Quant’è “graphigo” Corto Maltese

…c’è sempre un antecedente per qualsiasi cosa.

Per la realizzazione del personaggio di Corto Maltese c’è dietro mezzo secolo della mia vita…

Hugo Pratt, Intervista di  Joan Benavent (Via Conversazionisulfumetto)

Scusate se torno, e magari finisco per annoiarvi,  su una diatriba  “fumettologica” da puristi, ma proprio non posso farne a meno dopo aver letto questo interessante post di Daniele Gud Bonomo che, ancora una volta, verte sulla questione graphic novel/seriale però da una prospettiva curiosa: Corto Maltese.

Perché dico curiosa? Perché, in effetti, Corto Maltese è uno di quei personaggi che mette a dura prova le categorizzazioni a tavolino.

E’ sicuramente un eroe seriale, dal momento che lo vediamo tornare in scena in diverse avventure. Al tempo stesso, è il protagonista di storie slegate l’una dall’altra, per cadenza (a)periodica, diversità di formati, scenari, temi e perfino personaggi (a parte l’eroe e pochi altri).

Daniele ne deduce che Corto è protagonista di tanti “graphic novel” perché:

Le storie, in Corto Maltese, hanno la priorità sul formato editoriale.

Cosa inversa nelle serie a fumetti, dove il formato (il numero di pagine) detta agli autori i tempi di scansione delle storie.

Premesso che parliamo di forme d’espressione e non di geometria euclidea,  per cui in definitiva ognuno può vederla come vuole, la spiegazione di Bonomo nell’occasione  mi lascia del tutto insoddisfatto.

Se stabiliamo che si possa definire una differenza di fondo tra serialità  e graphic novel in base al numero di spazi grafici (pagine, vignette, etc.) a disposizione degli autori, dovremmo dedurne che perfino Mickey Mouse Spiderman potrebbero domani – trasferiti in altri formati “più aperti” – diventare i protagonisti di romanzi grafici.

Eppure, entrambi i personaggi appena citati, nella loro lunghissima vita editoriale, hanno attraversato i più svariati formati  (la striscia, la pagina domenicale, l’albo, il volume, etc.) senza che la struttura delle loro avventure cambiasse di una virgola.

Certo il Mickey Mouse  “tutta avventura” delle strisce  degli anni Trenta è ben diverso da quello delle tavole umoristiche degli anni cinquanta è, ma ciò non deriva dal numero di vignette che Gottfredson e gli altri autori avevano a disposizione, semmai dalla duttilità della maschera narrativa disneyana.

E che dire dell’eroe popolare per eccellenza del fumetto italiano, Tex Willer?

E’ passato dal formato a striscia dei primi anni Cinquanta al formato quaderno degli anni Sessanta senza colpo ferire. Non solo: le sue storie sono a lunghezza periodicamente variabile (possono coprire da due a tre, quattro albi…). Dunque, stando alla classificazione di Bonomo, non sarebbero “perfettamente seriali” ma vi pare possibile?

Di fatto, la  serialità non è data dai formati editoriali standardizzati, che semmai ne sono una conseguenza produttiva, come le scelte tecniche (il tratto, i retini, etc.), ma dall’avere un protagonista (o dei protagonisti o delle tematiche)  “condannati” a tornare in azione.

E’ su questa  condanna narrativa a ripetersi che la serialità fonda, nel fumetto come nella letteratura o in tivvù, la sua specificità in termini di formule espressive.

Da questo punto di vista, per essere chiari, non si può stabilire una differenza “a priori” tra Corto Maltese, Tex Willer  e , perfino, Corna vissute.

Ovvio, la differenza è nella qualità dei prodotti, dei generi, delle storie. E torniamo qui a una discussione già fatta, anche con Daniele, per cui ci si illude a volte (non parlo tanto del buon Gud) che allontanarsi della serialità voglia dire per il fumetto raggiungere chissà quale Nirvana creativo.

Non è così. Proprio Corto Maltese dimostra che forme di serialità, magari sui generis ma comunque iterative, possono rivaleggiare in libertà espressiva con le più audaci sperimentazioni alternative.

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