Guardando nel giusto

Vi chiedo per un momento di dimenticarvi di Gaza, delle tante di immagini terribili che raccontano storie terribili e che, forse avrete, già visto in queste settimane.

Vi invito a guardare questa  foto, facendo finta di non sapere nulla della Palestina e di Israele, di non esservi già fatti un’idea – ammesso che ve la siate fatta-  dei torti e delle ragioni, del giusto e dello sbagliato.

Suhaib Salem - Foto Reuters - Gaza 2014

Cosa vedete?

C’è un bambino seduto in mezzo a delle macerie. E c’è un contrasto fortissimo tra lui, tutt’uno con la poltrona, e l’incongruo scenario in cui si trova. Un contrasto reso più denso dalla differenza  di colori: scuri e compatti per il bimbo e la poltrona (quasi una macchia unica),  grigi e sbiaditi per le polverose macerie.

L’espressione del bimbo non è quella di chi ha subito un dramma da poco,  che ne so un crollo del palazzo, o qualcosa di peggio.  La sua sembra l’aria svagata di un qualunque ragazzino, seduto davanti alla tv.  Ma qui non c’è tv, non c’è parete, non c’è nulla. Tranne lui. Fermo sulla poltrona.

Ma se il bimbo è immobile. Il racconto no, si “muove”.

Si muove in maniera sottile, seminando inquietudine a livello comunicativo. Si muove tra primo piano e sfondo, in quella sfocatura non uniforme, più intensa verso l’alto e sul lato sinistro, meno intensa scendendo verso il basso a destra.

Ed è qui che il nostro sguardo incrocia il bambino, non centrato nell’immagine, ma pressoché confinato nell’unica zona nitida dell’inquadratura.

Costretto in quell’unico angolo del racconto, in cui la “gravità” della sua vita, stravaccato su una poltrona consumata e polverosa,  ha ancora un minimo significato.

Oppresso dalla sfocatura che toglie nitidezza a tutto il resto. Silenziosamente rassegnato, al non senso di tutto ciò che lo circonda e lo sovrasta.

Questa è l’analisi. Il resto è sensazione.

 

Non voglio convincervi di nulla, ma penso che non potremmo mai spiegarci come il bambino è finito lì.

E’ una fiction ai confini della realtà. Non ci sono torti e ragioni sufficienti da una parte e dall’altra, per giustificare alcunché.

Ma, paradossalmente, in questa immagine che porta il dolore della storia, io vedo il giusto.

L’unico giusto che resta, dopo le bombe, il sangue e le macerie.

Lo vedo e penso ai versi di un poeta israeliano, Yehuda Amichai

 

 Dove siamo nel giusto

Dove siamo nel giusto

non sbocceranno mai

fiori in primavera.

Dove siamo nel giusto

è pesto e difficile come un cortile

Però i dubbi e gli amori fanno

il mondo rivoltare

come talpe, come aratura.

E un sussurro sentiremo nel luogo

dov’era la casa

che è stata distrutta.


(Traduzione dall’originale in ebraico di Bruno Osimo e Maya Katzir)

Letta qui

2 pensieri su “Guardando nel giusto”

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