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Il peggio del peggio

Il Mambo e la Mummia

Enrico_doc_la_mummia_2013Che cosa si siano detti in tre ore e mezzo di “cordiale colloquio”, per me , resta un mistero.

D’accordo l’Iva, l’Imu e “I”l cavolo che vi pare. Ma vi sembra normale che il Premier possa ciarlare dei destini del paese in tutta tranquillità con un suo predecessore che, solo due giorni prima, è stato condannato a sette anni di galera per istigazione della prostituzione e concussione ?

Per essere precisi e garantisti, è solo il 1° grado, ma la situazione suona un tantinello surreale. E va bene che nelle avventure dell’ormai mitico “Enrico Doc”, Presidente del Consiglio e indagatore dell’incubo, tutto sembra poter accadere, dai Lupi Mannari ai bianchi gigli sottosegretari.

La politicaccia splatter ci ha ormai assuefatto a qualsiasi orrore. E, ancora una volta, ci ritroviamo a a pendere dalle labbra botulinate della Mummia delle libertà,  per sapere se lascerà vivere il Governo oppure ci trascinerà di nuovo nella melma elettorale, magari con la nuova Farsa Italia.

Con tutta la simpatia per “Enrico Doc”, questo governo sta diventando una seduta permanente di Mambo. Quanto in basso,  per “il Bene del paese”, si possa abbassare l’asticella della dignità civica, della moralità pubblica, della “P”olitica seria, non si capisce. O si capisce benissimo.

Lo scriveva un paio di giorni fa Civati:

C’è chi pensa che dobbiamo fare il punto, e stabilire dove siamo e dove stiamo andando. E che far finta di niente sia soltanto uno stupido, pericoloso inganno.

Perché,  a forza di abbassarla quest’asticella, l’unico modo per passarci sotto, tra poco sarà strisciare.

George on my mind

Stamattina ascoltavo i commenti di:

quelli che non hanno vinto ma non hanno perso e sono tanto contenti di aver portato il paese alla paralisi

quelli che hanno vinto (troppo poco) e non sono contenti, perché ora gli tocca la responsabilità del bla bla bla

quelli che sono primo partito di un parlamento che gli fa schifo, che tanto gli altri “sono tutti uguali” e ora siederanno lì accanto a quelli che volevano mandare a casa. Uguali anche loro (o no?)

quelli che se c’era Renzi  si vinceva

quelli che se c’era Berlinguer si vinceva

quelli che finché ci sarà il Pornonano non si vincerà mai, perché lui è invincibile (dalla demonizzazione sono  passati alla divinizzazione dell’avversario)

quelli che (ma sì, facciamo i saccenti) purtroppo temevano che il gratta & vinci  avrebbe funzionato anche stavolta

Alla fine mi sono detto che nessuno di loro mi smuove alcunché. E l’unica persona cui stanotte ho pensato con un poco d’affetto è quell’anziano signore sul Colle.

Napolitano_Ora tocca  a lui

Vieni avanti declino

Fa tristezza che, per fare il fico, per sentirti parte del club,  sia stato costretto a scrivere:

“sono un economista di mondo, ho fatto due anni il master a Cuneo…”

Ricorda certi prefissi  dell’universo fantozziano che i feroci capi del povero ragionier Ugo anteponevano al doppio cognome come fossero medaglie al merito: “Sua Eccell…. Commend…Megacav…”

Sarà il retaggio di essere stati per secoli servi della gleba, se uno ancora oggi pensa che “dott.” o “ing.” possa essere utilizzato come un tempo si esibivano i titoli di marchese o conte.

Però fa tristezza, anzi orrore, anche il crucifige mediatico di queste ore, con titoloni che manco Nicson al Uoetergheit. E dire che, nella nostra storia, di balle ce ne siamo sorbiti di grosse da Presidenti della Repubblica e del Consiglio senza per questo rimanerne altrettanto turbati. Manco lo sottolineo che il pornonano sulle balle ci ha costruito tutte le campagne elettorali di ieri, di oggi e, visto che al peggio non c’è mai fine, anche di domani.

Come ha scritto acutamente Gherardo Colombo in un libro abbastanza ostico ma dal titolo bellissimo, in questo paese la memoria è un vizio. Una perversione da onesti coglioni.

Così me lo spiego il fuoco di fila che ti ha sommerso. Gli hai offerto l’occasione per poter dire ancora una volta:

“Scurdammece o’ passato…Tanto, lo vedete? Pure lui faceva il moralista e invece è come tutti gli altri. Ognuno ha i suoi scheletri nell’armadio… Sono tutti uguali… Siamo tutti uguali.”

E’ questa storia che continuano a raccontarci da sempre, questa idea della democrazia come minimo comun denominatore della nostra mediocrità. Questa narrazione collettiva e autoconsolatoria, senza passato o futuro, sempre abbarbicata all’istante presente,  per cui il sotterfugio, l’arrangio, la scorciatoia, la fregatura al prossimo, fanno parte del nostro DNA nazionale.

E’ l’adagio di Savonarola in salsa “Drive-In”: ricordati che sei una merda. E se tale è la sostanza, perché dovresti pretendere una classe dirigente migliore di te? Accontentati, anzi gioisci e vota per chi questa mediocrità, miliardario gaudente o grillo parlante,  te la sbatte in faccia come uno specchio.

E tu che volevi fermare il declino, patetico. Non l’avevi capito? Noi nel declino ci troviamo benissimo. Ci sguazziamo dentro.

Quel che so dell’affare “Dreifiuss”

Lo cantava il Poeta  anni fa

 una notizia un po’ originale/non ha bisogno di alcun giornale/

come una freccia dall’arco scocca/vola veloce di bocca in bocca.

La calunnia  è una storia  che nasce quasi sempre esile per poi crescere nel tempo, alimentandosi oltre che della balla, anche di ciò che la balla innesca. Mi viene in mente , in queste ore, leggendo il delirio mediatico scatenato dall’affaire Sallusti.

Non che abbia granché di originale da dire, ma una considerazione banalotta mi è mancata tra cumuli di articoli, editoriali, dichiarazioni, post, letti in queste ore. Una semplice domanda: ammesso che, per un reato di diffamazione, una norma  che preveda il carcere come sanzione massima sia spropositata , quale dovrebbe essere invece la corretta soluzione?

Tutti, in particolare i colleghi del direttore Sallusti, sembrano convinti che la sanzione pecuniaria dovrebbe bastare, magari aumentata. In pratica, io (giornalista)  sputtano Tizio sulla piazza mediatica, magari in buona fede perché la fonte della notizia era sbagliata, magari in cattiva fede già sapendo che sto dicendo una falsità. In entrambi i casi, Tizio per controbattere sarà costretto a smentirmi sulla pubblica piazza rivolgendosi ad altri giornalisti che siano disponibili ad ascoltare, verificare (magari) e poi riportare la sua versione dei fatti.

Se poi, oltre a ristabilire una verità mediatica, Tizio volesse anche pretendere un risarcimento per lo sputtanamento subito, sarà costretto a querelarmi, portarmi in tribunale, dimostrare in quella sede il mio errore e, comunque, aspettare diversi gradi di giudizio (per gli standard della nostra Giustizia, significa a volte aspettare anni) per ottenere soddisfazione. Soddisfazione che, secondo i giornalisti, dovrebbe appunto essere di tipo esclusivamente economico, per cui il deficit d’immagine che il calunniatore ha causato verrebbe colmato dagli sghei.

Per arrivare a quel risultato, però, Tizio di sghei ne dovrebbe aver tirato fuori già parecchi di tasca sua in avvocati, carte bollate,  tempo sacrificato a dimostrare la sua innocenza. Magari poi li riavrà, ma intanto doveva averli in tasca quando è stato diffamato. E non si ferma tutto ai denari: pensate a qualcuno che non possieda  i mezzi culturali e sociali per rivendicare la sua innocenza, come invece ha fatto, nell’affaire Sallusti, il diffamato. In quel caso, quante possibilità ha Tizio di  riavere quello che gli hanno tolto in termini pubblici e privati? E quanto tempo sarà passato?

Sono quesiti che il dibattito di queste ore non tocca. Semplicemente perché sono temi che non riguardano le persone che animano la narrazione collettiva, la storia mediatica della vicenda: giornalisti, avvocati, giudici, politici. Tutte persone che, qualunque cose accada, non fanno fatica a staccare assegni per dirimere le questioni o che, nella loro rubrica, non fanno fatica a trovare il numero di cellulare di altri giornalisti, politici, avvocati, giudici, etc per chiedere aiuto. Possono parlare di diritti, ben sapendo che per loro saranno sempre tutti a disposizione, qualunque sia la norma, qualunque sia il reato.

Soprattutto, sembrano far finta di non sapere, nel ribadire che il carcere è una pena spropositata, quanto sia spropositato, enorme, grave, il reato in questo caso. Perché, non nascondiamoci dietro un Dreifiuss, in una società in cui la vera ricchezza sono le informazioni, si può rovinare la vita degli altri anche così. Con una parola avvelenata.

p.s.

Mi suggeriscono dalla regia che forse  l’ironia della dicitura “Dreifiuss” nel post non sia chiara. Spieghiamo: Dreyfus si è firmato il garbato autore dell’articolo diffamatorio da cui origina la vicenda, citando  l’affaire Dreyfus… Un caso storico di persecuzione giudiziaria che però  ha poco a ben vedere con la vicenda recente. Per questo mi sembrava più corretto sporcare la dicitura originaria in una pronuncia maccheronica all’italiana, più consona al becerume dell’articolo in questione.  

Il luogo più pericoloso del mondo, ma anche l’unico vivibile

I fanatici hanno un sesto senso nello scegliersi le vittime.

Non se la prendono mai coi fanatici della trincea opposta, verso i quali nutrono anzi una sorta di macabro rispetto. Si accaniscono sugli abitanti della terra di mezzo. Sui Tarantelli, sui Biagi, sui Casalegno.

Il loro nemico non è il finanziere senza scrupoli, ma il sindacalista che cerca di firmare un accordo. Non il pastore americano che brucia il Corano, ma l’ambasciatore che il Corano lo aveva letto e apprezzato. Ai fanatici la vita appare come un contrasto violento che non ammette le mezze tinte. Mentre la vita è proprio questo, un impasto di mezze tinte. Ed è l’incrocio fra i contrasti il nucleo della sua magia.

Piangere Chris Stevens significa continuare a credere che la terra di mezzo sia il luogo più pericoloso del mondo, ma anche l’unico vivibile.

Massimo Gramellini, oggi su La Stampa

C’eravamo tanto esodati

La storia è partita a dicembre 2011, con il decreto “Milleproroghe”, quando facemmo conoscenza con una specie di cui  Charles Darwin e Piero Angela ci avevano colpevolmente taciuto l’esistenza sino ad allora, gli esodati:

La riforma Fornero si è preoccupata di mantenere in vita le regole previgenti per quelle persone che, poco prima dell’entrata in vigore della nuova disciplina, avevano accettato di lasciare il lavoro o erano stati licenziati. Per questi soggetti si è ritenuto opportuno garantire la pensione secondo i requisiti preesistenti, ma è stato stanziato un quantitativo predefinito di risorse, e quindi non tutti accederanno al beneficio.

Trattasi, in pratica, di organismi stanziali che dopo aver occupato per anni fabbriche, uffici, botteghe, scuole, etc. si preparavano a vivere il proprio personale autunno, ritirandosi al sicuro nelle loro tane con una serena pensione e un plaidino sulle ginocchia per l’inverno.

Ma il saggio governo dei tecnici e dei grilli contanti si era reso subito conto che il plaid era corto un poco per tutti. Che un certo tot li si poteva “salvaguardare”  ma mica tanti.

E allora? E allora ci pensò il ministro Fornero a chiarire il numero esatto: mi voglio rovinare, signora mia, 65.000 e non se ne parli più. Salvo continuare a parlarne, perché  i numeri tornavano solo a lei. E manco precisi, tanto  da dichiarare il 3 Aprile ripresa da il Sole 24 Ore:

Sembra facile ma non lo è affatto trovare i numeri degli esodati

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Carla vive

Carla Verbano aveva 56 anni la mattina in cui suonarono alla sua porta, in via Monte Bianco, nel quartiere Montesacro, a Roma. Guardò dallo spioncino, erano tre ragazzi, dissero «Siamo amici di suo figlio Valerio».

Lei aprì, i tre nel frattempo si erano calati il passamontagna: entrarono in casa, legarono Carla e Sardo, suo marito, e li fecero sdraiare sul letto, nella camera matrimoniale. Poi aspettarono. Valerio tornò a casa, posteggiò la Vespa50 e salì. Carla e Sardo sentirono voci concitate, rumori, poi uno sparo, uno solo.

Stefano Nazzi, La morte di Carla Verbano

 Il resto della storia qui in un bel post di Stefano Nazzi. Ed è una storia tragica che, per chi come me è cresciuto in quella parte di Roma dove tutto è accaduto, fa parte del vissuto.

Su qualche muro del quartiere la scritta “Valerio vive” capita ancora d’incontrarla. Per anni è stato il mantra violento dell’odio tra opposte fazioni. I rossi contro i neri, i vivi e i morti, i torti e le ragioni, rovesciate a seconda dell’opportunità.  Di quella stagione orribile, la sola personalità che merita davvero rispetto è quella di Carla Verbano.

Perché se Valerio è “vissuto” nel ricordo delle persone non è stato per quegli slogan imbrattati sui muri o sbandierati nelle manifestazioni. E’ stato per l’impegno di quella madre inconsolabile, per il suo sguardo segnato dalla tragedia eppure indomabile. Per la sua voglia inesauribile di non arrendersi, di continuare a cercare la verità a qualsiasi costo. Carla ora non c’è più, ma il bisogno di verità su quella vicenda resta.

Non una proposta, un desiderio

Non sto facendo una proposta e men che meno una proposta che viene dal governo, ma è un desiderio che qualche volta io – che pure sono stato molto appassionato di calcio tanti anni fa – dentro di me sento: se per due o tre anni per caso non gioverebbe molto alla maturazione di noi cittadini italiani una totale sospensione di questo gioco.

Mario Monti sul calcio scommesse

Ieri sera, mentre tornavo a casa in auto, ascoltavo le parole del Professor Monti, che come rileva Luca Sofri, propongono al calcio la stessa storia raccontata alla politica in questi mesi. E dopo le parole del Presidente Monti, ecco scorrere nel notiziario una sfilza di aggiornamenti d’attualità su politici in manette, banchieri in manette, calciatori in manette, maggiordomi in manette e tutta la cronaca, minuto per minuto, di un intero paese in manette ed in mutande.

Un paese dove se provi a suggerire che forse esiste un problema di  moralità, allora passi per forcaiolo e giustizialista. Un paese in cui si parla di responsabilità sempre a cadavere caldo, mai prima che si consumino le tragedie. Un paese in cui queste responsabilità è sempre difficile individuarle con precisione, salvo sapere con certezza che sono sempre di qualcun altro.

Un paese in cui a tanti miei concittadini, compreso il Primo ministro, piace ribadire ogni cinque minuti quanto lo Stivale sia ricolmo di merda ormai, per poi continuare a sguazzarci dentro, quasi che fosse il nostro ambiente naturale.

Insomma, ascoltando la radio ieri sera,  mi è venuta in mente una cosa.  

Non sto facendo una proposta e men che meno una proposta seria, ma è un desiderio che qualche volta io – che pure sono stato molto appassionato di questo paese – dentro di me sento: se per due o tre anni per caso non gioverebbe molto alla maturazione di noi cittadini italiani una totale sospensione di questo paese.

Voglio dire rimaniamo immobili, così come ci troviamo in questo momento, chi davanti al pc, chi in cucina, chi in fabbrica, chi sulla tazza del wc. Smettiamo di fare tutto. Tranquilli, sereni, ognuno al suo posto.

Qualcuno potrebbe obiettare: beh ma se restiamo fermi, non andiamo da nessuna parte. Giusto, ma forse è proprio questa l’unica soluzione possibile. Per limitare i danni.