Dalla parte degli indiani

Lucky Luke et Pieds BluesPer anni ho guardato con distacco ai bizzarri costumi di quella strana tribù che sono gli “Ori”, quella per intenderci, governata dal pedante capo “Finchéviviinquestacasa” e dalla sua Squaw iettatrice: “Noncorrerechepoisudietiammali”.

Non riuscivo proprio a capire che gusto ci trovassero questi tizi, di solito, attempatelli (ai miei occhi di bimbo),  a spendere le loro giornate facendoti il bagnetto; arrancandoti dietro nel parco con la lingua penzoloni; sudando come Pinguini a Copacabana per asciugarti dopo la piscina; rompendosi la testa su delle stupide equazioni di matematica alle dieci di sera, mentre tu fissi beatamente le crepe del soffitto.

Arrivato a sedici anni –  l’età  stronza in cui ogni teenager nel suo intimo pensa di essere la risposta di Dio a tutte le domande del Creato – avevo maturato per gli “Ori” lo stesso atteggiamento di strafottente superiorità dei Conquistadores nei confronti dei selvaggi indigeni. Aò, se ci vi piace  restarvene in piedi la notte mentre sto fuori a farmi una birra con gli amici, cazzi vostri.

Ma, come Lavoisier ci ha insegnato e Murphy ha ribadito:  nella vita nulla si crea, nulla si distrugge, tutto ti torna indietro come un boomerang.

E così, mi è accaduto proprio quello che raccontano film  come Piccolo grande uomo e  Balla coi lupi fumetti come Ken Parker: un culo pallido viene a contatto con la civiltà dei “pellerossa” e scopre che,  malgrado la fama di feroci scalpatori e ottusi massacratori di bisonti, i nativi d’America hanno molto da insegnargli. Che i civili veri, in fondo, sono loro.

Mi sono bastati sedici mesi trascorsi nella tribù degli “Ori”, per comprendere quanto il mondo sia tutto diverso visto da qui. Sedici mesi, per rendermi conto di quello che, nelle precedenti trentasette primavere su questa Terra mi era leggermente sfuggito. Sedici mesi per provare un’ammirazione sconfinata per i mie vecchi, dolci, “Ori”. Sedici mesi per vergognarmi di come a volte li ho trattati.

E’ troppo presto per dire di averci capito qualcosa. Ma sapete quella famosa frase? Gli “Ori” spesso non trovano il tempo per capire i loro “Gli”.

Penso che ci sia del vero. Ma ora che vivo tra loro, mi sento anche di dover aggiungere una piccola postilla. Gli “Ori” spesso non trovano il tempo per capire i loro “Gli”, perché tutto il loro tempo lo dedicano ad amarli.

5 pensieri su “Dalla parte degli indiani”

  1. Comunque sia non e’ tutto ori quel che luccica. Scusa mi e’ scappata…
    Sei un grande “Ore”, nessuno aveva dubbi a riguardo anche se lui a volte ti vedrá come un “One”, scegli tu se leggerlo in inglese o in romano.

  2. Io comincio a dubitare della possibilità di entrare nella tribù, ma mi è bastato avvicinarmici un po’ per rendermi conto di quanto siano vere le tue parole… A proposito: tanti, tanti auguri🙂

  3. …Ma anch’io dubitavo che ci sarei mai entrato e invece poi. “Invece poi” sta per tutto quello che di inaspettato la vita ci dà. Cmq, tu intanto fai pratica con Tony Stark🙂 (e grazie per gli auguri)

  4. Si rientra nella tribú d’origine quando si inizia a generarne una propria. Magari non si ripetono proprio gli stessi riti e non si hanno gli stessi tabú, ma li si capisce molto meglio

  5. oddio, anche tu con lavuasiè! e sì e sì, un’altra variante verbale degli ” ori ” era: teneaccorgiquandoavraifiglianchetu! buona festa del papà, caro marco!😀

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