Montalbano il giovane, Montalbano il precario

A un certo punto, prima Andrea Camilleri e poi la Rai hanno deciso che anche Salvo Montalbano dovesse avere la sua versione giovanile, così come avvenuto  già a tanti eroi seriali della letteratura, del cinema, del fumetto: da Sherlock Holmes a Superboy, da Indiana Jones a Paperino.

D’altronde si sa: dell’eroe popolare, come del maiale, non si butta via niente. E’ nella logica industriale delle storie in catena di montaggio sfruttare intensivamente il personaggio, creando dei prequel come ricordava  Michele Medda qualche settimana fa.

Il passato , prima taciuto e poi raccontato, ha sempre costituito una potente valvola di sfogo per personaggi che, nel tempo, a forza di replicare  gli stessi schemi soffrono di, fisiologica, asfissia narrativa.

Non c’è dubbio insomma che  “inventarne” un passato diventa, a volte,  il modo migliore per aggiornare il presente e garantire  il futuro dell’eroe. Anzi, il coming of age, come lo chiamano gli americani, ha un duplice fascino per lo spettatore/lettore. Da un lato gli rivela i motivi per cui l’eroe è diventato quello che è diventato, dall’altro gli mostra un personaggio fragile, non ancora formato, e dunque più umano, capace di stimolare empatia.

Su questo meccanismo si è fondata, ad esempio, la riscrittura di Superboy/Superman operata in una serie televisiva come Smalville.  Anche quel paragenio di J.J.Abrahms, nel rilanciare Star Trek al cinema, è ritornato al passato, narrandoci le prime avventure sulla plancia di comando dell’Enterprise di un James Kirk, giovane, maldestro e forse per questo più accattivante.

Ciò che lascia perplessi nel caso del giovane Montalbano, quindi non è la legittimità dell’operazione semmai il modo. Se vi capita di guardarne qualche episodio, vi renderete conto che il prequel, peraltro ben scritto e ben girato, è niente altro che la fotocopia del Montalbano che già conosciamo.

Gli stessi personaggi, con interpreti più giovani (quali il convincente Michele Riondino nei panni del vicecommissario) con le stesse caratteristiche scimmiottano quello che “faranno da grandi”. Come dire che a Vigata il tempo non è mai passato e mai passerà. Che capelli a parte,  Salvo Montalbano quello era e quello rimarrà. Le storie procedono allo stesso modo, con gli stessi identici meccanismi, con gli stessi compassati ritmi.

Qualcuno obietterà che il tenente Colombo è andato avanti trent’anni con un logoro impermeabile e un sigaro puzzolente all’angolo della bocca. Benissimo, solo che in quel caso non c’è stato bisogno di rimpiazzare Peter Falk con Steve Buscemi.

Intendiamoci, il giovane Montalbano è comunque un prodotto godibile, di qualità, se paragonato al panorama spesso desolante della fiction nostrana. Ma con una lettura  “eccessiva” si può considerarlo anche l’esatta fotografia dello stato del  paese, in cui la parola “giovane” è diventata una categoria dello spirito.

Un’etichetta, un ruolo già scritto con l’unica ambizione di ricalcare le orme di qualcun altro. Come dire: precario per statuto esistenziale, prima ancora che per contratto di lavoro. Precario perché il ruolo lo pretende, come il giovane Montalbano che porta avanti le sue indagini, aspettando soltanto d’invecchiare.

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