Umano contagio

Oggi, dopo una settimana in casa, bardato come tutti per il dopo bomba, mi sono recato a fare la spesa nel supermercato del paese dove abito. Ed è accaduta una cosa strana.

Nonostante le file all’ingresso, nonostante le distanze da rispettare,  nonostante le attese alla cassa, tutti (cassieri, commessi, clienti…) erano particolarmente gentili. Insolitamente gentili, rispetto al tran tran quotidiano che, di solito,  accompagna questa attività tra sbuffi d’insofferenza, fretta stizzita,  noncuranza l’uno dell’altro.

Oggi invece era  tutto un:

“Ha fatto? Posso? Che dice se… Ma no faccia Lei… Prego, prego… Ci mancherebbe…”

Qualcosa al limite del fantozziano “Vadi lei, no vadi tu”, quasi una scena di Truman Show… Tanto che nell’afferrare lo scatolame da uno scaffale, mi è venuto quasi spontaneo, dare un’occhiata in fondo, per vedere se da qualche parte avessero schiaffato qualche telecamera segreta.

E certo, probabilmente, gran parte dell’affettazione è dovuta – al netto di mascherine, guanti e bardature varie –  alla paura  di essere contagiati. Fa parte dell’orribile momento che stiamo vivendo e della sensibilità nuova che ci educa ad abitare gli spazi comuni in modo diverso.

Ma penso ci sia anche di più, perché quella sensazione di “gentilezza diffusa” l’ho già provata. E’ accaduto, diversi anni fa quando un’incredibile nevicata ha messo a dura prova la zona dove abito, costringendoci in casa per giorni, senza luce, gas, senza viveri e rifornimenti, separati dal resto del mondo.

Un’inezia rispetto a quello che stiamo attraversando oggi.  Ma, anche in quell’occasione, ho visto spuntare, nel deserto d’indifferenza generale che di solito circonda la nostra vita quotidiana, inusitati gesti di cortesia e  insperati momenti di civiltà anche tra sconosciuti. Anche tra persone con le quali fino ad allora mi ero scambiato al massimo uno stiracchiato “‘ngiorno” quando ci incrociava la mattina, uscendo di casa.

Quasi che le difficoltà profonde che stavamo vivendo, in quei momenti drammatici, ci avessero spinto  a rivalutare i rapporti  tra di noi in termini di pura umanità. Quell’ascolto delle ragioni dell’altro che permette di superare l’incomprensione attraverso il dialogo, il conflitto attraverso il rispetto,  i problemi individuali attraverso la solidarietà collettiva. Perfino nelle piccole cose attraverso quel sentimento spesso sottovalutato che lo psicanalista Adam Philips e la storica Barbara Taylor hanno definito “il piacere della gentilezza”:

È la gentilezza che rende la vita degna di essere vissuta: ogni attacco contro la gentilezza è un attacco contro le nostre speranze.

Non so se può aver senso voler provare a guardare oltre l’orizzonte nero che sta inghiottendo le nostre vite, portando dolore  nelle nostre case e nelle nostre famiglie. Però se un seme di futuro lo si potesse piantare, oggi in mezzo alle strade deserte e agli ospedali stipati di sofferenza, potrebbe essere questo.

Coltivare la speranza  che, una volta ucciso il drago, ci ricorderemo che a vincerlo, stavolta, non è stato un cavaliere solitario venuto da chissà dove, ma l’impegno piccolo e grande di tutti a rispettarsi l’un l’altro, l’aiuto reciproco tra gli abitanti di quel villaggio (globale) che chiamiamo Umanità.

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