Yes we can. Again.

E’ stata una lunga notte, ma valeva la pena rincorrerla. Come quattro anni fa.

Seguo con grande passione il percorso di Barack Obama da quasi dieci anni. Da quando, nel 2004, lo sentì infiammare – giovane senatore “misconosciuto” – la convention Democratica con un discorso meraviglioso che quasi mise in ombra la candidatura di John Kerry.

Allora, per la fortuna delle mie venticinque vittime, non avevo ancora un blog ma già massacravo la mia famiglia, gli amici, i colleghi, con mail appassionate di racconto del personaggio, delle sue idee, della sua straordinaria capacità comunicativa. Che poi era una summa di quell’Obama touch emerso in tutta la sua forza narrativa, nella corsa alle Primarie del 2008.

Cosa rimane di quella colossale speranza collettiva mobilitata quattro anni fa? Beh, diciamolo chiaramente: resta meno di quanto ci si sarebbe aspettati. A partire da quel  mantra narrativo (“Yes we can”) che, allora, scardinò le consolidate divisioni tra democratici e repubblicani e , soprattutto, seppe coinvolgere anche fasce di persone (giovani, afro-americani) che di solito restano indifferenti alla corsa elettorale.

Poi, nella pratica di governo, qualcosa si è inceppato. Non sono un analista politico, commentatori preparati come Francesco Costa forse possono aiutarci a capire cosa è accaduto e perché. Certo Obama è ancora credibilissimo (e forse per questo alla fine, comunque l’ha spuntata): ha tentato di fare le cose che aveva promesso.

Ma la realtà è che molte cose non è riuscito a farle e forse non ci riuscirà. Anche se dicono, in generale, che il secondo mandato per un Presidente americano sia di solito il migliore, visto che non deve ricandidarsi una terza volta, e può cercare di inseguire i propri “pensieri lunghi”, senza vincoli elettorali stringenti.

Per ora, anche dopo questa appassionante notte, domina un mood quasi blues: un “Yes we could ….”  e, solo il tempo, ci dirà se, nonostante i pesanti vincoli politici e di bilancio, si tradurrà nella Storia in uno “Yes we have done”.

Resta intanto la straordinaria lezione di stile, di comunicazione, di partecipazione (vedi Civati) che Barack Obama ha dato all’America e al mondo in questi anni. Un modo diverso di concepire e narrare la propria leadership in maniera quotidiana e aggregante, anche grazie al talento assoluto di story-teller visivi come Peter Souza.

L’idea che guidare una comunità non significhi necessariamente cavalcare, alla Clint Eastwood, verso il tramonto con la colt nel cinturone. Che anche l’etica della responsabilità collettiva può diventare una narrazione appassionante se chi ce la racconta sa farlo in maniera emozionata e autentica.

4 pensieri su “Yes we can. Again.”

  1. Io trovo che solo l’etica della responsabilità collettiva possa salvarci dal male dell’individualismo sfrenato. E solo un senso di comunità può far emergere i migliori e dare opportunità e speranze a tutti. Per questo mi piace Obama e questo credo che sarà il suo lascito. Spero che i semi che ha seminato in questi anni fioriscano; probabilmente non sarà lui a cogliere i frutti, ma può essere il capostipite di una nuova America e quindi di una riscoperta dei valori della condivisione e dell’aiuto ai più deboli.

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