanto. Forse perché ho quell’idea romatica e bambinesca della neve ricavata da fumetti (vedi post precedente) e cinema. E le settimane bianche anni Ottanta sulle Dolomiti con papà e mammà, quando i sogni erano confinati nella sciolina e nelle canzoni di Maicol Gecson e Madonna.

Non ho la minima idea di quello che ci aspetta. Finché non vedo che la nevicata si fa così forte da seppellire tutto il giardino. Da piegare gli alberi e le grondaie. Da nascondere ogni cosa, ad altezza d’occhio.

Poi accade. L’elettricità se ne va. Vabbeh, ci diciamo, ogni tanto accade qui in campagna. Si sopravvive qualche ora senza piccì, internet e tiggìallativvù. Solo che insieme all’elettricità si ferma la caldaia. Un silenzio senza calore invade la nostra casetta(piombata)inCanadà.

Passano le ore, la corrente non torna. La temperatura scende. Chiamiamo l’Enel, un disco fisso ci risponde che stanno pensando a riparare il guasto. Ci consoliamo con una serata vecchio stile di chiacchiere davanti al camino. Non c’è una grande scorta di legna in casa, ma cosa vuoi che sia? Da bravo topolino di città trapiantato in campagna, pensi che il progresso umano non possa confinarti a trenta chilometri dalla Capitale, per più di qualche ora. Ci addormentiamo alle 20.30 nel buio coatto di una lampada d’emergenza e qualche torcia alimentata a pile.

Sabato

Ci svegliamo all’alba. Il paesaggio è bianco livido. L’elettricità non è tornata. Copriamo il cucciolo il più possibile: in casa incomincia a fare freddo sul serio. Esco a spalare neve, quel tanto per poter uscire sulla strada e recarmi a una riunione con gli altri abitanti del comprensorio. A mezzogiorno, con la corrente che ancora non torna, dopo quasi ventiquattro ore, incominciamo a preoccuparci sul serio.

Nelle case ci sono cuccioli come il mio, un anziano signore che deve fare la dialisi e altre situazioni complicate. Anche le comunicazioni via cellulare sono quasi impossibilitate. Pare siano saltati i ripetitori di zona. Chi è riuscito a contattare vigili del fuoco, comune e forze dell’ordine ha avuto sempre risposte evasive (se le ha avute). La situazione è difficile in tutta la zona a nord di Roma.

Anche a noi un signore della protezione civile al telefono risponde cortesemente:

Siete in tanti in queste condizioni, posso solo consigliarvi di restarvene a letto sotto le coperte.

Certo, la nostra situazione non è così drammatica da prevedere interventi con l’elicottero, ma le ore passano e stanno per fermarsi anche le pompe idrauliche.

Ci si può muovere quasi solo a piedi e, per la strada che porta al paese, incontri gente, infagottata come può che si trascina dietro fascine, buste di pasta e pane e altre scene spettrali da dopo bomba.

Decidiamo di darci da fare per quello che è possibile, spalando le strade, scambiandoci i generi che a ognuno scarseggiano. Quando si sparge la notizia che non ho una grande riserva di legna per alimentare il camino e scaldare il cucciolo, scatta un telefono senza fili nel vicinato. Non dico di aver visto spuntare la Stella Cometa sopra al tetto, ma persone di buona volontà ce ne sono e mi danno una mano.

Alla fine la luce è tornata. Ho visto le finestre delle casette innevate illuminarsi nella della notte, come un piccolo presepe laico, accompagnato da sospiri di sollievo.

Domenica

Nella notte, abbiamo alzato la caldaia al massimo. Ma le mura si sono talmente congelate che fatichiamo a tornare a temperature decenti. Siamo comunque fortunati: a qualcuno sono scoppiati i tubi. La corrente va e viene, a singhiozzo. Ma la cosa che più ci preoccupa è ora che il gas potrebbe finire da un momento all’altro. Le strade sono ancora assediate dal ghiaccio e dalla neve. E se non ce la facesse ad arrivare la cisterna con i rifornimenti? Il cucciolo ha gli occhi lucidi.

Esco in perlustrazione, mi faccio un chilometro a piedi, cercando di capire quale è la situazione esatta della via che dovrei percorrere per arrivare a Roma, dai nostri genitori. Fermo auto che passano, chiedo notizie. Il rischio è di partire e di rimanere in coda per ore, al freddo e al gelo. Ma che alternative ho?

Mi aiuta il Sole che spunta da dietro una nuvola e spinge il generale ghiaccio a ritirarsi nelle zone d’ombra. All’ora di pranzo, mi faccio coraggio, carichiamo in auto due zaini da profughi e il cucciolo che strabuzza gli occhietti per la troppa luce, riflessa dalla neve.

Scendiamo dalla collina lungo una impervia pista ghiacciata. Da bambino forse mi sarebbe piaciuto sciare su una roba così, ora al contrario guido con circospezione, nonostante le gomme da neve sembrino aderire perfettamente alla strada. Arriviamo a valle: l’auto arranca su un misto di fanghiglia e nevischio, fino  a incanalarsi dietro altre auto. Una lunga processione di elefanti di lamiera e plastica con i fari accesi a tagliare il manto candido della campagna romana.

A vederla da qui, la neve torna ad essere la coreografia perfetta per un sereno biglietto d’auguri natalizio. Mentre lascio casa alle spalle, provo un senso di smarrimento, come se il gelo si fosse spostato da fuori a dentro. Non che ci sia chissà che significato in questa storia. E’ una storia comune a tanti in queste ore. Ma c’è una cosa che già sapevo e che ora sento con un’intensità ancora più forte, sotto la pelle, fino nelle ossa.

Nelle ore più difficili, ho fatto qualunque cosa potevo perché  il cucciolo e la sua mamma stessero bene. E continuerò a farlo sempre.

Qualunque cosa.

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5 pensieri riguardo “Qualunque cosa”

  1. dalle mie parti ci siamo scampati questi scenari, ma a quanto leggo in molte zone la situazione è simile a quella che hai descritto. l’importante è che esistano ancora vicini che offrono la propria legna, e soprattutto, che adesso il piccolo sia al caldo… ed anche i suoi genitori!

  2. sarei andata in paranoia con un cucciolo da riscaldare per casa!
    per fortuna adesso va meglio, o no? mio figlio oggi è lì a roma e mi ha detto che c’è il sole, meno male, ma venerdì dovrebbe tornare la neve!! fai tante scorte, metti da parte tanta legna, compra qualche altra coperta. insomma bada al cucciolo, non farci stare in pensiero! 🙂
    ( in puglia sta facendo buriana nella daunia e al confine con la basilicata. io sto sulla costa, per fortuna, ma piove da ieri un’acquerugiola freddissima! tempo matrigna!!)

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