Tu volevi l’ americano! mmericano!

Se qualcuno viene a parlarmi in toni entusiasti della continuity, vi avviso che ho caricatola Colt45 e non esiterò a premere il grilletto. Perfino con le dita incrociate.

Michele Medda, uno dei creatori di Nathan Never

Nathan Never tocca quota 250 albi e decide di rifarsi il look, con una storia retrospettiva carbon copia (a partire dalla copertina) del primo episodio, pubblicato più di vent’anni fa.

Di quanto abbia significato per me da lettore questa serie  ho detto e ridetto. Al di là della nostalgia e del gusto personale per il genere, credo che vada riconosciuto a Nathan Never di aver rappresentato una innovazione nel fare storie e nel fare fumetti in Italia.

Anche l’attuale restyling , o per dirla in termini più tecnici la riscrittura, merita attenzione perché è una conferma di quanto avanzata fosse la sperimentazione toccata da Medda, Serra e Vigna già vent’anni fa, quando scelsero – non so quanto serenamente a rileggere l’affermazione iniziale di Michele Medda – di adottare la continuity come modalità di racconto per la loro serie.

Cos’è la Continuity? Partiamo da wikipedia:

 In fiction, continuity (also called time-scheme) is consistency of the characteristics of persons, plot, objects, places and events seen by the reader or viewer over some period of time. It is of relevance to several media.

In parole povere,  si tratta di offrire a lettori e spettatori la percezione di uno scorrere del tempo “simil reale” in serie a fumetti, telefilm, saghe cinematografiche.

Davanti ai nostri occhi, i personaggi cambiano, si sposano, si lasciano, a volte fanno figli, a volte persino invecchiano. Nelle serialità cosiddette “lunghe”, la continuity prosegue ormai da  quasi un secolo. Si può arrivare a paradossi come quello della soapSentieri”, per cui gli stessi personaggi hanno seppellito generazioni d’interpreti, cambiando semplicemente volto sullo schermo.

Nel fumetto, il problema delle rughe nemmeno c’è e i campioni della continuity sono i supereroi americani che da cinquant’anni sfrecciano tra i grattacieli di un’America di carta, mentre intorno l’America reale cambia  presidenti,  nemici e acconciature di Barbra Streisand.

Dalle nostre parti, c’è voluta l’affermazione di certe generazioni (quelle cresciute come il sottoscritto a pane e Goldrake, Girelle e Happy Days, Tegolini del Mulino Bianco e bellimbusti di Beautiful) perché la domanda d’importazione di  continuity  si traducesse in un gusto del pubblico, in una competenza degli autori e in una disponibilità degli apparati editoriali.

Se gradi di continuity sono rintracciabili anche in altre serie bonelliane precedenti  – Dylan Dog, Martin Mystere e, soprattutto,  Ken Parker – di fatto solo con Nathan Never  assistiamo alla sua piena affermazione della logica di un mondo narrativo, condannato ad evolversi e a contraddirsi.

Perché dare continuità alle storie significa mettere in concorrenza il tempo del racconto con quello della realtà. Vuoi non vuoi, il lettore che segue l’evoluzione dei personaggi nelle storie è anche chiamato a  valutare quei cambiamenti in rapporto alla sua esperienza.

Certo,  nessuno lettore di Spiderman  sembra particolarmente colpito dall’improbabilità di un Peter Parker giovane ai tempi della guerra in Vietnam e giovane ancora ai tempi della Guerra in Iraq.

Così come nessuno spettatore di Beautiful sembra particolarmente imbarazzato dal fatto che nella famiglia Forrester si siano sperimentate negli anni tutte le relazioni incestuose possibili. Anzi, al contrario si potrebbe dire che le contraddizioni alimentano questo tipo di saghe seriali, perché accumulano differenze su differenze, novità su novità.

C’è un limite tecnico a tutto questo, come è ovvio. Questo lavoro per accumulo di situazioni non può essere moltiplicabile all’infinito. Esiste una soglia di passaggio tra contraddizione e assurdità, tra lo svelare – dopo un trentennio – che i genitori dell’orfano Peter Parker non sono morti e scoprire che lo stesso Peter Parker non è che un clone del…vero Peter Parker!

Anche il buon detective Never in questi 250 albi, tra guerre intergalattiche, presenze aliene, cospirazioni segrete, etc. di contraddizioni ne ha seminate parecchie, pur senza toccare gli eccessi barocchi della continuity americana.

La riscrittura – anzi da quanto promette questo primo episodio dovremo parlare propriamente di retcon – costituisce un approdo fisiologico per chi vent’anni fa scelto una certa strada.

Allora Nathan Never era l’eccezione all’eterna iteratività del fumetto italiano  (da Diabolik a Tex). Oggi altre serie bonelliane lavorano su una base di continuity (Magico Vento, Dampyr, etc.). La tecnica è approdata persino nell’universo Disney  con Pikappa.

Si può dire che Nathan Never abbia fatto scuola? Non so. Credo, questo sì, che abbia fatto epoca.

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