Heil Apple! (storia della Mela Adolfa)

Vi è mai capitato, al momento del risveglio, di aprire gli occhi, ancora sonnacchiosi, e trovarvi di fronte qualcosa di insolito, inspiegabile, inaspettato?

Il più delle volte, dopo qualche istante di smarrimento,  dopo aver messo a fuoco meglio la “cosa”, ci rendiamo conto che ciò che ci sembrava incomprensibile, in un primo momento,  è nient’altro che la solita sveglia sul comodino, o una ombra disegnata dal Sole sul muro della stanza.

Torsolo-di-Mela_di-Emiliano-Ponzi_bI sensi tradiscono, lo sappiamo, ma a volte la qualità del tradimento visivo è talmente forte da costituire un piccolo, sensazionale, shock per l’occhio.

E se, nella realtà, il processo è del tutto casuale, al contrario in una illustrazione, in una fotografia, in una vignetta di fumetto, il tradimento può diventare un gioco astuto, un modo pungente di raccontare, di disturbare le certezze dell’interlocutore.

Prendete la sorprendente illustrazione di Emiliano Ponzi, qui di fianco (un clic per ingrandire).

La mela Adolfa è un singolare sovrapposizione di due storie figurative, un innocuo torsolo e un terribile dittatore, senza che nessuna delle due possa davvero prevalere sull’altra.

Gli elementi che rendono identificabile la mela (i semi, il profilo del torsolo, lo spessore della buccia, etc.) sono gli stessi che, a un altro livello di coerenza visiva,  valorizzano la riconoscibilità del volto hitleriano (la classica pettinatura, i baffetti, il collo tozzo, o meglio inesistente…). Non uno di più, non uno di meno.

O meglio un elemento in più, a favore della mela ci sarebbe: è il gravame newtoniano dell’ombra che si riflette sullo sfondo e ci dà la percezione di un oggetto concreto. Ma poi dove si trova questa mela? Quale sarebbe il piano d’appoggio? Ecco là che la componente cromatica della composizione, tutta dominata dal verde con varie  sfumature, vanifica o meglio indebolisce qualsiasi certezza figurativa. Ci riporta all’ambiguità visiva da cui siamo partiti.

Il “barbatrucco” di Ponzi ha la classe della grafica più raffinata (qui il portfolio dell’artista), qualcosa di più di una semplice esibizione di maestria tecnica. C’è un’idea di racconto ben precisa, che rimanda alla commissione e all’ideazione stessa dell’opera, ma che anche senza conoscere quella genesi, ne suggerisce il senso.

Il senso e la sensazione, verrebbe da dire. Che si possa giocare con le forme e le tinte, con il pieno e con il vuoto, con il bene e il male, con la stessa disinvolta sapienza grafica. Perché la mela che si fece Fuhrer ci lascia in bocca un sapore ironico, amaro, disturbante.

Lo stesso disorientamento sensoriale che proviamo al risveglio, quando pure consapevoli di essere stati traditi dai nostri occhi, continuiamo a vivere per qualche secondo nel dubbio che l’insolito fosse lì davvero, a un passo da noi. Ma che per coglierlo avremmo dovuto non svegliarci, aggrapparci al sogno o all’incubo a seconda dei casi, ad averne  il necessario coraggio o la sfrontata incoscienza.

3 pensieri su “Heil Apple! (storia della Mela Adolfa)”

  1. Grazie per la segnalazione. La mela Adolfa è un esempio straordinario di quel principio creativo che Rodari definiva “il binomio fantastico”: prendi due elementi semanticamente distanti tra loro, mettili insieme (facendoli deragliare dai loro percorsi di senso abituali) e dal loro contatto inusuale esploderà il germe di una nuova storia o invenzione. Se può interessare, un grande fotografo americano aveva fatto, nel secolo scorso, qualcosa di simile: aveva trasformato, con la sola forza dell’illuminazione, un peperone in una muscolosa schiena maschile e un cespo di lattuga in una chioma di capelli (ma anche in una elegantissima gonna).
    (Per vederle basta digitare ‘Weston’ in Google Image oppure direttamente nel sito http://www.edward-weston.com)

  2. …Il collegamento con Edward Weston non mi era venuto in mente. Avevo visto qualche sua foto a suo tempo, ma onestamente non ci avevo pensato. Grazie per l’interessante suggestione Enrico.

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