Di una storia tutta in salita

Tra le molte, suggestive, fotografie premiate dal World Press Photo 2012, mi ha particolarmente colpito quella di un reporter italiano, Emiliano Larizza, scattata ad Haiti.

Anche senza conoscere la storia peculiare del pellegrinaggio che l’immagine mette in scena, la fotografia riesce a trasmettere un forte senso “del sacro”.

Nel farlo, la strategia (consapevole) dell’autore sta nel “complicare” le cose  dal punto di vista visivo.

Complicare in che senso?

Beh, prima di tutto, complicate nella loro plasticità.

Guardate, in particolare, quanto sia importante nell’effetto spiazzante della foto, la sfocatura. La poca nitidezza rende meno definite le cose e ci spinge a guardare con maggiore attenzione.  A non essere certi di cosa stiamo guardando. In definitiva, a straniarci.

Lo stesso si potrebbe dire in merito alla luminosità: la figurazione dell’acqua è bruciata in un bianco “irreale” che ci proietta in una dimensione altra. La stessa dimensione in cui sembrano perdersi gli sguardi dei personaggi e, di conseguenza, anche i nostri di spettatori. Il  fuoricampo è esso stesso un elemento di inconoscibilità e difficoltà.

Torniamo a quello che suggerivo all’inizio: il racconto è costruito per essere complicato perché complicato da “afferrare” è il senso mistico della narrazione.

Ecco che allora la difficoltà si associa a quella che è l’altra caratteristica figurativa della messa in scena: tutto si svolge in salita. I personaggi sono scaglionati su vari piani di profondità ma ripresi sempre nell’atto di inerpicarsi. Il cammino fisico diventa parte del cammino spirituale.

C’è un indicatore fortissimo che ci permette di cogliere questo senso di “ascensione”:  il braccio del personaggio in primo piano. Tutta la fotografia è costruita su quella traiettoria (quasi un asse che taglia diagonalmente  e specularmente l’immagine) e quella traiettoria sto svela un luogo comune del guardare.

Siamo abituati a pensare che i racconti visivi (quadro, foto, vignetta, etc.) ci lascino molta più libertà d’interpretazione di quanto accada con le parole. Eppure, per quanto il nostro occhio di spettatori sia privo di limitazioni che non siano quelle materiali dell’immagine (una cornice, un bordo, un qualche tipo di confine…), questa libertà non è assoluta.

Questa fotografia, con la sua costruzione tutta in salita, con tutta la sua “fatica” visiva,  sta lì a dimostrarcelo.

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