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Flettere i muscoli e poi inchinarsi al Ratto.

Tenevo corsi di Semiotica all’Istituto Europeo di Design da un paio d’anni, quando uno studente mi propose come testo d’analisi per la prova finale una tavola di Rat-Man.

Annuì e dissi: “d’accordo”. Anche se il mio giovane interlocutore colse da subito nel mio sguardo un ché di delusione. E c’era. Perché il ragazzo mi sembrava di quelli in gamba e io, all’epoca, devo essermi detto:

Ma come? Durante le lezioni parliamo di Umberto Eco, Caravaggio e Cartier-Bresson, certo anche Lorenzo Mattotti, e Frank Miller… Ma, insomma, Rat-Man, dai per cortesia.

A pensarci, è strano che uno cresciuto  considerando Frankestein Junior un capolavoro e rivendicando l’importanza culturale delle Parodie disneyane, poi storca la bocca di fronte all’antieroe di Leo Ortolani. Ma per me è stato così per molti anni.

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Rat-mah…

Mi capitava di leggere “a spizzichi e bocconi” i fumetti di Ortolani, di sorridere ma anche di pensare che, in quelle vignette,  tutto era facile, scontato, banale.

Ovviamente  sbagliavo. Iniziai ad accorgermene proprio con quella tesina, soprattutto perché mi diede l’occasione per rileggere con attenzione le storie.

Mi resi conto di quanto ciò che  avevo, fino ad allora, liquidato come “facilità/banalità”, potesse essere letto alla rovescia in termini di sintesi raffinata. Una doppia sintesi, per essere precisi.20140112a

La complessità del “semplice”

Da un lato, infatti c’è la semplificazione che è tipica del genere. La parodia deve rendere esplicito ed immediato il richiamo all’opera originaria, esagerandone i tratti a livello visivo, narrativo, stilistico, in modo che il lettore colga subito il senso ironico della rivisitazione.

324_rat-man-68_vignetta1Semplificare è, quindi, una strategia essenziale del fare parodia e Rat-Man ne rappresenta una delle vette creative in ambito fumettistico. Ci sono sequenze della serie che mettono a nudo in maniera talmente efficace i meccanismi del superomismo, da valere più di cento trattati accademici.

Ortolani raggiunge queste vette perché conosce e ama intimamente  le opere di partenza, ovvero l’universo ideato da Stan Lee & Soci, al punto che potrebbe tranquillamente  scrivere serie come L’Uomo Ragno o Thor.

Un ratto raffinato

L’altra operazione di sintesi portata avanti dall’autore si situa a un livello più profondo, meno appariscente ma egualmente efficace, laddove alla berlina non vengono messe solo le regole del genere, ma la relazione stessa tra il racconto e il lettore, tra l’opera e chi la fruisce.

Non è un caso che – dopo Max Bunker – Ortolani sia il cartoonist  che, nell’ambito del fumetto italiano, utilizza meglio il dispositivo espressivo del controcanto, creando una contrapposizione ironica tra ciò che balloon/didascalie dicono e ciò che le vignette mostrano.

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Il controcanto non solo fa sorridere, ma fa riflettere su quello di cui stiamo sorridendo. E’ un raccontare come se si commentasse, come se il patto implicito che esiste tra autore e pubblico per tenere in piedi la finzione, fosse costa
ntemente sottoposto a revisione,  vignetta dopo vignetta, tavola dopo tavola.
Oggi, mi rendo conto che la mia sottovalutazione della grandezza del “ratto ortolano” derivava dalla incapacità di
accettare fino in fondo questo gioco che implica una dose di autoironia profonda. In altre parole, Rat-Man non parodizza tanto e solo le opere ma anche i loro lettori.

E tra la vignette di Ortolani ci siamo tutti.

Tutti noi cresciuti a Pane e Goldrake, a Ovomaltina e Jack Kirby, Portobello e Supergulp.

La perfidia umoristica di Leonardo Ortolani non risparmia neanche il cartoonist. Da questo punto di vista, non si può che definire Rat-Man come “fumetto d’autore” nel senso più letterale, e quindi autentico, dell’etichetta. Impossibile pensare il personaggio  staccato da lui, come dimostrano tentativi diversi.

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La decisione, più volte ribadita dall’autore, di porre un termine alla saga dell’uomo ratto non va considerata un vezzo o una pretesa, ma una presa d’atto concreta. Fintanto che il Ratto c’è assorbirà la gran parte delle energie di Ortolani che, invece, potrebbe in futuro sorprenderci mettendo il suo talento al servizio di altre storie. Come scriveva Ettore Gabrielli,  qualche tempo fa su Lo Spazio Bianco:

Il suo tratto tra Kirby e Will E. Coyote, così come la misura nel gestire i tempi e nel costruire le tavole, lo rendono capace di sfornare storie leggibili a più livelli narrativi, profonde e leggere allo stesso tempo.

Chissà. Nel frattempo godiamoci il Ratto e flettiamo i muscoli finché si può.

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9 pensieri su “Flettere i muscoli e poi inchinarsi al Ratto.”

  1. Bella analisi, che potresti sviscerare meglio in una serie di post (prendila come una richiesta😀 ) che risulterebbero parecchio interessanti. Una piccola nota vorrei dedicarla all’augurio finale: amo Rat-Man, le sue storie e i suoi personaggi secondari, ma, da un certo punto di vista, non vedo l’ora che finisca, perché mi piacerebbe vedere Ortolani alle prese con un genere (o un non-genere) diverso da quello attuale. In ogni casi, sì: godiamocelo finché dura🙂

  2. Ho conosciuto Ortolani ad una mostra su Bonvi, quando già Rat-Man mi aveva conquistata. Mi stupì la sua aria timida, il suo aspetto da ragazzino. Ma il suo Rat-Man é un mondo da esplorare.

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