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Last (but not least) Jedi

E niente. Hai voglia a fare lo scafato, il nerd di mondo, quello che

ne ho viste  e lette di cose che voi staruorsiani che puzzate di latte  e Jar Jar Binks non potete nemmeno immaginare…

Basta che quei paracool dalle parti di Hollywood annuncino il titolo del prossimo film e anche tu inizi a liquefarti nell’attesa  come la lava sul pianeta Mustafar.

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In particolare adesso che il piccolo padawan di casa fibrilla insieme a te, mentre vi lavate i denti e mugugnate congetture al fluoro sul Jedi che verrà.

Il titolo sarà riferito a quel vecchio rinco di Luke, come l’hai visto l’ultima volta  con la barba alla Padre Pio? Gli faranno la pellaccia come… No, no niente spoiler che magari un vecchio soldato giapponese, rinchiuso in un bunker sotto i ghiacci del polo senza tv via cavo, ancora non li ha visti i film precedenti…

Papà e se l’ultimo Jedi fosse la ragazza Rey?

Si, figlio, bravo hai ragione, potrebbe essere. E a te vengono i lucciconi  orgoglioni agli occhi guardando il tuo piccolo padawan, come Anakin guardando Luke quando si toglie il cascone alla fine de Il ritorno dello Jedi. Perché la nerditutine scorre potente nella nostra famiglia.

E’ il potere della Forza. La Forza del franchise.

 

 

 

Il Lato Oscuro non fa vacanza

Il Cucciolo arriva tutto trafelato:

“Papà, sveglia, sveglia!”

Io, la faccia affondata nel cuscino, farfuglio:

“Chiiii…. Coooosa…. Peeeeeeerchééééééé?!”

Cucciolo mi piazza davanti al naso lo StormTrooper :

“Papà alzati! Le tvuppe impeviali stanno attaccando Iuc ScaiUolcher!”

Io mi stropiccio gli occhi disperato, la voce ancora impastata dal sonno:

“Maaa….Sono le 7 del mattino… Oggi è vacanza…”

Cucciolo mi fissa con sguardo serio e compito:

“Papà, il Lato Oscuvo non fa vacanza!”

 

più o meno tutto

…Una corsa di bighe su uno schermo enorme che i cavalli mi sembra stiano calpestando anche noi. E allora mi rannicchio stretto tra le braccia di mio padre.

E’ il 1979, la prima volta al cinema.

…Il televisore, appoggiato sul frigorifero, è piccolo, piccolo e la voce di Martellini sembra sconquassarlo, quando ripete

Campioni del Mondo, Campioni del mondo, Campioni del mondo

Poi usciamo sul lungomare: bandiere che sventolano, clacson che suonano, persone che si abbracciano.

E’ il 1982…

Mi sento misteriosamente felice in mezzo a un oceano di sconosciuti.

…Vado a giocare dal mio amico Daniele, tutto orgoglioso del mio He-Man e lui mi mostra il suo, insieme  a Man-At-Arms, Beastman, Mer-Man, Teela, Stratos e Zodac… Ce li ha tutti e ha pure il castello di Grayskull, insieme a una caterba di altri giocattoli…

E’ il 1983

e scopro l’invidia di classe (3° elementare C).

…Il profumo dell’olio caldo mi avvolge, quando entro in cucina. C’è mia nonna china sui fornelli: prepara i “cururicchi”, con l’uvetta e il miele.

E’ la vigilia di Natale del 1985

ma potrebbe essere uno qualunque, di quei tanti così sereni nel ricordo trascorsi così da ragazzino. Che trent’anni dopo ho ancora quell’odore dolce nelle narici, quel sapore di casa sulla bocca.

…Giro e rigiro la busta tra le mani, con il topo con i guanti gialli che mi sorride. So cosa c’è dentro o spero di saperlo. Faccio un respiro profondo e strappo. Dentro tante congratulazioni e un abbonamento alla rivista in omaggio, ma la mia storia non ha vinto.

E’ il 1992:

penso di essere in credito con l’universo  e per quello da lì a poco diventerò il nuovo Frank Miller del fumetto mondiale. Tsk, tsk, tsk.

…Steso a pancia all’ingiù sul lettino della spiaggia deserta, non la vedo arrivare. Ma ascolto la sua voce mentre canticchia “Pezzi di vetro” di De Gregori e un profumo di te verde che si spande per l’aria . Mi innamoro di Lei in quel preciso istante,

nell’estate del 1998.

…I canyon, la terra, i cactus e un orizzonte infinito color cielo davanti a noi.Mi guardo intorno incredulo,  le mani sudano, il cuore batte forte. Come in un film di John Ford. Come in un fumetto di Tecs Uiller.

E’ il giugno 2001,

sto guidando una chevrolet nella Monument Valley.

…Sono vestito come il pinguino Giovanni e intorno ci sono cento occhi che mi guardano. Beh in realtà, guardano una porta aperta, aspettando che qualcun altro entri. E anch’io ho gli occhi piantati su quella porta, con il cuore che mi batte all’impazzata. Finché attraversa la porta, trattengo il fiato:

è  il 2008 e Lei è bellissima.

Primo colloquio con il nuovo capo. Non è passato un quarto d’ora di dialogo fitto e appassionato che arriva a bruciapelo la domanda che non ti aspetti:

Ma lei ci verrebbe a lavorare in Francia?

E rimango senza fiato per un momento. Passano nella testa tante cose, soprattutto penso a Lei. E incomincio a sentire le farfalle nello stomaco… So che dovrei riflettere ma ho già detto sì, senza nemmeno accorgermene…

E’ il 10 dicembre 2008.

Cinque mesi dopo, abito a Tolosa.

…Guido sulla strada deserta, a tarda notte. Non si vede granché: da qualche minuto piove forte. Allora mi fermo e parcheggio l’auto in un’area di sosta. Poi esco, alzo gli occhi al cielo e lascio che la pioggia mi schiaffeggi la faccia.

E’  il 2011,

da due ore sono diventato papà.

…Siamo sul divano con cucciolo, leggiamo il libro dei Barbapapà.

Cucciolo: ” Papà e quetto chi è?”
Io: “…. Quello è Barbapapa’ … Il capo della famiglia. Vedi? Ci sono Barbamamma, Barbabarba , Barbottina e c’è lui che si prende cura di tutti…”
Cucciolo (sorridendo): “Papà, Barbapapa’ è come tu!”

E io l’abbraccio forte e penso che… No, non penso niente. L’abbraccio forte e mi godo la testolina sulla spalla. La risatina franca, mentre gli faccio solletico alla panciotta.

E’ il 2014.

 

…E questo è più o meno tutto. Quello che ricordo, quello che mi va di ricordare in una sera come questa in cui finisce l’anno. L’anno in cui ho compiuto quarant’anni. Inevitabilmente anno di bilanci e riflessioni.

L’anno in cui ho scritto pochissimo sul blog e non sono sicuro che le cose cambieranno da qui a breve. Ma va bene così. E’ la vita.

Buon anno a chi passa da queste parti.

 

ALTAN_invecchio

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Quattro lettere

The mobile storytelling theatre by AlexanderJanssonUn secolo fa ho scritto dei cartoni animati.

I venticinque lettori di questo blog  già lo sanno e, probabilmente,  tengono a questa informazione quanto il grande capo indiano Estiqaatsi.

Penso, però, di non aver mai detto da queste parti dell’emozione forte provata quando, per la prima volta, ho rivisto in tv una di quelle storie.

Una bella sensazione ma anche un certo senso di smarrimento – lo ammetto – come se dopo aver sudato le famigerate sette camice per realizzare scene e parole, dal momento che le vedi lì sullo schermo, concrete, tangibili, “reali”, paradossalmente senti che non ti appartengono più, semmai ti sono mai appartenute davvero.

Mi sono chiesto tante volte che cosa avrei provato nel vedere un bambino guardare uno di quei cartoni.

E’ accaduto l’altro giorno, tanti anni dopo. E il bambino non era un “bambino qualunque”. Era, anzi è, Cucciolo.

Purtroppo non ero lì affianco a lui, sul divano di casa, come ogni tanto capita di questi tempi, a guardare un film Disney. Ma mi dicono che sia avvenuto proprio così: su un canale satellitare passavano il cartone “di papà” e lui si è fermato a guardarlo.

Pare che l’incanto sia durato meno di due minuti, poi Cucciolo ha deciso che la storia non era granché ed ha preferito andarsene a giocare.

Se il campione di audience è attendibile, forse si capisce perché io – quindici anni dopo – non scriva più cartoni animati.

Fatto sta che in quei pochi minuti, è come se H.G.Wells mi avesse regalato un giro sulla sua mitica macchina del tempo, tra passato e presente, tra vissuti e mondi distanti anni luce che improvvisamente s’incontrano. E in mezzo c’è quello strano, incommensurabile, flusso di emozioni, desideri, rimpianti e scoperte che, chissà perché, abbiamo scelto di raccogliere in appena quattro lettere. Quella cosa incomprensibile che chiamiamo “Vita”.

Con te se ne parte la primavera

De Andre_ Ivo Milazzo

Avevo dodici anni quando la nostra illuminata insegnante d’italiano, mise sulla cattedra il suo vecchio registratore e ci fece ascoltare La guerra di Piero.

Rimasi rapito. Chiesi in prestito la cassetta e la riascoltai a casa, con le cuffie del walkman, fino a consumarla.

Non ricordo bene, ma credo fosse una raccolta fatta da lei con brani tratti da vari album: La canzone di Marinella, Il giudice, Il testamento di Tito, Il suonatore Jones… 

Era solo l’inizio di un lungo amore che è continuato fino a quindici anni fa, esattamente in questo giorno, quando Fabrizio De André ci ha ha salutato l’ultima volta.

A volte, mi chiedo come sarebbe stata povera la mia vita senza le emozioni che Faber mi ha dato e che continua a darmi.

Ne ho avuto la certezza  quando è nato cucciolo.

Sapete i primi giorni, quando ti metti in cerca di una ninna nanna con cui accompagnare il piccolo fra le braccia di Morfeo? Beh per me, stonato come una campana e con nessuna memoria per le parole delle canzoni, un bel problema.

Finché una sera, disperato,  con il frugoletto che mugolava fra le mie braccia…

La chiamavano bocca di rosa metteva l’amore metteva l’amore

è sgorgata da sola, dal fondo dell’anima, verso dopo verso.

E da lì, per parecchi mesi, è diventa la colonna sonora dei sogni di cucciolo.

Lo so: i contenuti non sono proprio adatti alle orecchie di un neonato, ma che vi devo dire? Funzionava.

Forse perché la passione animava persino la mia voce stonata e gracchiante.

Forse perché nemmeno la mia voce stonata e gracchiante riesce a cancellare l’incanto di Faber.

Le parole speciali

Ciao, Margherita, buon compleanno.
E così oggi fanno quattro, dolce nipotina.
Quattro anni che, per coincidenza pigio i tasti sulla stessa tastiera per scrivere post. Perché tu e questo blog avete fatto “Uéh” lo stesso giorno ed uno dei buoni motivi, per cui mi ostino a scriverci ancora, è che mi ricorda momenti così belli e intensi.

E, allora oltre a un bel giocattolo e a un bel libro di fiabe, zeppo di figure come piacciono a noi, Margie, permettimi di farti un regalo particolare, un segreto che condivido solo con le persone davvero uniche come te.
Il mio segreto si chiama “Parole speciali”.

Quali sono queste parole? All’apparenza sembrano parole come tutte le altre che usiamo ogni giorno ed invece – nel momento in cui le ascolti – scopri che hanno un potere magico. 
Che scaldano più del fuoco. Che non si bagnano  sotto la pioggia. Che illuminano il buio come il lampo nella notte. Che ti indicano la strada meglio dei navigatori. Che ti sfamano quando hai fame. E dissetano quando hai sete. Che ti consolano nei giorni brutti e che ti fanno sorridere nei giorni belli. Che resistono al tempo che passa. Che non invecchiano mai.

Dove sono? A questo è difficile rispondere. Con il tempo scoprirai che, a volte, non sono sufficienti tutti i vocabolari e i libri per trovarle. E, anche se è importante studiare molto per capire le parole, sappi che nemmeno quello basta. Anzi, diffida sempre di chi si riempie la bocca di paroloni come se appartenessero solo a lui.

Le parole speciali sono di tutti e di nessuno. Le ho trovate in bocca a chi a malapena ne conosceva quattro nella nostra lingua. Le ho ascoltate da bimbi piccoli come te che le tiravano fuori dal loro sorriso sdentato, come se fosse la cosa più normale del mondo. Le ho sentite evocare  a voce piena dai poeti. Le ho ascoltate cantate dolcemente, una, sera, da tua zia, mentre portava il cucciolo a nanna.

No, non so dirti, cara Margie, quando ti capiterà di incontrarle. E non so nemmeno dirti, come farai a riconoscerle. Ma sono certo che sarà bello scoprirlo, perché la scoperta è parte della magia.
Quello che so è che le parole speciali ti migliorano la vita, come è accaduto a me quattro anni fa, quando ho ascoltato per la prima volta la parola: “Margherita”.

Tanti auguri piccola.