L’8 dicembre di Mario

obama cryVi ho parlato di Mario? Sì ve ne ho parlato (qui e poi qui e qui). E’ un vecchio compagno di strada di questo blog e anche un collega di lavoro.

Da circa dieci anni, in Italia e in Francia, Mario sopporta stoicamente i miei sproloqui sul PD e qualche volta li condivide pure. Mario, in particolare, adora Ivan Scalfarotto. Adora nel senso che se avesse quindici anni, nella sua cameretta probabilmente trovereste il poster di Ivan, accanto a quello dei Duran Duran (ebbene sì, anche Mario ha i suoi scheletri nell’armadio).

Su Renzi, la nostra opinione è stata opposta fin dall’inizio. Se io sono sempre stato diffidente (i motivi li spiegavo qui), al contrario Mario era entusiasta – come il suo idolo Scalfarotto – del “Fonzie della Curva Fiesole”.  Mario era, e penso sia ancora, conquistato dalle capacità comunicative e di leadership che io stesso, peraltro, non mi sento certo di negare a Renzi.

Che il Matteo nazionale sia un uomo in sintonia con il suo tempo ed abbia anche quell’indiscutibile istinto da “animale politico” che contraddistingue i leader veri, è fuor di dubbio.

Ma c’è anche il rovescio della medaglia, per chi vuole vederlo senza preconcetti. Vale a dire che, proprio per questa sua capacità di cogliere il “sentiment” come dicono quelli bravi, Renzi è anche uno portato a stupefacenti e repentini cambi di direzione.

Che c’è di male in questo, potrebbe dire qualcuno? Se il fine è arrivare a vincere le elezioni, cosa importa come ci arriviamo? Beh, io la vedo diversa e non, come pensa qualcuno, perché ostaggio di quel malcelato senso di superiorità sconfittista tipico di certa sinistra per cui “meglio perdere bene che scendere a compromessi”.

No, io al contrario penso che i compromessi servano, in senso riformista, ma la cosa importante è che non siano al ribasso. Mi riesce difficile pensare che si possa cambiare davvero un paese conciato male come questo, semplicemente all’insegna del “va dove ti porta il vento”.

Credo che una linea occorra tracciarla e, poi, ci vuole il coraggio e la forza di seguirla anche se qualcuno non è d’accordo, in termini di diritti delle persone, di eguaglianza sociale, di giustizia economica.
Ma vabbeh, questo non è un post su Renzi, che ha stra-vinto le Primarie e che ora guiderà legittimamente il PD come crede.
Non è nemmeno un post sul candidato su cui riponevo speranze e che (ovviamente, giudizio partigiano) ha fatto la campagna elettorale più bella e innovativa degli ultimi quindici anni, Giuseppe Civati. La nostra battaglia l’abbiamo fatta ed è solo l’inizio, come scrive Pippo sul suo blog.

Certo, anche se i risultati, a leggerli bene – vista la disparità di forze e mezzi in campo – sono comunque positivi, lunedì mattina non posso nascondere di essermi svegliato con una certa amarezza addosso. Forse sarebbe durata di più, se appena entrato in ufficio, non mi fossi trovato di fronte il buon Mario sorridente.

Per qualche momento, ho pensato che fosse lì a gongolare della sua vittoria nel “derby democratico”.  Ho fatto spallucce e gli ho detto:

“Beh, almeno è stato bello provarci…”

Lui ha annuito

“Già, peccato, ci sono pure uscito di casa co’ sto’ freddo per votare sto’ Civati…”

E così, ho scoperto che – alla fine – dopo tante discussioni – io e Mario ci eravamo ritrovati anche stavolta dalla stessa parte della barricata. Perché noi, purtroppo e per fortuna, abbiamo un cuore che batte dalla stessa parte. A sinistra.

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