Io sono qui

1183346_15444467-prn01_lzAvete presente le mappe dei centri commerciali?

Quelle con scritto “Voi siete qui”. E ti ritrovi tra una scala mobile che non porta da nessuna parte. E segui una indicazione di WC a soli 30 chilometri dal tuo bisogno impellente, a chiederti sconsolato: “Ma qui dove?”.

Ecco, quelle magnifiche indicazioni create da un Escher ubriaco, che ti danno il senso della posizione di un Gianluigi Buffon schierato centravanti nella finale di Champions League.

Sarà la sindrome da elettore del PD, quando dall’altra parte si palesa il pornonano ridens, ma io – quando incontro una di quelle mappe – lo so in partenza che sono destinato alla sconfitta.

Nelle giornate peggiori, mi ritrovo a pensare che quell’intreccio geroglifico di corridoi e frecce dai colori improbabili sia una immagine tragicomica della nostra vita quotidiana.

In fondo, i nostri percorsi giornalieri tra lavoro, casa, supermercati, scuole, università, autobus, treni, auto e tangenziali, non sono che una lunga, sterminata, sequela di “Voi siete qui”  in cui smarrirsi.

E non c’è tam tam satellitare che tenga, o socialbussola che possa salvarci dal naufragio quotidiano. Perché quello che manca, perfino ai mr. Magoo come me, non è tanto il “senso”  quanto il “tempo” dell’orientamento.

Quello spazio mentale di cui avremmo bisogno tra un “Voi siete qui ” e l’altro per rifiatare. Un momento per  schioccare le dita – come in un episodio del Dottor Who o “Ai confini della realtà” – e fermare magicamente l’apnea frenetica in cui siamo inghiottiti.

Perché solo a quel punto, la fatidica domanda “Dove mi trovo?” acquista un senso un tantinello più profondo di quello che può dargli google map.

Per esempio, se oggi mi fermo un momento a pensare, mi rendo conto che c’è questo “sono qui” fisico  davanti alla tastiera, con il mio lavoro, con tanti impegni pressanti ad appassionarmi, o forse per meglio dire, con la passione che mi pressa ad impegnarmi sempre e comunque.

E c’è un “sono qui” mentale, che mi fa essere con  la testa a Reggio Emilia, con Giuseppe Civati e le tante persone splendide  che continuano a coltivare un’idea diversa d’impegno collettivo. “Di tante persone che non contano ma si stanno contando già” come direbbe il poeta.

E poi c’è il “sono qui” più forte di tutti, quello che coinvolge quella roba tra il fegato e la testa. Quella roba che ti pompa in giro per le arterie la linfa vitale degli altri “sono qui”. Perché non c’è passione culturale, moto civile, bisogno creativo o abilità tecnica, che non parta  da  lì.

“Io sono qui” accanto alla donna che amo e senza di lei non saprei nemmeno essere “io” .

“Io sono qui” accanto a quel cucciolo che usa i piedini come il Pinguino di “Happy Feet”, che canta a perdifiato “Barbara Ann” dei Beach Boys, che dice “caca” per dire  “torta”.

“Io sono qui” perché spesso mi smarrisco davanti  a quelle fottute mappe,  ma poi per fortuna mi ritrovo grazie alle cose che contano sul serio, grazie alle persone che contano davvero.

9 pensieri su “Io sono qui”

  1. Bisognrebbe creare mappe umane in cui l'”io sono qui” si posiziona non tra vie e negozi, ma tra parenti, amici, colleghi. Un labirinto di teste che segnala relazioni più o meno lontane. Sarebbe poi interessante tifare la mappa ogni tot anni e vedere cosa é cambiato.

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