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Cinque buoni motivi per leggere “Il Post”

Qualche settimana fa “Il Post” ha compiuto cinque anni.  Sono un lettore della prima ora di questo quotidiano online… aggregatore di contenuti o… chiamatelo come vi pare.  E, nonostante mi capiti a volte di non essere d’accordo con il peraltro direttore Luca Sofri e deus ex-machina della testata, eccovi sbrodolati (con buona pace del grande capo indiano Estiqaatsi)  i cinque buoni motivi – uno per anno di pubblicazione – per cui continuo a leggere “Il Post”.

1.      La realtà spiegata per bene

A quelli de Il Post non basta raccontare le cose, si sentono in dovere renderle chiare ai loro lettori come meglio non si potrebbe. Una formula e una ambizione che è sintetizzata spesso negli stessi titoli della testa dove ricorre l’espressione “spiegato bene”. Qualche esempio…

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bancad'italia_spiegata bene

C’è della presunzione in titolazioni del genere? Sì, secondo me c’è. Ma è una presunzione “buona”, non arrogante: la consapevolezza di proporre una diversa narrazione della realtà, rispetto al modello giornalistico imperante in Italia. In fondo quello “spiegarla bene” equivale a dire “ve la spieghiamo come noi de Il Post pensiamo che vada spiegata” e di, conseguenza, rappresenta una rivendicazione di onestà intellettuale.

2.      Belvedere sul mondo

L’immagine conta nell’informazione attuale. Sì certo, lo dicono tutti. Ma vi invito a guardare con un poco d’attenzione tanti quotidiani di prestigio che, nonostante gli archivi (o presunti tali) a disposizione continuano a schiaffare  le stesse insulse e bolse foto, ogni volta che ricorre un certo argomento. E i telegiornali non sono da meno, anzi contribuiscono a una sciatteria visiva che in molti casi – anche qui fate la prova – permette di seguirli di spalle mentre uno cucina o cambia la sabbiera al gatto.

Al contrario su  “Il Post” gli articoli, le storie raccontate, passano quasi sempre per buone foto, buone grafiche, splendide vignette…  In molti casi le immagini sono la notizia. Sono il racconto.

E’ un bel vedere per chi legge “Il Post”, basato su un bel guardare di chi “Il Post” lo fa e che passa per un rispetto assoluto di chi le immagini le produce. Sofri lo ha ribadito più volte:

Cerchiamo di essere il più rigorosi possibile. Per il 99% usiamo materiali da agenzie, con regolari contratti. Diciamo che solo l’ 1% del materiale iconografico è di fonte occasionale o è di libero utilizzo.

Anche qui sembrerebbe una banalità, qualcosa di scontato e invece basta  ricordare il caso recente e desolante del volume di vignette del Corriere della Sera sulla vicenda “Charlie Hebdo”, per rendersi conto di quale sia il valore importante che la scelta de “Il Post” mette in gioco.

3.      Sgangherato quindi cult

Se dico che “Il Post” mi piace perché è sgangherato, qualcuno potrebbe trovarlo un insulto. Spesso, nell’accezione comune, consideriamo “la sgangheratezza” sinonimo di disordine ed approssimazione, di scarsa coerenza tra le parti. Qui mi riferisco invece all’assunzione che del termine dava Umberto Eco parlando di un film come “Casablanca”  o di un fumetto quale “Dylan Dog”. Vale per ogni opera che è:

smontabile, ogni parte può essere citata fuori contesto, proprio come le terzine della Divina commedia; per questo è un cult.

La “sgangherabilità”, ovvero scomponibilità delle parti, diventa un valore (“il cult”) se le parti a loro volta hanno una loro struttura compiuta. In linea teorica ciò è possibile con qualsiasi aggregatore di testi online, realizzato come una matrioska di contenuti. “Il Post” si sposa particolarmente alla formula perché ha scelto di raccontare la realtà come un insieme di storie, singole o collettive.  Se torniamo al discorso sullo “spiegato bene” ad esempio ci accorgiamo che in quell’ottica, qualsiasi oggetto (dalla “Banca d’Italia” ad “Interstellar”) viene trasformato in soggetto di uno story-telling specifico.

E spesso la storia non è nemmeno tutta interna all’articolo, si pensi per esempio ai “Post-it”, in cui ci limita a costruire un titolo accattivante per poi linkare a un contenuto o a una fonte esterna, come ha spiegato lo stesso Sofri:

Usiamo molto i link. Non abbiamo paura di dirottare il traffico fuori dal giornale. Anzi, intendiamo il link come una opportunità per il lettore di approfondimento e di verifica delle fonti.

Stiamo parlando del leggendario iper-giornale personalizzato che ognuno ritaglia e adatta come vuole? Non proprio. Personalmente (l’ho già scritto) non credo al mito della democrazia dell’informazione online che permetterebbe a tutti di informarsi, senza passare per le dogane giornalistiche (testate, agenzie, etc.)  tradizionali. Anche perché le dogane servono e servono talmente tanto al sistema che anche se non sono visibili all’orizzonte, sono comunque state spostate da qualche altra parte.

Quindi, come per i punti precedenti,  a me che “Il Post” sia un onesto casellante va benissimo. Almeno lo vedo che sta lì  (anche) per quello.

4.      La sindrome di Stoccalmo

Sempre in termini di onestà intellettuale una cosa che può piacere, o al contempo perplimere, è la tendenza de “Il Post” di  battezzare una linea di confine tra i torti e le ragioni, prendendo le distanze dalle posizioni precostituite, e di raccontare la realtà seguendo quella linea.

Che di base è un buon principio, molto anglosassone, direi: “stiamo calmi, guardiamo ai fatti”. Ma che certe volte, dal mio punto di vista (ovvio!), cozza con la violenza del mondo che ci troviamo intorno. Per cui, ad esempio, a Luglio scorso rispetto al conflitto tra Israeliani e Palestinesi, Il Post “si è accorto” molto tardi che nell’occasione (non in termini generali), i torti  e le ragioni erano talmente sproporzionati che non prendere parte, voleva dire comunque inequivocabilmente prendere una parte.

Ho avuto uno scambio di twitt su questo con il direttore Sofri e ognuno alla fine continua a vederla come vuole.

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 5.      Being The Post (qualunque cosa sia)

Ma a parte  le divergenze con quello o quest’altro contenuto, con quella o quest’altra campagna, c’è una cosa soprattutto  che a me piace de “Il Post”. Che è il motivo per cui ogni giorno sento il piacere di sfogliare la home “prima pagina” e , ultimamente, l’ app.

Il Post ha una personalità. Luca Sofri gli ha dato un’anima che è la sua anima, indubbiamente. Se siete stati (o siete ancora)  lettori di Wittgenstein, il suo blog storico e conosciutissimo, riconoscerete nel giornale online gli stessi gusti, le stesse idiosincrasie, persino mi sento di dire, le stesse “debolezze”… Moltiplicate cento, perché spalmate su decine e decine di contenuti prodotti ogni giorno dalla piccola e agguerrita redazione che il direttore ha messo insieme  e che è la prima a riconoscersi nella personalità data da Sofri al giornale.

 “Il Post” offre la sensazione di essere fatto con l’anima per avere un’anima, per costruire una comunità con  chi (autore/lettore) in  quel profilo abbia voglia di identificarsi, o comunque di confrontarsi.  E questa è una cosa anzi, forse davvero “La” cosa fondamentale che i quotidiani cartacei italiani hanno perso da tempo.

A volte, sfogliando le insulse paginate che ci rifilano “La Repubblica”, “Il Corriere della Sera” & co, mi chiedo – se a parte l’Ezio Mauro di turno – ci sia qualcuno in quelle affollate redazioni  che, tolti i soldi e il prestigio del ruolo, senta un poco suo il giornale per cui lavora.  Parlo degli autori e, in fondo, parlo anche di noi lettori. Senza scomodare Habermas, parlo di una roba  chiamata “opinione pubblica” che è – o dovrebbe essere – la linfa vitale di un giornale stampato, online, radiofonico, televisivo o come volete voi.

“Il Post”  sfugge a questa  massa non critica perché ha scelto di inseguire un modello di giornalismo diverso. Non mi sento di dire migliore o peggiore dei tradizionali fratelli maggiori, ma di sicuro dentro “lo spirito del tempo”. Come ha detto Sofri stesso:

da quando improvvisamente da freelance privilegiato e domestico sono diventato direttore, imprenditore, esperto di informazione online e wannabe cambiatore del mondo, le cose che ho imparato mi dicono che è tutto molto complicato e sta in un sistema di cambiamenti e accadimenti che non possiamo modificare: al massimo trovare un posto dove metterci e dove mettere le nostre ambizioni e desideri apparentemente controcorrente.

Ecco il “coso” che lui ha fatto è quel posto. Anzi quel Post.

5 pensieri su “Cinque buoni motivi per leggere “Il Post””

  1. Giusto stamani stavo riflettendo sull’ormai piattezza dell’informazione giornalistica italiana sul web. E poi arrivi tu che spieghi molto bene in cinque punti perché Il Post sia uno dei migliori posti della rete, sempre più rari da trovare😉

  2. a me il post piace a volte si e a volte no, nel complesso trovo il suo modo di fare informazione unico (e vincente). La cosa che mi piace di più? L’intelligenza dei commentatori. La cosa che mi piace di meno? Il direttore marito o compagno della presentatrice del grande fratello e qualche autore che pubblica articoli di fuffa.

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