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l’arte di narrare

Salieri non abita qui

Fin da ragazzino, tutti mi dicevano che scrivevo bene. Ed era vero. Sapevo e so scrivere.

Ma quando ho iniziato a frequentare le scuole di scrittura prima, e poi per qualche tempo a scrivere “professionalmente”, ho avuto la conferma che non ero l’unico.

Ho conosciuto tanta gente che scriveva bene come me. Meglio di me.

Alcuni oggi sono dei nomi. Altri lo diventeranno, ne sono convinto. Altri ancora, forse non faranno fortuna – perché purtroppo nella vita, a volte, essere bravi non basta – ma resteranno scrittori e scrittrici migliori di me.

Ecco, forse, il lascito più grande di quell’esperienza, oltre a qualche soldo in diritto d’autore e qualche piccola vanesia soddisfazione, è aver imparato a riconoscere e rispettare il talento degli altri, nella scrittura come in tutti i campi della vita.

Riconoscere il talento degli altri, non vuol dire svilire il proprio, tanto o poco che sia. Significa vivere con serenità i propri limiti, senza farli diventare “mancanze fatali” che avvelenano la vita.

Altrimenti si diventa come certe tristi figure che capita in certe occasioni d’incontrare, talmente incattivite e invidiose, da non riuscire nemmeno a godersi le qualità che hanno, presi come sono dal denigrare quelle degli altri.

Niente di serio tranne i sogni

La maggior parte di noi vive di ciò che mangia e respira.

Poi ci sono persone che vivono di passione. Che la passione sia costruire satelliti, coltivare piante nell’orto o scrivere storie cambia poco.

Quando li guardi, quando ci parli, ti rendi conto che c’è una scintilla nei loro occhi pronta in ogni momento a innescare una combustione  d’energia intellettuale. Un fuoco che li brucia  da dentro senza consumarli mai, ma scalda le parole che usano, i gesti che fanno, le cose che realizzano.

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Da quando ci conoscemmo in un’aula universitaria molti anni fa, ho sempre pensato che il mio amico Raffaele appartenesse alla categoria.

Oggi, dopo aver scritto un bel romanzo di cui poi prima o poi dovrò parlare anche qui, Raffaele ha  iniziato una nuova avventura da autore che è figlia di un’altra storia di quelle che partono male ma poi promettono bene.

E beh… Raffaele l’ha raccontata su FB e io mi permetto di riproporla qui di seguito, perché è una bella storia.  Una storia di passione, ovvio.

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Storia triste con finale positivo

Nel gennaio del 2015, dopo otto ininterrotti anni di contratto come story editor presso un grande editore radiotelevisivo, insieme ad una decina di miei ex colleghi, veniamo liquidati da un tagliatore di teste di Milano, che nessuno aveva mai visto e conosciuto. Un professionista nel suo lavoro, che con mirabili equilibrismi linguistici che non prevedevano mai la parola “licenziamento” (perché non eravamo “assunti”, in quanto liberi professionisti: in effetti non fa una piega) ci ha mandato via appellandosi alla “crisi”, di ascolti, di contratti pubblicitari, di budget, e chi più ne ha più ne metta, perché ormai “la crisi” è entrata nel nostro quotidiano. E’ da quando sono nato che c’è “la crisi”, e probabilmente sempre ci sarà. E’ uno stato mentale.

Ad ogni modo, con una predisposizione d’animo di profonda inquietudine e tristezza, e il vuoto davanti circa il mio futuro professionale (perché in Italia è così: se perdi il lavoro, scordati di poterne trovare un altro, nonostante la tua ventennale esperienza professionale nel settore) incontro Laszlo, che saputa della mia disavventura se ne esce con un “ti assumo io!”. Laszlo l’ho conosciuto sul set di una fiction che seguivo, lui faceva la seconda unità. Mi accorsi subito della sua bravura, del grande professionista quale è. Non solo tecnicamente, ma anche nella gestione del rapporto con gli attori, nel comunicare loro il “mood” giusto per recitare la scena, soprattutto nel mondo della fiction tv dove ci sono tempi molto stretti, poche prove e “buona la prima”.

NIENTE DI SERIO

Laszlo si era preso un anno sabbatico per portare avanti i suoi progetti e voleva coinvolgermi su Doppia Luce, un universo narrativo fantastico (che faremo, vero?).

Alla fine dell’incontro, però, se ne esce con un “ah, poi ci sarebbe quest’altra idea, ma è solo un soggetto…”. “Parlamene”, gli dico. Lui me la racconta, ed io: “Però, quasi quasi mi butterei a scriverti la sceneggiatura di questa”… “Ok, quanto vuoi?”.
Accade raramente, ma quando accade è qualcosa di fantastico: un’epifania creativa, un rimpallo di idee tra me e lui, una storia che, passando da soggetto, a trattamento, a scaletta e infine a sceneggiatura, cresce, diventa qualcosa di appassionante, profondo e bello. “Niente di serio” è un road movie, il mio metagenere preferito perché consente di avere una commistione di tutto: dramma, giallo, commedia, in un’imprevedibile concatenazione di eventi e personaggi che si ritrovano sulla strada di questo viaggio metaforico e reale. Ma soprattutto, le protagoniste di questa storia di fuga e viaggio in giro per l’Italia, sono due vecchiette ottantenni che scappano da una casa di riposo per inseguire un sogno.

Ed è così che, in una incredibile serie di coincidenze, la sceneggiatura gira, piace, funziona. Si forma un cast fantastico, per il quale non avrei mai creduto di scrivere. Ed oggi posso dirlo, mantenendo il riserbo sul cast che sarà oggetto di una conferenza stampa ad hoc: “Niente di serio” si fa. Le riprese partiranno a luglio.
Sono orgoglioso ed entusiasta di esordire nella scrittura per il cinema con un progetto come questo. Ed eccolo qui, il teaser trailer di “Niente di serio”.
Grazie Laszlo, le nostre vecchiette vivranno sullo schermo, e speriamo possano commuovere ed appassionare come hanno fatto con noi mentre le scrivevamo.

 

E poi lo chiamarono David

Circa 15 anni fa studiavo sceneggiatura e passavo le giornate con altri giovani scrittori che sognavano di fare un cinema e una tivvù diversi da quelli imperanti nel nostro paese.

Non che avessimo tutte le stesse idee, ma  in gran parte ci accomunava un certo gusto “americano”: l’ambizione di fabbricare storie capaci di mettere insieme emozione e riflessione, di utilizzare i generi andando oltre i generi…

Eravamo dei folli? A volte la sensazione l’ho provata in tutto questo tempo.

Ma se oggi guardo a serie come “Gomorra”  o “1992”, mi rendo conto che alcuni di noi – quelli di sicuro con più talento e forse pure con più “cazzimma” per dirla alla Oxfordiana – a forza di provarci, ci sono riusciti.

Ieri, per esempio ai Premi David di Donatello  (gli “Oscar” del cinema italiano) ha sbancato un film come “Lo chiamavano Jeeg Robot”, che solo 15 anni fa sarebbe stato impossibile – non dico realizzare  ma anche pensare – nel nostro paese.

Un film che ho amato per tanti motivi (alcuni li spiegavo nella recensione per “Lo Spazio Bianco”) e, recentemente, ho avuto anche il piacere di parlarne con uno degli autori,  Menotti (sempre su “Lo Spazio Bianco”).

Ecco, lui è una delle belle persone che ho “sfiorato” nella mia precedente vita da apprendista stregone di storie, quando Roberto già lavorava da qualche anno per la tivvù, dopo aver fatto a lungo anche fumetti molto raffinati.

Così ieri sera, seduto sul divano, seguivo la cerimonia di premiazione con questo trasporto “generazionale”, con commenti più da “ultras ” che da cinefilo, ogni qualvolta  veniva consegnato un David a Mainetti & Co.

E pazienza se proprio il premio alla sceneggiatura  (uno degli elementi più convincenti  dell’opera, al pari della straordinaria regia e delle ottime prove d’attore) è andato altrove.

Resta il senso di una colossale scommessa espressiva  vinta. Resta la qualità di una storia che – come mi è capitato di scrivere – funziona prima ancora che con gli effetti speciali, con gli affetti speciali che innesca nello spettatore.

 

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Il cinema visto dalla Luna

Forse, vent’anni fa, sarei stato perfino d’accordo con Gabriele Muccino.

Quando consumavo i pomeriggi e gli occhi, sui film di Hitchcock, Scorsese e Kubrik.

Quando la perfezione mi sembrava che fosse lì, formalizzabile in un movimento di camera sublime, in un’inquadratura talmente perfetta da ricomporre il senso delle cose dentro lo schermo e, forse, perfino oltre lo schermo.

Però avevo la scusa che hanno tutti i ventenni: avere vent’anni.

Mi chiedo, invece, su cosa si basi l’infelice uscita d’un regista (comunque la si pensi) maturo e preparato quale Muccino, che tra Cinecittà e Hollywood mangia e respira film ormai da una vita. Insomma

Come fa Muccino a confondere il vocabolario con il  linguaggio?

Perché quello sono carrelli, dolly, dialoghi e scene, nel cinema: le parole di un vocabolario espressivo. E sicuramente, per fare cinema, serve saper usare il vocabolario e conoscerne la grammatica.

Serve per creare un ritmo e una punteggiatura, per dare forma alle storie che uno vuole raccontare. Ma il centro resta quello: la storia. La roba, per dirla con il poeta, che mette d’accordo tutti:

quelli che hanno letto un milione di libri

e quelli che non sanno nemmeno parlare

I film di Pasolini sono proprio così: un cinema che non sa parlare. O parla male.

A livello grammaticale un cinema sgraziato, a volte quasi sgradevole per la sua mancanza di stile, per la sua incapacità di rispettare gli stessi ritmi che propone.

Però oltre alla grammatica, oltre al vocabolario, c’è… Questo.

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e  questo.

La Ricotta Pasolini

e DI SICURO questo.

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E quando li guardi, capisci, che tutto quello che possiamo dire, fare, baciare, lettera o regolamento, non conta nulla, se non ti porta anche, almeno una volta, lassù tra le nuvole.

Il cinema visto dalla Terra, può essere una gran cosa tecnicamente.

Ma è il cinema visto dalla Luna che procura l’emozione.

In fondo, tutto si risolve nella domanda che lo stesso Pasolini si era posto:

Qual’è la vera vittoria, quella che fa battere le mani o battere i cuori?

Pretendere la Luna

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45 anni fa, il primo uomo sulla Luna.
La Luna: un sogno a occhi aperti che, ogni sera, ci ricorda quanto siamo piccoli di fronte all’universo…
La Luna: sinonimo di traguardo superiore… Irraggiungibile.

cosa vuoi la Luna?

Vecchio adagio di chi ama ricordarci i nostri limiti.
Eppure, per fortuna, c’è anche chi ci ricorda – di tanto in tanto – che i sogni sono lì per essere realizzati.  Che la Luna, per quanto i professionisti della mediocrità sociale e civica di questo  Paese vogliano convincerci del contrario, possiamo volerla, addirittura pretenderla con il talento e la passione.
Vale per Neil Armstrong, primo uomo a toccare il suolo lunare. E vale per ciascuno di noi in fondo.

Ci pensavo ieri, rivedendo il corto della Pixar candidato all’Oscar nel 2012. L’ha scritto e diretto un italiano, Enrico Casarosa, emigrato allamerica a vent’anni (qui la storia) per fare uno di quei mestieri “impossibili” in un paese come il nostro.
E che parla, forse non a caso, di un viaggio sulla Luna.
il corto “La luna”

Michele, Nathan e i filosofi greci

…Arriva un punto, dopo un certo numero di anni, in cui il fumetto seriale è un moloch che rischia di divorarti.
Hai prodotto talmente tanto che ti sembra tutto uguale. Qualunque cosa ti ritrovi a scrivere, l’hai già scritta. Quindi, se tieni alla qualità del tuo lavoro, devi sorvegliarti.
Se invece pensi solo alla pagnotta, è un altro discorso. Nel nostro lavoro, più produci e più guadagni. Però, non nascondiamoci dietro un dito: se scrivi più di mille pagine all’anno, non stai scrivendo capolavori. C’è una bilancia che cerchi di tenere in equilibrio tra le tue esigenze economiche e la qualità del tuo lavoro.

Michele Medda, intervistato per Lo Spazio Bianco

Non capita tutti i giorni d’incontrare e intervistare uno dei propri autori preferiti, a me è accaduto qualche mese con Michele Medda, uno dei più bravi scrittori di fumetti italiani.

Mi dicono che ne sia venuta fuori una conversazione interessante sul fumetto e sul mestiere di sceneggiatore. Se così è, ovviamente, il merito è dell’intervistato.

L’intervista è online da qualche tempo su “Lo Spazio Bianco”: la prima parte la trovate qui. La seconda qui (ci trovate anche la spiegazione del curioso titolo di questo post).

La firma della storia

Storytelling by randis (devianart)Che ogni storia abbia un cantastorie alle spalle è ovvio, ma non è detto che la firma in calce al racconto o al quadro sia sempre leggibile.

Così, a millenni di distanza, continuiamo a  chiederci se sia davvero esistito un aedo cieco di nome Omero, o se il nobile bardo fosse un tale William Shakespeare.

Certo, l‘Iliade e Macbeth sono ancora qui con noi e tanto basta per l’umanità dei lettori.

Resta il fatto che, come avrebbe detto Trilussa, li “popoli ciovili” si danno delle regole e, per salvaguardare il credito di riconoscenza con i fabbricanti di storie, ci siamo inventati  il “diritto d’autore”. Che cambia di epoca in epoca, da paese a paese, con distinzioni non di poco conto.

Penso banalmente, alla grande scuola del fumetto disneyano in Italia.

Oggi ci sembra normale leggere i nomi di Tito Faraci, Giorgio Cavazzano e Silvia Ziche in calce alle storie. Eppure, solo trent’anni fa non era così, come hanno documentato in un bel saggio Fabio Gadducci e Mirko Tavosanis.

Oggi, la rivoluzione digitale offre tante opportunità  ed altrettante pericolose involuzioni. La vicenda che racconta il cartoonist Luca Giorgi in questo senso fa riflettere.

Immagino accada sempre più spesso, perché ormai nell’era dei socialcosi è fin troppo facile cedere alle lusinghe del “condividi”, senza indagare  troppo sulla provenienza dell’immagine. Non posso escludere di esserci cascato anch’io qualche volta.

Cosa vuoi che sia? Dirà qualcuno e, invece no: è importante. E non lo dico, in maniera egoistica, come autore iscritto alla SIAE, che ogni anno percepisce (sempre più sparuti) talleri per le storie scritte.

I talleri hanno un valore, ma ancora più valore ha il riconoscimento pubblico del proprio lavoro. E’ un fatto di dignità sociale, ancor prima che di civiltà legale.

Cars, o del tempo ritrovato

Che Cars, film di animazione della Pixar del 2006, fosse un gioiello cinematografico, ne avevo avuto la sensazione già la prima volta che lo vidi in dvd anni fa.

Ma in queste ultime settimane Cucciolo, che ha appena scoperto la magia delle storie, ci ha costretto a vederlo e rivederlo così tante volte che ho ho smesso di contarle.

E’ un’esperienza straniante, a metà strada tra i supplizi di Arancia Meccanica  e le delizie di un cineforum anni 70. E vi assicuro che la pellicola animata di John  Lasseter e Joe Ranft, non sfigurerebbe in una rassegna cinefila di classe.

Nonostante conosca ormai alla perfezione  ogni singolo momento del racconto, quello che mi incanta ogni volta è la qualità e l’intensità della scrittura.

Cars appartiene al quel club ristretto di meccanismi a orologeria emozionale hollywoodiana in cui persino le cosiddette “scene di servizio”, funzionali a portare avanti la trama, sono nobilitate da trovate di sceneggiatura semplicemente sublimi.

 Ma al di là di ogni tecnicismo drammaturgico, la sostanza è che le auto umanizzate del film, con i loro sogni e le loro paure,  stanno al mondo contemporaneo come gli animali fiabeschi di Esopo stavano a quello antico. 

Cars  conquista perché è un  commovente apologo, in perfetto stile Disney-Pixar, sul sentimento della nostalgia e sul valore  dell’esperienza. Una riflessione sul bisogno profondo che tutti, prima o poi nella vita, sentiamo di “perderci per ritrovarci”.