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il globo e dintorni

Era il tempo migliore e il tempo peggiore

“Era il tempo migliore e il tempo peggiore, la stagione della saggezza e la stagione della follia, l’epoca della fede e l’epoca dell’incredulità, il periodo della luce e il periodo delle tenebre, la primavera della speranza e l’inverno della disperazione. Avevamo tutto dinanzi a noi, non avevamo nulla dinanzi a noi; eravamo tutti diretti al cielo, eravamo tutti diretti a quell’altra parte — a farla breve, gli anni erano così simili ai nostri, che alcuni i quali li conoscevano profondamente sostenevano che, in bene o in male, se ne potesse parlare soltanto al superlativo…”

Charles Dickens, Racconto di due città (1859).

Una magia chiamata ISS

Lo ammetto. Per chi come me, a malapena, riesce a cambiare una lampadina, la tecnologia spaziale ha qualcosa di magico…

Ancora oggi, dopo quindici anni di lavoro in una delle più grandi aziende del settore, resto sempre affascinato dal racconto che i miei colleghi, tecnici e ingegneri,  mi fanno dei loro progetti.

E di tutte le cose magiche che la gente dello Spazio  è riuscita a realizzare nel tempo, la Stazione Spaziale Internazionale di cui oggi celebriamo i vent’anni di vita operativa, è di certo la più fascinosa.

Quella stella aggiunta al cielo, che a volte perfino a occhio umano si può veder brillare di notte, a 400 km dalla Terra, resta qualcosa di unico.

Me l’hanno spiegato come fa a stare lassù. Penso anche di averlo capito “tecnicamente” (e questo, per il sottoscritto, è già un mezzo miracolo). Ma resta il fatto che una parte di me continua a considerarla una magia.

La magia d’una città dove gli uomini sanno già volare

Sarà perché mi ricorda la città degli “Uomini Falco” nel fumetto di Flash Gordon oppure le fortezze volanti dei cartoni animati giapponesi o dei fumetti di supereroi con cui sognavo da bambino. Sarà semplicemente perché lassù gli astronauti non ci abitano coi piedi per terra, ma “galleggiano” dentro quei moduli pressurizzati, eccellenza mondiale della nostra azienda, frutto del lavoro di tanti colleghi nel nostro sito di Torino

Quelli bravi vi direbbero che “il galleggiare” in termini scientifici si definisce “microgravità” ed è la particolare condizione della vita in orbita. Ma sapete la cosa curiosa? Qualche anno fa, ho avuto la fortuna di intervistare uno che sulla ISS c’è stato ben due volte, l’astronauta italiano Roberto Vittori. E quando gli chiesi di descrivermi  cosa si provava in quelle condizioni, lui usò proprio il termine “magia” , per raccontarmi di come la microgravità cambia persino la percezione del corpo umano rispetto alla realtà.

ISS: la magia dell’insieme

E poi c’è qualcosa di magico e di fiabesco, persino nel modo, in cui si vive sulla ISS. Lassù da vent’anni, uomini e donne di Paesi diversi lavorano insieme in armonia per sperimentare cose nuove, per il progresso di tutto il genere umano.

Laddove la corsa alla Luna aveva rappresentato la “gara” politica, oltre che economica e tecnologica tra due blocchi del mondo contrapposti, la ISS è nata e si è sviluppata invece sul piano di una grande cooperazione internazionale inclusiva.

E mentre sulla Terra, abbiamo continuato in questi vent’anni a raccontarci un mondo fortemente  conflittuale, lacerato da mille tensioni politiche, economiche e sociali, lassù tra le stelle  gli astronauti ci hanno ribadito le ragioni e le opportunità di una umanità coesa da grandi valori positivi.

…Mai come nello Spazio ti accorgi che i confini non esistono. Dall’alto l’Europa è un reticolo di luci, collegamenti, i cui confini sono solo dentro le menti delle persone…

Ha raccontato un altro astronauta italiano, Luca Parmitano, rievocando quello che si prova a guardare il nostro pianeta dalle finestre di Cupola, il modulo osservatorio sviluppato anch’esso in Italia.  Una vista che ispira tutti gli inquilini dell’avamposto spaziale, come il creativo canadese Chris Hadfield che lassù tra le stelle ha trovato il tempo di cantare “Spade Oddity” di David Bowie. Perché la Stazione Spaziale Internazionale è…

una incredibile miscela di realtà e immaginazione e arte e magia.

Parola di Major Tom.

Umano contagio

Oggi, dopo una settimana in casa, bardato come tutti per il dopo bomba, mi sono recato a fare la spesa nel supermercato del paese dove abito. Ed è accaduta una cosa strana.

Nonostante le file all’ingresso, nonostante le distanze da rispettare,  nonostante le attese alla cassa, tutti (cassieri, commessi, clienti…) erano particolarmente gentili. Insolitamente gentili, rispetto al tran tran quotidiano che, di solito,  accompagna questa attività tra sbuffi d’insofferenza, fretta stizzita,  noncuranza l’uno dell’altro.

Oggi invece era  tutto un:

“Ha fatto? Posso? Che dice se… Ma no faccia Lei… Prego, prego… Ci mancherebbe…”

Qualcosa al limite del fantozziano “Vadi lei, no vadi tu”, quasi una scena di Truman Show… Tanto che nell’afferrare lo scatolame da uno scaffale, mi è venuto quasi spontaneo, dare un’occhiata in fondo, per vedere se da qualche parte avessero schiaffato qualche telecamera segreta.

E certo, probabilmente, gran parte dell’affettazione è dovuta – al netto di mascherine, guanti e bardature varie –  alla paura  di essere contagiati. Fa parte dell’orribile momento che stiamo vivendo e della sensibilità nuova che ci educa ad abitare gli spazi comuni in modo diverso.

Ma penso ci sia anche di più, perché quella sensazione di “gentilezza diffusa” l’ho già provata. E’ accaduto, diversi anni fa quando un’incredibile nevicata ha messo a dura prova la zona dove abito, costringendoci in casa per giorni, senza luce, gas, senza viveri e rifornimenti, separati dal resto del mondo.

Un’inezia rispetto a quello che stiamo attraversando oggi.  Ma, anche in quell’occasione, ho visto spuntare, nel deserto d’indifferenza generale che di solito circonda la nostra vita quotidiana, inusitati gesti di cortesia e  insperati momenti di civiltà anche tra sconosciuti. Anche tra persone con le quali fino ad allora mi ero scambiato al massimo uno stiracchiato “‘ngiorno” quando ci incrociava la mattina, uscendo di casa.

Quasi che le difficoltà profonde che stavamo vivendo, in quei momenti drammatici, ci avessero spinto  a rivalutare i rapporti  tra di noi in termini di pura umanità. Quell’ascolto delle ragioni dell’altro che permette di superare l’incomprensione attraverso il dialogo, il conflitto attraverso il rispetto,  i problemi individuali attraverso la solidarietà collettiva. Perfino nelle piccole cose attraverso quel sentimento spesso sottovalutato che lo psicanalista Adam Philips e la storica Barbara Taylor hanno definito “il piacere della gentilezza”:

È la gentilezza che rende la vita degna di essere vissuta: ogni attacco contro la gentilezza è un attacco contro le nostre speranze.

Non so se può aver senso voler provare a guardare oltre l’orizzonte nero che sta inghiottendo le nostre vite, portando dolore  nelle nostre case e nelle nostre famiglie. Però se un seme di futuro lo si potesse piantare, oggi in mezzo alle strade deserte e agli ospedali stipati di sofferenza, potrebbe essere questo.

Coltivare la speranza  che, una volta ucciso il drago, ci ricorderemo che a vincerlo, stavolta, non è stato un cavaliere solitario venuto da chissà dove, ma l’impegno piccolo e grande di tutti a rispettarsi l’un l’altro, l’aiuto reciproco tra gli abitanti di quel villaggio (globale) che chiamiamo Umanità.

Il sogno di (Bepi)Colombo

Stamattina presto, quando molti di noi ancora dormivano, è partito un sogno. Si è sollevato tra le stelle  dallo spazioporto di Kourou nella Guyana francese.

E’ un sogno tecnologico chiamato BepiColombo, una  missione d’esplorazione spaziale che studierà da vicino il Pianeta Mercurio  con tecnologia e strumenti di ricerca europei e giapponesi, frutto del lavoro di tanti miei colleghi.

BepiColombo compirà un lungo viaggio nello Spazio, perché Mercurio – il pianeta più vicino al Sole – non è proprio dietro l’angolo.  Arrivarci significa  affrontare condizioni  siderali incredibili, con escursioni di temperatura quasi inimmaginabili in termini umani.

Insomma un viaggio impegnativo. E, per i miei colleghi di Roma, L’Aquila,  Torino , Milano, Madrid, Charleroi, Bristol, come per i tanti ingegneri e scienziati coinvolti nel progetto, il viaggio di Bepi è iniziato circa 11 anni fa.

E’ una delle caratteristiche speciali del lavoro in ambito spaziale, quasi incomprensibile in un mondo frenetico, in cui tutto – persino la produzione industriale – ormai si misura in tempi ridottissimi.

Arrivare su un altro pianeta invece è una roba un tantinello diversa , in cui prima ancora di realizzare le tecnologie necessarie alla missione, in molti casi  queste tecnologie le devi “inventare da zero” per raggiungere obiettivi mai raggiunti in precedenza.

Il lungo viaggio di BepiColombo

Nel caso di Mercurio, il viaggio è lungo, talmente lungo, che per compierlo serve anche tanta energia, per far funzionare gli strumenti e, soprattutto, per spingere i moduli della missione così lontano dalla Terra. E infatti il viaggio della missione non sarà lineare, da A a B, da Terra a Mercurio…

Dovete invece immaginare la sonda spaziale come una “pallina” che sarà fatta carambolare in vari “angoli” del sistema Solare e ogni volta il “rimbalzo” (diciamo così) la porterà più vicino alla destinazione finale. E’ una tecnica complessa, chiamata “fionda gravitazionale”, che è stata messa a punto anche grazie ai calcoli e alle intuizioni di uno scienziato italiano, Giuseppe Colombo, detto “Bepi”.

La leggenda vuole, che alla NASA negli anni Settanta quando avevano un problema per qualche viaggio interplanetario, chiamassero il professor Colombo da Padova. Lui fogli di carta e calcolatrice alla mano, tipo il Mister Wolf di Tarantino,  trovava sempre la soluzione giusta, o per lo meno la buona idea da cui ripartire.

Va bene, magari  l’abbiamo romanzata troppo, ma di fatto il professor Colombo  era un autentico genio, nonché uno dei più grandi studiosi del pianeta Mercurio. Per questo la missione porta il suo nome. Il sogno che si è sollevato tra le stelle stamattina nasce anche dal suo sogno.

E’ questa una delle cose belle delle missioni spaziali: rappresentano il meglio di quello che l’uomo riesce a produrre in termini tecnologici, di materiali, di soluzioni… Tutto è basato sul calcoli precisissimi, su test rigidissimi e procedure sofisticate. Ma senza la passione umanissima di chi queste cose, prima ancora di realizzarle, sogna di realizzarle, non saremmo mai arrivati sulla Luna o altrove. Senza la passione di uomini come Giuseppe Colombo, non avremmo la forza nemmeno di immaginarcelo Mercurio.

Modric e Mbappé: il mondo che va avanti

Ed eccoli i giocatori simbolo del mondiale: appena premiati come miglior giocatore e miglior giovane, Luka Modric e Kylian Mbappé.

Modric, vice-campione del mondo con la Croazia, viene da una storia di dolore e sofferenza, bambino profugo durante la guerra della ex-Jugoslavia che insanguinò i Balcani.

Mbappé, stella in ascesa della Francia mondiale, figlio d’immigrati come molti suoi compagni, devolve i guadagni della Nazionale in beneficenza, perché considera un privilegio giocare con la maglia del suo Paese.

Sono le facce pulite e belle dello sport che non cancella le contraddizioni del mondo ma le sublima in storie da tramandare. Ed è un mondo che malgrado duci e ducetti, costruttori di muri e affondatori di barche, razzisti e xenofobi, va avanti.

Chi oggi tifava per loro in nome di queste follie, avrebbe perso comunque fosse andata in campo.

 

 

Questo post è nato come commento estemporaneo sul mio profilo facebook, subito dopo la finale dei Mondiali di calcio del 15 luglio.  In molti – amici o perfetti sconosciuti – l’hanno ripreso e condiviso nelle ore successive (grazie a tutti!).

Così lo riporto anche qui, domicilio intellettuale del sottoscritto ormai polveroso e in disuso, ma che resta la casa dignitosa delle cose che penso e  in cui mi sforzo di credere.

Oltre la collina: aiutiamoli a casa loro, ovvero a casa nostra

…In poche ore, l’aereo che mi ha portato qui ha attraversato oceani e paesi che sono stati crogiolo della storia dell’umanità. In pochi minuti abbiamo seguito le tracce delle migrazioni degli uomini nel corso di migliaia di anni; in pochi secondi abbiamo passato campi i battaglia dove milioni di uomini hanno combattuto e sono morti.

Non abbiamo visto nessun confine nazionale, nessun vasto golfo o alte mura che dividono le popolazioni; solo la natura ed il lavoro dell’uomo – case, fabbriche, fattorie – che riflettono lo sforzo comune di arricchire la propria vita…

 Solo un uomo attaccato alle cose terrene può ancora aggrapparsi alla buia ed avvelenante superstizione secondo cui il suo mondo è delimitato dalla collina più vicina, il suo universo finisce alla rive del fiume, la sua comune umanità è racchiusa nello stretto circolo di quelli che condividono con lui città, vedute e colore della pelle.

Nel 1966 Robert Kennedy, in Sud Africa,  pronunciò uno dei più bei discorsi della sua (troppo breve) carriera politica.

Era un discorso che parlava di immigrazione e progresso, di civiltà e diritti. Mi è tornato in mente l’altra sera, mentre sui media infuriava la polemica su “aiutiamoli a casa loro” di Matteo Renzi.

Non entro nel merito della questione – l’hanno fatto persone ben più titolate di me –  quello che personalmente mi colpisce su tutto, ancora una volta, è l’assoluta – sconvolgente – mancanza di orizzonte del paese e della sua classe dirigente.

Guardate, se vi andate a leggere con attenzione il discorso di Kennedy, vedrete che in fondo un “aiutiamoli a casa loro” c’è anche nelle sue parole.

Ma è un “aiutiamoli a casa loro” concreto e realista, che parte da una banale annotazione  (già nel 1966, figuriamoci oggi oltre 50 anni dopo):  non esiste più alcun confine fisico in grado di separare gli abitanti del pianeta. Insomma, casa loro è anche casa nostra (e viceversa).

Magari, la spiegazione può non convincere tutti. Magari si possono  proporre soluzioni meno “buoniste” (o presunte tali)  e più ciniche.  Ma dubito che si possa farlo, senza trovare il coraggio di guardare davvero oltre la collina più vicina.

 

 

…Che tu sei qui

O me, o vita! domande come queste mi perseguitano:
degli infinti cortei d’infedeli, di città gremite di stolti,
di me stesso sempre a biasimare me stesso, (perché chi più stolto di me, chi di me più infedele?)
di occhi che invano anelano la luce, del significato delle cose, della lotta che sempre si rinnova,
degli infelici risultati di tutto, delle sordide folle ansimanti che vedo attorno a me,
degli anni inutili e vacui degli altri, e di me intrecciato con gli altri,
la domanda, ahimè! così triste, ricorrente – Cosa vi è di buono in tutto questo, o me, o vita?

Risposta:  
Che tu sei qui – che la vita esiste, e l’identità.

Che il potente spettacolo continua, e tu puoi contribuirvi con un verso.

Walt Whitman, “O Me! O Vita!”

(E poi, se avete tempo e non l’avete ancora fatto, ascoltatevi il suo discorso finale da Presidente).