Cars, o del tempo ritrovato

Che Cars, film di animazione della Pixar del 2006, fosse un gioiello cinematografico, ne avevo avuto la sensazione già la prima volta che lo vidi in dvd anni fa.

Ma in queste ultime settimane Cucciolo, che ha appena scoperto la magia delle storie, ci ha costretto a vederlo e rivederlo così tante volte che ho ho smesso di contarle.

E’ un’esperienza straniante, a metà strada tra i supplizi di Arancia Meccanica  e le delizie di un cineforum anni 70. E vi assicuro che la pellicola animata di John  Lasseter e Joe Ranft, non sfigurerebbe in una rassegna cinefila di classe.

Nonostante conosca ormai alla perfezione  ogni singolo momento del racconto, quello che mi incanta ogni volta è la qualità e l’intensità della scrittura.

Cars appartiene al quel club ristretto di meccanismi a orologeria emozionale hollywoodiana in cui persino le cosiddette “scene di servizio”, funzionali a portare avanti la trama, sono nobilitate da trovate di sceneggiatura semplicemente sublimi.

 Ma al di là di ogni tecnicismo drammaturgico, la sostanza è che le auto umanizzate del film, con i loro sogni e le loro paure,  stanno al mondo contemporaneo come gli animali fiabeschi di Esopo stavano a quello antico. 

Cars  conquista perché è un  commovente apologo, in perfetto stile Disney-Pixar, sul sentimento della nostalgia e sul valore  dell’esperienza. Una riflessione sul bisogno profondo che tutti, prima o poi nella vita, sentiamo di “perderci per ritrovarci”.

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