A Syrian Kurdish woman walks with her ba...A Syrian Kurdish woma

Il coraggio di guardare

Un fotoreporter è un narratore che entra nelle storie senza bussare.

Guardate questa foto, ad esempio. Guardate quella mano ossuta  che la donna oppone all’obiettivo che ha di fronte.

A Syrian Kurdish woman walks with her ba...A Syrian Kurdish woma

La mano è il fulcro del racconto. Lo è perché occupa il centro compositivo dell’inquadratura, ma lo – ancor prima – in senso cromatico e plastico.

La mano è più chiara del resto della figura della donna e del piccolo bimbo che tiene tra le braccia. La sua chiarezza richiama il bianco del cielo e di tutte le altre figure sullo sfondo, ma mentre tutti questi elementi vengono “spezzati”  dalla sfocatura dall’obiettivo, la mano resta l’unica figura nitida.

Potremmo contarli tutti  i segni sul palmo della donna. Potremmo improvvisarci chiromanti e percorrere la linea di una vita tanto difficile. Coglierne il dolore. Condividerne il tormento.

La maggior parte dei fotoreportage di guerra innesca questa commozione con lo sguardo dei protagonisti. Penso a certe foto dello stesso autore (Bulent Kilic), o in passato (con stili diversi) a Steve McCurry e Gilles Perres.

In questo caso, al contrario la commozione è innescata dallo sguardo negato. Da quegli occhi nascosti dietro una mano. Dietro un gesto di disperata dignità.

Proviamo a metterci nei panni di Kilic, nel momento dello scatto. Avremmo rispettato quella mano?

Forse tanti di noi, compreso il sottoscritto, si sarebbero fermati. E avremmo sbagliato.

Perché, vedete, se in queste settimane i più grandi esperti del mondo celebrano Bulent Kilic come “Fotoreporter dell’anno“, non è semplicemente per la sua bravura tecnica (colossale peraltro).

Quello che rende indelebili i suoi scatti, come quelli di altri grandi del mestiere, è il coraggio. Non solo, come è ovvio, il coraggio di essere lì a sfidare mitra e bombe, a rischiare la pelle.

Parlo di un coraggio forse meno eclatante ma altrettanto indispensabile per quello che Bernardo Valli definisce, ancor prima che un mestiere,  una “condizione esistenziale”.

Come dicevo all’inizio, il fotoreporter entra nelle storie senza bussare. Non può fermarsi davanti a una porta e, a volte, nemmeno, di fronte a una mano per quanto dignitosa.

Nell’era in cui vediamo tutto costantemente, ad ogni ora, su ogni supporto, ma in cui paradossalmente abbiamo sempre meno tempo e voglia di guardare le cose per quello che sono, il fotoreporter non distoglie mai lo sguardo.

E’ uno che rischia il cuore oltre alla pelle. E’ un narratore che trova sempre il coraggio di guardare.

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