Paperino e il senso del lavoro

Paperino e il lavoro facileChe  Paolino Paperino e  il “lavoro”  non siano in rapporti  propriamente amichevoli è cosa nota fin dalle prime apparizioni cartoonesche e fumettistiche del personaggio.

Carl Barks, l’Omero dell’epica papera, nelle sue storie fa cimentare il nostro eroe con tante attività diverse ed, ogni volta,  i risultanti sono tanto improbabili quanto esilaranti. Paperino “che cambia lavoro” è diventato nel tempo un vero e proprio  sottogenere della drammaturgia disegnata Disney.

Insomma, se c’è un personaggio all’apparenza distante dai significati della laica festività del Primo Maggio, quello è proprio Donald Duck, uno che ha sempre preferito alla posizione eretta del Papero Sapiens, quella orizzontale sull’amaca del Papero Pigrus.

Ma c’è anche un altro modo di vedere le cose. Lo suggeriva, qualche anno fa, il semiologo Omar Calabrese in un piccolo, meraviglioso, ritratto del personaggio di cui vi ripropongo una parte e che ci ricorda come, per paradosso, Paperino sia invece il campione del significato più profondo di quello che celebriamo oggi.

Buona lettura e buon Primo  Maggio a chi passa da queste parti.

Paperino e il lavoro. Paperino non lavora. Non me ne accorsi subito. A dieci anni non c’è nessuna percezione del lavoro, se non che alla magica parola è associato il fatto che i genitori si allontanano di casa per alcune felici ore.

Ci ripensai tuttavia dopo qualche anno. E ne conclusi che Paperino aveva ragione. Non c’è propno alcun motivo per spezzarsi la schiena da mattina a sera in modo routiniero e alienante per vivere schifosamente. Si vive schifosamente anche senza lavorare.

Dunque i casi erano due: o non lavorare come Paperino o lavorare in un modo che ne producesse le chance di libertà del mio magnifico eroe. Scelsi la seconda strada, e non me ne sono pentito.

donald duckMa riesco a capire come mai migliaia di giovani negli anni attorno al Settantasette scelsero invece la prima, e inventarono slogan come il «rifiuto del lavoro» o preferirono il duro cammino della marginalità. Paperino aveva aperto qualche cervello con le sue illuminanti imprese di sopravvivenza all’insegna della felicità.

Paperino aveva fatto capire, magari inconsciamente, che è meglio l’indipendenza che il dominio altrui su noi stessi. Non dubito affatto che l’ideologia disneyana sia stata immensamente differente. Ma il problema sta nel risultato: spesso particolari apparentemente insignificanti possono esserci maestri fin dove neppure gli autori delle nostre letture potevano giungere a pensare.

3 pensieri su “Paperino e il senso del lavoro”

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