Carla vive

Carla Verbano aveva 56 anni la mattina in cui suonarono alla sua porta, in via Monte Bianco, nel quartiere Montesacro, a Roma. Guardò dallo spioncino, erano tre ragazzi, dissero «Siamo amici di suo figlio Valerio».

Lei aprì, i tre nel frattempo si erano calati il passamontagna: entrarono in casa, legarono Carla e Sardo, suo marito, e li fecero sdraiare sul letto, nella camera matrimoniale. Poi aspettarono. Valerio tornò a casa, posteggiò la Vespa50 e salì. Carla e Sardo sentirono voci concitate, rumori, poi uno sparo, uno solo.

Stefano Nazzi, La morte di Carla Verbano

 Il resto della storia qui in un bel post di Stefano Nazzi. Ed è una storia tragica che, per chi come me è cresciuto in quella parte di Roma dove tutto è accaduto, fa parte del vissuto.

Su qualche muro del quartiere la scritta “Valerio vive” capita ancora d’incontrarla. Per anni è stato il mantra violento dell’odio tra opposte fazioni. I rossi contro i neri, i vivi e i morti, i torti e le ragioni, rovesciate a seconda dell’opportunità.  Di quella stagione orribile, la sola personalità che merita davvero rispetto è quella di Carla Verbano.

Perché se Valerio è “vissuto” nel ricordo delle persone non è stato per quegli slogan imbrattati sui muri o sbandierati nelle manifestazioni. E’ stato per l’impegno di quella madre inconsolabile, per il suo sguardo segnato dalla tragedia eppure indomabile. Per la sua voglia inesauribile di non arrendersi, di continuare a cercare la verità a qualsiasi costo. Carla ora non c’è più, ma il bisogno di verità su quella vicenda resta.

2 pensieri su “Carla vive”

  1. siamo passati da una situazione di caratterizzazione estrema delle opposte fazioni ad un politicamente corretto che sa tanto di compagnucci della parrocchietta. non auspico un ritorno alla violenza, ma qualche differenza dovrebbe pur esserci!
    non conoscevo questa storia, ma assomiglia alle tante di quei tempi

    1. Ho l’impressione che, purtroppo, non abbiamo mai chiarito fino in fondo (come paese) le contraddizioni di quegli anni.
      Nemmeno io amo la sindrome dei compagnucci, ma preferisco comunque saperli in parlamento a sparare cazzate invece he per le strade a tirare molotov. Come alcuni hanno fatto. Da una parte e dell’altra. Anchese ora fanno finta di niente.

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