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pellicole e dintorni

“Ci sono cose che pensi di non poter fare, ma a volte devi solo provarci…”

Forse sarà che sto invecchiando.
Ma io a una roba enorme come “Luca” riesco a perdonare persino qualche minuscolo limite che, da “ex cartoonaro”, magari intravedo pure.
Forse sarà che di fronte alla storia umana e professionale di uno come Enrico Casarosa, la commozione è tale e tanta da superare tutto il resto.
Forse sarà che ho amato così tanto il suo corto “La Luna”, che questo lungometraggio mi sembra la giusta evoluzione di quel discorso.
Forse sarà semplicemente, che come sempre accade, “Luca” mi ha toccato perché stasera io e la mia famiglia avevamo bisogno di una storia così.
Così leggera e profonda, da tenere insieme Fellini e Collodi, Miyazaki e Calvino, così autenticamente “Pixar inspired”, eppure anche così assolutamente “nostra”..

7 film a Natale

Mia moglie alla sola proposta- dopo vent’anni – ha già minacciato di rivolgersi al Tribunale dell’Aja contro i crimini di guerra. Cucciolo dopo i primi anni d’entusiasmo dà cenni di cedimento e mi tradisce con la Playstation. Potrei tentare con cucciola, ma a tre anni dubito che mi darebbe soddisfazioni…

Eppure il “Xmas addicted” che è in me non demorde e , anche quest’anno, si (ri)gusterà le pellicole di cui proprio non può fare a meno in questo periodo, neanche in un Natale collettivamente sfigato e melanconico come questo.

Primo giorno: “Vacanze di Natale” (1983)

Prima che il cinismo e il compiacimento li travolgesse, perfino i fratelli Vanzina hanno fatto qualcosa di buono per il Natale con il “prequel” di tutti i cinepanettoni, il racconto di formazione di tutti noi “MarioMarchetti-agers” degli anni Ottanta.

Le settimane bianche che ricordo della mia infanzia erano ambientate a Rivinsondoli in Abruzzo… Che non aveva esattamente lo stesso charme della Cortina d’Ampezzo del film, ma la varia umanità rappresentata dai Vanzina era esattamente la stessa che incontravamo noi sulle piste da sci e nei rifugi, o più semplicemente per le strade di Roma e Milano. E, se siete stati fortunati come me, magari anche voi avete avuto la vostra Karina Huff da sognare…

Secondo giorno “Le 12 fatiche di Asterix” (1976)

Che c’entrano Asterix e Obelix il Natale? Tutto, ancora una volta, se siete stati ragazzini negli anni Ottanta. Che a raccontarlo a cucciolo sembra di parlargli delle Guerre Puniche e, mediaticamente, in effetti stiamo parlando di un’altra epoca dell’umanità. Prima di Netflix e Prime, prima dell’abbondanza satellitare e digitale, caro figlio, c’è stato un tempo in cui vedere un lungometraggio a cartoni animati era unna magia che i bambini potevano permettersi in tv solo durante le vacanze di Natale.

Tra tutti, questo terzo film della serie “Asterix e Obelix” resta un gioiello, anche a distanza di…oltre quarant’anni (sigh!). René Goscinny e Albert Uderzo, all’epoca, speravano ancora di diventare i “Disney d’Europa” trasferendo il clamoroso successo del loro fumetto in uno studio d’animazione. Quel che resta è una storia finemente scritta e diretta, a metà tra satira sociale e parodia mitologica, con “Kafka break”- degni dei Fratelli Coen.

Terzo giorno: “La vita è meravigliosa”

…E dopo aver “scaldato” le mascelle coi sorrisi, qui s’inizia a far lavorare gli apparati lacrimali, come si conviene coi grandi film che sanno di vischio, musica di campane e stelle comete nel cielo.

Si parte dal classico dei classici del maestro Frank Capra, con l’uomo buono per eccellenza James Stewart/George Bailey a tenere in piedi il suo destino e quello di una comunità perché:

“…La vita di un uomo è legata a tante altre vite. E quando quest’uomo non esiste, lascia un vuoto.”

Quarto giorno: “The family Man” (2000)

Sono sempre convinto che parte dell’emozione che un’opera produce (film, romanzo, fumetto, canzone) sia frutto del momento che stiamo vivendo. E, allora, permettetemi di inserire nel novero degli indelebili delle festività, questa commedia relativamente recente, diretta da Brett Rattner.

Per certi versi un clone moderno de La vita è una cosa meravigliosa, per altri una riflessione sugli stili di vita e sul valore della famiglia. Qualcuno lo troverà patetico, qualcuno retorico, ma dopo la visione di questo film, una decina di anni fa non solo avevo gli occhi lucidi, ma mi sentivo in pace col mondo … Poco prima di cambiare un altro pannolino, ricolmo di profumata allegria da cucciolo…

Quinto giorno: “Un biglietto in due” (1987)

Spesso confuso con il più noto “Una poltrona per due” (altra pellicola sicuramente indovinatissima sul Natale ma non in incluso nei miei “must”) è un film – ai più – sconosciuto e sottovalutato.

Invece, Steve Martine John Candy sono una coppia degna di Stan Laurel e Oliver Hardy in questa “odissea comica”. Due personaggi, che più distanti non si potrebbe, sono costretti a restare insieme nel disperato tentativo di tornare a casa in tempo per festeggiare il Natale con i propri cari. Attraverseranno gli Stati Uniti, funestati dal maltempo, in una escalation di sfighe che regala sorrisi, ma ci riporta anche ai migliori sentimenti del Natale.

Sesto giorno: “Natale in casa Cupiello” (1977)

Vabbeh… i cinefili avrebbero da ridire su questo inserimento televisivo. Parliamo dell’adattamento tv della commedia teatrale di Eduardo De Filippo ( scritta e rappresentata inizialmente nel 1931), ripresa e replicata varie volte per il piccolo schermo dal maestro e, poi, anche da recenti, coraggiosi, epigoni .

A parte Il Canto di Natale di Charles Dickens (vedi giorno successivo), non c’è un’altra storia che sappia raccontare, con la stessa profondità, tutte le sfumature del Natale. Un Natale che “si presenta con tutti i crismi” in casa Cupiello e che, nella passione smodata di Eduardo/Luca per “o’ presepe”, trova l’allegoria dei sentimenti e delle debolezze umane perché “il presepe è commovente”.

Ed io, infatti ogni volta mi commuovo. Magari per voi saranno solo scene di un immaginario folklorico, ma per me sono la fotografia sentimentale di quanto avveniva a casa, quando mio nonno, almeno due mesi prima, cominciava a preparare il suo gigantesco “presepio” e cominciava, allo stesso tempo, a discutere con mia nonna… Ma questa, come dicono quelli bravi, è un’altra storia.

Settimo giorno: “Festa in casa Muppet” (1992)

Che cos’è il pop? E’ la possibilità di contaminare insieme cose diverse, la grande letteratura di Charles Dickens, per esempio coi i pupazzi televisivi di Jim Henson, per creare una delle più sorprendenti versioni cinematografiche de Il canto di Natale di sempre.

Tutto si regge sul filo dell’ironia e della parodia. Roba da bambini verrebbe da dire, se non fosse per un gigantesco, colossale, assoluto Michael Caine che recita benissimo anche accanto a una rana di pezza, regalandoci un fiabesco e archetipico Scrooge.

Il resto è nella magia della storia indelebile di Charles Dickens, capace di commuovere anche i sassi. E se quella magia, guardando Festa in casa Muppet non siete riusciti a provarla, lasciate pure un messaggio, in coda al post. Manderò tre amici fantasmi a trovarvi.

Facevamo cose, vedevamo film…. Venezia mon amour

E quando arrivano i giorni del Festival , perfino in questi tempi sbagliati, mi viene da pensare con nostalgia a quando con gli amici si partiva zaino e sacco a pelo in spalla per Venezia.

Andavamo al Festival con gli “accrediti culturali” rilasciati dall’università. Si dormiva sul pavimento di una scuola chiusa. La sera tra i canali dello chiccoso Lido, mentre nei grandi alberghi, le star facevano le loro feste glamour sulla spiaggia, noi potevamo permetterci al massimo una pizza. Ma la gioia era passare la giornata a guardare film di ogni genere e latitudine, a parlare di cinema  e, nel mentre, la chance di imbatterti, al bar o per le sale, in Ettore Scola o Juliette Binoche… 

Il paradiso di un cinefilo, in fondo – nausea per la pizza ai 4 formaggi a parte – me lo immagino ancora così oggi. Vent’anni dopo.

Il risveglio del Franchise

La prima volta non fu al cinema. Ero troppo giovane nel 1977.

Fu alla tivvù, qualche anno dopo. Canale 5 per la precisione. E c’erano le pubblicità, più affilate delle spade laser, a tagliare ogni due per tre le scene più belle.

Ma la Forza (narrativa) di quel film non poteva essere abbattuta dal Lato Oscuro di mastrilindi e tegolini. Specie se l’emozione è quella di un bambino che, per la prima volta, si trova di fronte la fiaba più potente del 20° secolo:

“Guerre Stellari”

Non so se la meraviglia, che ricordo così assoluta ancora oggi, a distanza di tanti anni, sia la stessa che hanno provato generazioni successive. Probabilmente sì, visto il perdurare del franchise.

Il successo di Star Wars non può essere attribuito solo all’abilità commerciale di Lucas. O meglio, l’abilità è indiscutibile, ma dovremo considerarla nei termini nobilmente pop di un moderno “marketing narrativo”: un inestricabile miscuglio di fiuto da businessman  e talento da storyteller.

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Usa il mito Luke, usa il mito

Lucas ,ancor prima che la Disney acquisisse la sua gallina intergalattica dalle uova d’oro, ha avuto il merito indiscutibile di mettere d’accordo zio Walt e nonno Omero, l’industria di Henry Ford e la drammaturgia di William Shakespeare.

Sarebbe scontato citare Joseph Campbell e quel saggio meraviglioso che è “L’eroe dai mille volti”, per ribadire quanto Star Wars affondi le sue radici nell’eterno ritorno di miti e archetipi ancestrali.

Forse, più banalmente, posso raccontarvi come abbia avvertito “Il risveglio della Forza”, ancor prima che un trailer l’annunciasse su  youtube, quest’estate in un bosco del Trentino.

Quando, dopo aver raschiato il barile delle fiabe tradizionali, di fronte alla pressante richiesta di Cucciolo di “nuove storie”, mi è venuto dal cuore iniziare così:

Tanto tempo fa in una galassia lontana…

E, anche senza roboanti effetti speciali o suoni TTHX, la fiaba di George Lucas ha funzionato alla perfezione.

Certo, mi sono limitato alla storia originale del 4°/1° episodio “Una nuova speranza”. Per i conflitti psicanalitico-generazionali de “sono io tuo padre” ci sarà tempo e modo, ahimé.

Ma è bastato eccome. Se ora, Cucciolo va in giro per casa conciato così…

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Si, figlio mio, la nerditudine scorre potente nella nostra famiglia.

…E chissà se, come si augurano i Sith commerciali della Disney, tu e i  tuoi coetanei, prenderete il posto di noi padri nelle sale cinematografiche.

Darth Vader è morto, Palpatine è morto e anche Han Solo non si sente troppo bene. Ma la fiaba di George Lucas è lì, intatta nella sua mitologica potenza.

In fondo vale per “Star Wars” quello che Neil Gaiman sostiene anche di tante altre storie:

 I racconti che leggi quando hai l’età giusta non ti abbandonano mai davvero. Magari ti dimentichi chi li ha scritti o come si intitolava la storia. A volte ne dimentichi la trama, ma se un racconto arriva a toccarti ti resterà accanto, infestando quei luoghi della mente che visiti molto di rado.

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Cars, o del tempo ritrovato

Che Cars, film di animazione della Pixar del 2006, fosse un gioiello cinematografico, ne avevo avuto la sensazione già la prima volta che lo vidi in dvd anni fa.

Ma in queste ultime settimane Cucciolo, che ha appena scoperto la magia delle storie, ci ha costretto a vederlo e rivederlo così tante volte che ho ho smesso di contarle.

E’ un’esperienza straniante, a metà strada tra i supplizi di Arancia Meccanica  e le delizie di un cineforum anni 70. E vi assicuro che la pellicola animata di John  Lasseter e Joe Ranft, non sfigurerebbe in una rassegna cinefila di classe.

Nonostante conosca ormai alla perfezione  ogni singolo momento del racconto, quello che mi incanta ogni volta è la qualità e l’intensità della scrittura.

Cars appartiene al quel club ristretto di meccanismi a orologeria emozionale hollywoodiana in cui persino le cosiddette “scene di servizio”, funzionali a portare avanti la trama, sono nobilitate da trovate di sceneggiatura semplicemente sublimi.

 Ma al di là di ogni tecnicismo drammaturgico, la sostanza è che le auto umanizzate del film, con i loro sogni e le loro paure,  stanno al mondo contemporaneo come gli animali fiabeschi di Esopo stavano a quello antico. 

Cars  conquista perché è un  commovente apologo, in perfetto stile Disney-Pixar, sul sentimento della nostalgia e sul valore  dell’esperienza. Una riflessione sul bisogno profondo che tutti, prima o poi nella vita, sentiamo di “perderci per ritrovarci”.

Occupy Batman o degli affetti speciali

Ventitré anni.

Ventitré anni fa uscivo da una sala cinematografica con gli occhi colmi di emozione per il Batman di Tim Burton.

Era la prima volta che trovavo, finalmente, un film tratto da un fumetto, capace di conquistarmi. Superman? Spiderman? L’Hulk della tivvù? Pfui! Fino ad allora nessun effetto speciale mi aveva restituito le emozioni disegnate delle vignette.

Burton invece c’era riuscito e, con il tempo, credo di aver capito perché.

Ci ho pensato l’altra sera, a ventitrè anni di distanza, uscendo da un’altra sala cinematografica, reduce da un altro Batman, quello intenso di Christopher Nolan, terzo e conclusivo capitolo della sua trilogia dedicata al paladino di Gotham.

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Resistere, resistere, resistere

Lo dedico di sicuro all’Italia, agli italiani, a quegli italiani che sanno ancora resistere, criticare, indignarsi per lo stato di tremenda anestesia in cui versa il nostro Paese, addormentato quotidianamente dalle tv. Lo dedico a tutti coloro che ancora non hanno ceduto a questa anestesia

Bernardo Bertolucci, Palma d’oro alla carriera

Cannes sta diventando il festival dell’orgoglio ritrovato per noi italiani. Dopo Elio Germano, l’anno scorso, è la volta di Bernardo Bertolucci, grande fabbricante di storie. Per ricordarci che la parte migliore di noi è quella che non si arrende.

Kick-ass: dalla vignetta allo schermo

Perché c’è tanta gente che vuole diventare Paris Hilton e nessuno che vuole diventare SpiderMan?

Si domanda Dave Lizewsky, teenager newyorkese aggrappato al mantello di Batman come fosse la coperta di Linus. Attorno a questo surreale interrogativo Kick-ass, il nuovo film di Mattew Vaughn tratto dall’omonima miniserie a fumetti scritta da Mark Millar e disegnata da John Romita Junior, sviluppa il suo racconto.

Per Lo Spazio Bianco, ho scritto dell’ultimo film di genere supereroico uscito nelle sale italiane, Kick-ass, cercando di riflettere sul passaggio dalla carta al grande schermo.

Il resto dell’articolo lo trovate qui.

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