5 Maggio Proteste Roma

Se potessi cominciare a dire noi

Ci pensavo l’altro giorno, guardando quei ragazzi con le mani imbrattate di vernice e di speranza, protestare davanti alla sede del Partito Democratico a Roma.

Tra loro e la porta un cordone di poliziotti in tenuta antisommossa.
Fuori dal PD per farsi ascoltare.

Fuori dal PD come insegnanti e precari in sciopero. Fuori dal PD come gli operai delle acciaierie che qualche mese fa si beccarono pure qualche manganellata. Fuori dal PD come tanti che fino a ieri il PD lo votavano pure e che ,  forse chissà hanno anche contribuito al mitico 40 % raccolto dai Democratici alle scorse Europee.E dentro al PD, chi resta?

Dentro i signori delle tessere come Crisafulli e De Luca, tanto schifati dal Renzi rottamatore, da essere indispensabili al Renzi segretario/Premier.
Dentro tanti illustri notabili che, nonostante il mantra del #ceravamotantorottamati, continuano a contare.

Per loro è sempre la la #voltabuona , capaci come sono di passare dall’essere veltroniani di ferro a bersaniani di ferro a renziani di ferro. Di ferro sempre,  che per togliere la ruggine politica basta un poco di ossequio al caudillo  democratico di turno, e via così come nuovi.

Dentro tanti giovani di brutte speranze, tutte deluse, tanto si confermano cloni incattiviti e vuoti dei padrini rottamati.

Tutti dentro il PD, laddove “fuori” e “dentro” sono ormai  diventate le uniche categorie di valore della politica italiana. Hanno superato quelle storiche di  “destra” e “sinistra”, che come dice lo stesso Renzi non contano più,  per  un partito  cui il termine “Democratico” non può che stare stretto ormai, e infatti torna in auge il sempre vagheggiato “partito della nazione”.

Ma  “democratico”, da un certo punto di vista non va più bene, anche perché implica una idea di confronto e di elaborazione delle diverse opinioni, di ascolto dal basso che nell’epoca del decisionismo spinto a colpi di ruggenti #hashtag non funziona più. Non c’è tempo per discutere. Bisogna fare.

E non è lecito domandarsi  “fare cosa?” o “perché farlo?”.  Farsi troppe domande, secondo il Premier,  mina la fiducia del paese. A stabilire la rotta ci pensa  il twitt di  giornata #. Il resto è chiacchiera inutile, superflua, oziosa.

E se non sei d’accordo con l’hashtag, o semplicemente pensi che a volte gli “I like” su facebook  non siano sufficienti per risolvere problemi profondi, allora diventi il nemico, il gufo, lo iellatore, quello che “pratica la wikipedia della sfiga”. Come se la lotta alla disoccupazione o il rispetto della legalità, fossero una questione di scaramanzia. Come se a Palazzo Chigi  si fabbricassero amuleti contro il malocchio e non decreti legge.

Se non sei d’accordo, sei contro. e, soprattutto, sei “fuori”. Alla fine si è dovuto arrendere anche Pippo Civati e chi come lui nel PD aveva visto lo strumento politico per dare più giustizia sociale al Paese, più equità e più  merito, per cercare di ricostruire quel senso di comunità  che il Berlusconismo aveva divorato, giorno dopo giorno, anno dopo anno. Quel senso di comunità, che non si misura in punti di spread o pil, ma che è indispensabile perché un Paese non resti solo la somma dei suoi egoismi sociali e territoriali.

Chi gioisce perché Civati va finalmente “fuori”, sembra non rendersi conto che il vero problema è cosa resta dentro il PD oggi, se quelli come Civati non vi trovano più spazio.

E, mentre guardavo quei ragazzi l’altro giorno, mi sono tornati in mente dei versi di una vecchia canzone/monologo di Gaber,  che in fondo parla proprio di questo:

L’appartenenza
non è lo sforzo di un civile stare insieme
non è il conforto di un normale voler bene
l’appartenenza è avere gli altri dentro di sé.

…Perché il problema non è essere dentro o fuori il PD, ma poter trovare un luogo democratico dove “cominciare a dire noi”.

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