Fuori posto

Nova York_ 1958_Nina Leen_Time & Life PicturesGetty ImagesCosa ci fa ridere in una storia? Cosa desta l’attenzione del nostro occhio e ci muove al sorriso?

Non esiste una risposta sola, ma questa foto degli anni Cinquanta (un clic per ingrandire) di Nina Leen – grande fotoreporter del settimane Life – offre un buon esempio di come si possa costruire una storia ironica, mettendo qualcosa “fuori posto” nella rappresentazione.

A volte si tratta di un oggetto. A volte, come in questo caso, si tratta di un personaggio. Perché è evidente che, in questo microcosmo visivo, il piccolo signore anziano al termine della fila, sia una figura che saremmo portati a definire buffa.

La sua semplice presenza, al termine di una coda tutta femminile, ci appare incongrua. La sua statura ridotta rispetto a quella delle vicine svettanti “spicca”. Il suo vestiario impiegatizio stride con i tailleur eleganti delle signore. La sua aria assorta nella lettura si oppone agli sguardi inquieti delle astanti, concentrate sullo sportello. E qualunque sia l’oggetto dell’impazienza femminile, l’uomo con il cappello non sembra avvertirla, anzi gli fa da contrappunto con serafica tranquillità.

Tutto questo gioco visivo, si basa su due dinamiche che vanno di pari passo: differenza e somiglianza. Differenza tra l’uomo e le donne, ma anche somiglianza tra una figura femminile e l’altra. Ad esempio, ad un livello plastico, le figure femminili sono rappresentate da forme e colori tutti contigui, con rombi e quadrati delle testure che sembrano inseguirsi e intrecciarsi l’un l’altro, creando una fortissima continuità visiva. L’unico elemento dissonante è la macchia scura “umana” che insiste su una verticale propria, distante, separata, indipendente da tutto il resto.

Pensateci. L’uomo con il cappello, fotografato da solo, sarebbe assolutamente anonimo: non c’è nulla di ridicolo in lui come personaggio. E se ci fosse una sola signora accanto a lui nell’inquadratura, la differenza rimarrebbe nel canone della normalità. Le due figure sarebbero sullo stesso piano, la loro vicinanza non ci farebbe sorridere.

L’ironia della situazione rappresentata da Nina Leen deriva dalla possibilità di cogliere in una moltitudine omogenea, una figura- una sola – che rompe l’equilibrio per la sua diversità. E’ l’effetto narrativo del pesce fuor d’acqua che alimenta da millenni una quantità enorme di storie fotografiche, cinematografiche, pittoriche, teatrali…

In fondo, il meccanismo di identificazione della situazione è fortissimo. Chi di noi non si è mai trovato, in qualche frangente dell’esistenza, “fuori posto” in fondo a qualche fila?

E magari conservassimo sempre la serafica indifferenza dell’omino con il cappello al nostro destino. Quando la vita ci costringe al ruolo di pesci fuor d’acqua, a volte non resta che annaspare e sperare in qualche vasca da bagno dove tuffarsi al più presto.

4 pensieri su “Fuori posto”

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