Nulla di semplice (di fumetti, letteratura e dintorni)

La storia potrebbe iniziare così:

Lei è bella davvero. Bruna, fradicia di pioggia. Se ne sta là, senza ombrello, con i vestiti appiccicati addosso. Ha l’aria un pò triste, i capelli bagnati le ricadono sul viso, lunghe ciocche serpeggianti che scintillano alla luce del lampione.

Ci sono donne che farebbero qualunque cosa per un viso come quello. Ci sono uomini che farebbero qualunque cosa per un corpo come quello.

Funziona come inizio di un romanzo? Badate non parlo di qualità o di gusto – ne potremmo discutere a  lungo – , parlo della capacità del brano di farsi intendere come “letteratura”. Io credo di sì. Non Dostoevsky certo. Magari Spillane o Ellroy. Comunque quel tipo di genere (hardboiled, noir, etc.), quel tipo di atmosfera.

Un_raccontoOra, mettiamo da parte il nostro romanzo nero e pensiamo invece a un racconto disegnato che inizi con la pagina qui di lato (un clic per ingrandire).

Anche qui, la domanda che vi faccio è simile: vi sembra che funzioni? Badate non vi sto chiedendo se la trovate bella o brutta, fredda o fascinosa.  Vi sto chiedendo se questa sequenza di inquadrature possa essere intesa come efficace nel suo raccontare a fumetti.

Io credo di sì. E anche stavolta mi trovo a far riferimento a certi generi, certe atmosfere e, (in questo caso) visto anche l’abbigliamento dei personaggi e gli scenari, a una certa epoca. Un fumetto nero, di gangster o qualcosa di simile.

Giunti a questo punto i miei venticinque, perspicaci, lettori (senza piaggeria, lo siete, lo siete) avranno fatto due più due e saranno arrivati alla conclusione che entrambe le versioni, quello letteraria e quella disegnata, raccontano la stessa scena con mezzi diversi.

Tutto questo, almeno che non conosciate, invece, con precisione l’origine di queste due citazioni, che  –  in realtà – sono una sola citazione: la pagina 9  del racconto autoconclusivo No smoking, quarta uscita della serie della Sergio Bonelli editore, intitolata “Le storie”. No_Smoking_Ruju_AmbrosiniQui di lato (un clic per ingrandire), potete gustarvela in tutto il suo splendore fumettistico originario.

Perché ho tirato fuori questo barbatrucco? Perché mi sembra un modo semplice per riflettere sui complicati rapporti tra letteratura e fumetto, da sempre tema stra-discusso nell’ambito dei comics – per esempio qualche giorno fa se ne dibatteva sul blog dell’espertone Matteo Stefanelli .

Certo, non pretendo di risolvere in questo post annose discussioni che impegnano, da diversi lustri, studiosi, critici e autori. Fatto sta  che il barbatrucco ci spiega almeno un paio di cose.

La prosa letteraria delle didascalie connota il genere e ci dà il sapore e l’atmosfera, ma lambisce soltanto il cuore del racconto. Altresì la messa in scena grafica ci restituisce il gioco degli sguardi dai personaggi e il procedere dell’azione ma, se gli sottraiamo le didascalie, assume un andamento molto diverso. Così pure l’impaginazione, la taglia delle vignette, l’organizzazione delle forme…. tutto partecipa al racconto.

E’ la riprova, se ancora ce ne fosse bisogno, che parlare dei comics come mera giustapposizione di parole e immagini è profondamente riduttivo. Un fumetto si costituisce sempre come un testo “polifonico”, con voci diverse (verbali, grafici, etc.) che cooperano a dare il senso e il ritmo del racconto.

I comics insomma sono figli, nipoti o cugini – fate voi – della letteratura, nella misura in cui decidono di esserlo, non per chi sa quale impasto genetico dell’inchiostro e dell’alfabeto. Nel caso citato, per esempio, è evidente il tentativo di utilizzare lo stile di prosa hardboiled per far aderire il racconto a un certo universo di genere – letterario e cinematografico –  in cui il lettore possa ritrovarsi in termini di figure e situazioni. Ma anche qui, il barbatrucco ci aiuta a capire quanto non ci sia nulla di scontato.

Per paradosso,  la maestria con cui lo sceneggiatore Pasquale Ruju riesce a mimare un certo stile letterario, tanto che potremmo davvero staccare le sue didascalie dalle immagini e proporle come un racconto in prosa, toglie fluidità all’esito finale.

E lo stesso, si può dire dello stile grafico, estramente  classico e cinematografico, con cui il maestro del pennino Carlo Ambrosini taglia le inquadrature. E’ lo storyboard perfetto di un film di carta, un film sostanzialmente muto che in molti casi potrebbe fare a meno delle parole ed, anzi, nei silenzi troverebbe una dimensione poetica maggiore.

le-storie-4-no-smoking-ruju-ambrosini-L-GreYj3Ovvio, quello che sto per dire è profondamente opinabile ma , per assurdo, i limiti in questo caso del fumetto risiedono nell’assoluta aderenza a certi stilemi letterari e cinematografici (pure gestiti in maniera egregia, lo ripeto, da due autori navigati) . Perché questa aderenza sospinge il lettore verso una sensazione di dejà vu troppo marcata.

Parere personale, s’intende, ma questo è quello che ricavo dalla lettura. E, aldilà di tutto, mi spinge a ribadire che non c’è nulla di “semplice” nella natura polifonica del fumetto. Si tratta di trovare un equilibrio  complesso tra tanti elementi differenti. Se fossimo in cucina, direi che non basta conoscere bene gli ingredienti e la quantità: contano altrettanto tempi di cottura e altre variabili. E, a volte, anche i migliori chef  del ristorante non riescono a indovinare il sapore giusto.

5 pensieri su “Nulla di semplice (di fumetti, letteratura e dintorni)”

  1. Un difetto che io ho sempre trovato nello stile Bonelli è quello della ridondanza, l’uso delle didascalie per raccontare qualcosa che è già evidente nei disegni.
    La pagina mostrata qui, inoltre, avrebbe funzionato meglio, secondo me, se la ragazza avesse prima visto la macchina o se ci fosse stata una soggettiva dell’uomo seduto dietro mentre guarda la ragazza.

    1. Non so se parlerei di “difetto” Augusto (a proposito, benvenuto, piacere!), quanto invece di stile consolidato. All’origine, lo sai meglio di me, la didascalia serviva a supportare il racconto nel formato compresso della striscia. Nel tempo è divenuto un marchio di fabbrica, una “norma del canone bonelliano” e , può essere, anche in taluni casi un difetto. Però vale la pena ricordare anche serie come “La storia del West” o “Ken Parker” che la tradizione da questo punto di vista l’hanno interrotta fin dagli anni 70 e anche in “Dylan Dog”, “Martin Mystere” o “Nathan Never” gli esiti variano molto da autore ad autore.

  2. Un incipit che funziona. In entrambi i casi. Io sono tra quelli che considera i fumetti letteratura e, come per i libri, ci sono i quelli che valgono e la spazzatura. La Bonelli fa fumetti di qualità

  3. l’incipit mi ha ricordato un’ intervista a peppino de santis, nella quale descriveva le sensazioni provate quando vide silvana mangano, per la prima volta. si adatta davvero alla sua bellezza incredibile e fuori dal tempo…

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