Nostalgia Carogna

Gli Italiani perdono le guerre come se fossero partite di calcio e le partite di calcio come se fossero guerre.

Winston Churchill

Questa storia inizia una sera di marzo di dieci anni fa con lo stadio “Olimpico”, tempio del calcio capitolino, stipato in ogni ordine di posti, per usare un’espressione dei radiocronisti di una volta.

In palio, non solo i 3 punti della classifica, ma anche l’orgoglio caparbio delle due tifoserie cittadine, per quella partita speciale che è Roma-Lazio, il “derby”,  anzi “er derbi” come si dice a queste latitudini.

La sfida Roma-Lazio è, per un romano, l’equivalente del Palio per un senese.

Un racconto che nasce nella mente dei tifosi mesi e mesi prima che l’arbitro metta in bocca il fischietto, quando vengono diffusi i calendari della nuova stagione ed ogni romanista o laziale che si rispetti l’annota con dovizia sull’agenda personale, accanto alle scadenze delle tasse e alle feste importanti di famiglia, insomma  tra il  Natale e il compleanno dei figli. A volte prima del compleanno dei figli. A volte prima del Natale.

“Er derby”, nella mia città è una storia che cresce giorno dopo giorno, nelle chiacchiere da bar, negli sfottò  tra compagni di scuola, colleghi d’ufficio, inquilini di palazzo…  Dentro la gente di Roma ci porta dentro tutto la sua storia in forma di commedia dal dal Miles Gloriosus di Plauto al Marchese del Grillo di Alberto Sordi, dalle satire di Pasquino ai sonetti di Belli.

A volte la commedia si trasforma in farsa. A volte precipita in tragedia, quando dagli sfottò si passa alla faida e le battute vengono rimpiazzate da coltelli e spranghe.

Le sappiamo queste cose: valgono non solo per Roma, ma per tutto il paese, ce ne  accorgiamo ancora in queste settimane dopo i fatti della finale di Coppa Italia.

Ma torniamo a quella sera di alcuni fa. Quando, tra primo e secondo tempo, si verifica qualcosa di particolare. Qualcosa che andrebbe indagato in termini di psicologia sociale, di antropologia metropolitana, o più semplicemente di educazione civica.

Sugli spalti si sparge la voce che c’è stato un morto. Un bambino morto, investito dalla polizia.

Non importa che le forze dell’ordine smentiscano, che scendano in campo perfino le autorità cittadine per ribadire che non è successo alcunché.

Quella sera lo stadio, a un certo punto, ammutolisce e decide che quella partita non si deve più giocare. La tifoseria romanista, dopo aver convocato persino i giocatori delle squadra, ottiene la sospensione dell’incontro.

Rievoco questa storia non per fare facili moralismi. Anzi, ho trovato ipocrita chi di fronte elle imprese della “Carogna” & Co ,  ha tirato fuori il parapà dell’indignazione, facendo finta di vivere a Oxford o a Melbourne.

E invece viviamo in Italia che è questa roba qui, niente di più e niente di meno.  Un posto dove il racconto “di parte” conta sempre più di quello collettivo.

Che la parte sia la curva, il partito,  il branco, l’associazione dei parrucchieri per calvi, cambia poco. E cambia poco, purtroppo, se l’eroe della storia è Madre Teresa di Calcutta o la Carogna.

Ma quello che provo più forte, in questi giorni, è il senso di nostalgia per un modo di intendere i derby, il calcio – e più in generale –  le cose in maniera diversa.

Un senso che abbiamo perso il giorno in cui abbiamo consegnato il paese  alle Carogne che siedono nelle curve, ma anche in tribuna autorità.

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