Cento twitter di solitudine

L’hanno ammazzato cinguettio dopo cinguettio, 140 battute ad epitaffio, per ore.

Il giorno in cui venne ucciso su twitter, Gabriel Garcia Marquez nemmeno lo sapeva che era destinato a diventare l’ennesimo VIP dato per morto fino alla, doverosa, smentita ufficiale. La storia è raccontata qui con dovizia di particolari

Ormai il giochino lo conosciamo, la balla parte da qualcuno, qualche follower la riprende e, con un effetto domino tipico della rete, rimbalza di cinguettio in cinguettio in pochi minuti. Si propaga a macchia d’olio  e attecchisce ovunque, dagli status di Facebook ai blog. Ad accendere la miccia della bombetta mediatica in questo caso, sembrerebbe esserci il falso profilo di un altro grande scrittore, Umberto Eco.

Paradosso dei paradossi, il professor Eco è da sempre un grande critico della labilità di confine nella rete tra verità e menzogna:

Ormai internet è divenuto territorio anarchico dove si può dire di tutto senza poter essere smentiti.

Tuonava qualche tempo fa il semiologo subito rintuzzato da specialisti del campo come Wittgenstein/Sofri , da sempre attenti alle bufale dei media “tradizionali”: il pressapochismo non è monopolio di internet.

La riprova è che, nel raccontare la vicenda  nelle ore successive, siti e giornali hanno scritto cose del tipo “bufala di twitter”, come se il mezzo vivesse di vita propria. Come se il propagarsi esponenziale della balla non avesse padre e madre. Come se questa colossale, assurda, catena digitale di Sant’Antonio non potesse essere spezzata da qualsiasi utente in qualsiasi momento.

E invece le cose stanno proprio così. Non bisogna essere devoti di Lord Ashtag, per coltivare quel tanto di civiltà elettronica da distinguere @andreasarubbi , che ne so, da @fragolina81 o  @sonostorie (tanto per non far torti a nessuno). Valutare la credibilità delle cose che leggiamo in base alla credibilità di chi le scrive dovrebbe far parte del nostro approccio a qualsiasi mezzo d’espressione, personale o collettivo.

D’altro canto, non si può nascondere  il fascino insidioso di Twitter, che sembra possedere, nella sua microstruttura, tutte le caratteristiche nobili della scrittura, esaltate da Italo Calvino nelle sue meravigliose Lezioni americane.

C’è una forza narrativa enorme nel dover inseguire la brevità come orizzonte. Nell’istigare lo scribacchiante di giro a chiudere la storia in appena  140 caratteri.

Un esercizio di stile che ci fa sentire tutti Oscar Wilde ed Ennio Flaiano in potenza. Il paradosso è che pretendiamo di farlo con un mucchietto striminzito di parole che nel quotidiano utilizziamo per sentenze epocali quali:

Lo compri tu il latte o ci passo io, tornando a casa dopo la palestra?

No, signora, il Trentotto barrato non ferma più qui, l’hanno deviato in via Persichetti.

Eppure davanti a un account di twitter perdiamo qualsiasi inibizione verbale. Un’incontinenza espressiva ci spinge a metterci in coda all’hashstag del momento, come se fosse il trenino  al veglione di Capodanno. Vi invito a leggerli alcuni dei commenti alla morte inventata di Gabriel Garcia Marquez: sono istruttivi.

Ci ricordano che, certo, la stupidità, l’ignoranza, il presappochismo esistevano prima di twitter, prima  persino di Gutenberg. Forse, ne stiamo solo aggiornando le strategie.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...