L’intelligenza invisibile

ghostA un certo punto è capitato di incontrarli  anche a me, quando scrivevo cartoni animati.

Me ne avevano parlato i miei maestri sceneggiatori e altri “colleghi” apprendisti stregoni alle prime esperienze.

Si diceva che fossero metà uomo e metà scrivania. Si sussurrava che non gli andasse mai bene nulla: dai personaggi alla trama. Si raccontava che pochi li avevano visti sorridere e che, per quei pochi, era stata un’esperienza tragica: non erano più tornati a casa.

Sì, per molto tempo, pensai agli “story editor”  come a figure mitologiche: dei Mr. Wolf tarantiniani alla rovescia: “Sono un editor e ti procuro problemi…”

Diciamolo chiaramente: che tu ti senta la reincarnazione di Dante Alighieri, o solo un figlio minore e indegno di Carolina Invernizio, cambia poco. Le storie, brutte o belle che siano, nel momento in cui le hai create, diventano creature cui vuoi bene e difficilmente ti piace che altri ci “mettano il naso”.

Per la verità, nella mia limitatissima esperienza, devo dire che ho (quasi sempre) trovato dall’altra parte della scrivania persone di grande spessore, che quand’anche mi ponevano problemi, contribuivano a migliorare il risultato finale.

Certo non parliamo di matematica:  determinate scelte di linguaggio, di stile, di atmosfera, possono piacere o non piacere, indipendentemente dal fatto che siano scritte bene o male. Ma anche nel caso estremo in cui un singolo intervento dell’editor fosse parziale e discutibile, nel complesso il suo lavoro resta fondamentale.

Anzi, vi sembrerà paradossale ma a mio avviso, molto più che dal contributo del singolo autore, la qualità di una serie nel tempo è garantita proprio da questa “intelligenza invisibile” che lavora alle spalle del prodotto, custode delle scelte espressive della serie, per certi versi “garante” finale del lettore affezionato.

Mi viene in mente tutto questo, mentre leggo il bel ritratto che lo sceneggiatore Moreno Burattini ha dedicato a Decio Canzio e che trovate sul sito di Sergio Bonelli Editore. Canzio è un nome che , forse al grande pubblico dice meno di quel tanto che ha rappresentato nelle vicende della principale azienda editoriale del fumetto italiano.

Per lungo tempo direttore generale della casa editrice, Canzio aveva però (come racconta Burattini) una lunga esperienza come sceneggiatore: poteva valutare il lavoro altrui, perché ne conosceva a fondo i meccanismi, perché amava quelle storie e quei personaggi, non meno di scrittori e disegnatori.

E lo stesso discorso si potrebbe fare per tanti altri nomi e vicende editoriali (per esempio anche nel caso del “Topolino” rivista), tanto per ricordarsi che l’artigianato migliore  – almeno nel campo della serialità – nasce sempre da un lavoro collettivo di bottega e non solo da una firma in calce a una tavola.

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