Di simboli e contraddizioni

Ci sono racconti efficaci per la loro essenzialità.

Prendete la foto qui sopra (un clic per ingrandire): anche senza dettagliare troppo il tempo e il luogo, non è difficile intuire il contesto dell’immagine.

La forza figurativa del simbolo esibito, la bandiera a stelle e strisce, offre una immediata chiave di interpretazione della storia.  E la forza di quel simbolo ci offre anche il senso della vicenda. Il senso di un gesto di sdegno altrettanto simbolico: calpestare una bandiera.

E’ talmente forte il richiamo ideale dello star & stripes, da farci scartare fin dal principio ipotesi, magari in teoria egualmente legittime. Di fronte a una foto del genere, non si pensa che quei piedi si trovino lì per caso o per ironia.

Il fatto, poi, che non vediamo a chi appartengono quelle scarpe da ginnastica, accresce l’impressione di spaesamento e caratterizza la rappresentazione. Qui non parliamo del “prima” e del “dopo”. Qui  non c’è tempo per riflettere, o forse ce n’è troppo. La brutalità del gesto prevale su tutto.

Ecco, credo che l’efficacia di questa foto scattata a Kabul nei giorni in cui il Medioriente era squassato dalle proteste antimericane e antioccidentali,  racconti meglio di voluminosi saggi e lungi discorsi cosa sia “uno scontro di civiltà”.

E’ una storia in cui si il racconto ha sostituito la realtà, in cui gli oggetti perdono la loro consistenza materiale e diventano portatori sani d’odio, emblemi trasparenti del mondo che li ha prodotti.

Da un lato, attraverso la stoffa di quella bandiera,  filtra l’immaginario di un popolo che ha fatto della libertà un culto laico. C’è in quel patchwork rosso, blu e bianco un’idea di patria conquistata con fatica stella dopo stella, secondo un modello di vita e di società democratica, che qualcuno pretendeva addirittura fosse doveroso esportare ovunque.

Dall’altro, quella stessa bandiera agli occhi di altri popoli  è impregnata, in ogni sua fibra, dalle macchie dell’oppressione e dell’ arroganza. Filtra la protervia di un mondo ricco e pasciuto che pretende da secoli di dettare agli altri le regole, promettendo in cambio un sogno di benessere che però resta sempre confinato lì, tra la Statua della Libertà e le basi Nato.

E come tutti i simboli, quella bandiera finisce con il racchiudere fra i suoi significati anche insanabili contraddizioni, contraddizioni ben evidenziate nella foto dalle scarpe da ginnastica.

Anch’esse sono un simbolo conflittuale dei nostri tempi. Sono il sogno mediale di un  american way of life  che nasce “Born in USA” ma poi si fabbrica “Made in China”, secondo un modello di mercato che globalizza introiti e povertà, che massimizza profitti e diseguaglianze.

Perché la realtà è che le scarpe con il baffo sono semplici da esportare. La democrazia no, per quella non basta uno spot azzeccato.

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