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“Buz on de graund” o dell’ipocrisia

C’è un’espressione che ricorre, in queste ore, nei “bla bla” catodici  che ci raccontano storie di un mondo sciagurato, in cerca di finali ancora più sciagurati.

Ce la propinano esperti in giacca e cravatta, o esperti con le stellette. Persino un tizio con la felpa verde, che l’unica guerra che ha mai combattuto nella sua vita, perdendola, è quella con la lingua italiana – ma in fondo chissenefrega lui è straniero, lui è padano -.

L’espressione fichissima è: “Boots on the ground”.

Per sconfiggere il terrorismo non bastano i bombardamenti. Per sconfiggere il terrorismo c’è bisogno di più “boots on the ground”.

Caspita.

Com’è questa minestra? Mah buonina, giusto ci vorrebbe un pizzico di sale. Mettici una manciata di  “boots on the ground” e  vedrai che sapore.

Che cosa vuol dire “Boots on the ground”?

A dar retta a wikipedia, dobbiamo questa felice definizione al generale americano Volney Walker.

Ma andando al sodo, vuol dire “inviare truppe in guerra”. Non “droni di spade”  o fantastici  jet che dall’alto sorvolano sulle miserie dell’umanità  con l’intelligenza delle bombe.

No, qui parliamo di “stivali sul terreno”. Soldati in carne e ossa che respirano, marciano e sparano. Perché questo è.

“Boots on the ground” è il grado ultimo dell’ingegneria dei parolai da centro studi bellico. Fa parte di quel gergo ipocrita – quasi orwelliano come l’ha definito Trevor Trimm  su The Guardian  – di “bombardamenti chirurgichi”, “armi intelligenti”, “operazioni lampo”.

E lo dico senza moralismi e pacifismi da quattro sghei. Troppo facili per noi che abbiamo il culo al caldo delle nostre case, piene di certezze.

Eufemismo dei miei stivali

“Boots on the ground” è  l’ultimo rifugio della nostra cattiva coscienza democratica, ora che nel 21° secolo,  non possiamo più permetterci le battute rambesche di Putin al Cremlino.

E allora riduciamo le cose a eufemismi, illudendoci così che il puzzo di merda e morte non solletichi le nostre delicate narici 2.0.

Lo dico con rispetto per tutti quelli che gli stivali  li indossano nel fango della storia. Perché quella storia è dolore e sangue.

Lo dico con affetto perché conosco anche qualche persona cara, impegnata con gli stivali laggiù nel deserto. Soprattutto per loro sento il dovere di chiamare le cose con il loro nome.

Quali che siano le scelte. Che riguardano le persone, non gli stivali, non le cose.

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