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il globo e dintorni

Dalla Terra alla Luna (e ritorno)

Diceva Jules Verne, uno dei primi scrittori a immaginare viaggi umani sulla Luna:

Quello che certi uomini posso sognare, altri possono realizzarlo

Ecco. Vi chiedo per un momento di dimenticarvi del prezzo del gas (sigh), delle devianze vere e presunte, dei venezuelani buoni e degli slavi cattivi. Oggi alle 14.33 (ora italiana), se non avete grandi impegni, abbiamo un appuntamento come Umanità con un sogno chiamato Luna.

Dalla rampa 39b di Cape Canaveral, sarà lanciata la prima missione del progetto Artemis per riportare l’uomo sul suolo lunare. E diversamente dalle missioni Apollo degli anni sessanta e settanta, stavolta non è solo una storia “americana”. Ci sono tante tecnologie del progetto, sviluppate in Europa, tante in particolare in Italia. Ci lavorano tante persone che conosco, che ho la fortuna di avere per colleghi. Ma anche se non siete nel settore, senza enfasi e retorica, questa è una di quelle date che può marcare il destino di intere generazioni.

Questa prima missione sarà senza equipaggio per provare che “tutto funzioni”. Perché stavolta non torniamo sulla Luna “solo” per piantare bandiere e impronte, ammesso che bandiere e impronte non fossero importanti (io al contrario penso che lo siano state allora).

Ci andiamo per studiare meglio il nostro sistema solare, per cercare risorse e modi per vivere lassù. Ci andiamo perché la Luna può essere la base e il punto di partenza per viaggi più “lunghi”. Ci andiamo perché come disse Tsiolkovsky, uno dei padri dell’astronautica moderna, la Terra è la culla dell’umanità ma non si può restare nella culla per sempre.

Ci andiamo, mi permetto umilmente di dire, perché possiamo essere migliori di così. Delle guerre, delle atrocità, delle meschinità del tempo presente e perché, forse, la miglior tecnologia che abbiamo sperimentato nella nostra civiltà si chiama Speranza.

Potete seguire la diretta del lancio uffcialmente sui canali NASA: NASA YouTube ; NASA websiteFacebookTwitch ae anche sulla NASA app. Mase googlate troverete tante dirette a commento di giornalisti, youtuber e semplici appassionati,

Da Petersburg a Mariupol

Soldati che, per dirla in gergo fotografico, “guardano in camera”. Quante ne abbiamo viste di foto così? Dalle Guerre mondiali al Vietnam, da Kabul a Kiev. D’altronde da sempre (ancor prima della fotografia, nella pittura), la guerra è un soggetto ricorrente nei racconti visivi.

Questa foto, in particolare, è vecchia di 157 anni. Fu scattata da Mathew B. Brady nelle trincee di Petersburg, in piena Guerra Civile Americana nel 1865.

Petersburg

Siamo agli albori del “Fotogiornalismo” e Brady ne è considerato uno dei pionieri. La tecnologia dell’epoca non permetteva molta agilità: la camera andava piazzata con attenzione, lentamente. Per forza di cose dovevi comporre “il quadro” e rendere consapevoli i soggetti della tua presenza.

Siamo ancora lontani dall’agilità disperata e coraggiosa dei reportage di guerra successivi. Ma i limiti tecnici non impediscono a Brady di raccontare la guerra, visivamente, per l’immane tragedia che è. Le sue foto mostrano carneficine, distruzione, corpi inerti e smembrati. Perfino in questo “tranquillo” ritratto di gruppo, ogni sguardo di soldato è un doloroso squarcio nello spazio e nel tempo, che ci riporta su quel campo di battaglia, come se fosse accaduto ieri, come se stesse accadendo ora.

Ed, in fondo, sta davvero accadendo (anc)ora. In questa foto di 157 anni fa, come per le strade di Mariupol. Perché questa è la cosa che, per certi versi, più colpisce in termini di comunicazione visiva. Esattamente come abbiamo evoluto le tecnologie per farci la guerra, abbiamo evoluto quelle per documentarla. Per tramandare a chi verrà tutta la nostra insensata capacità di toglierci la vita, di annullarci, di autodistruggerci.

E, forse, a questo punto, l’unica cosa che possiamo augurarci è che ci siano altri esseri umani, anche in futuro, a guardare le foto di Mariupol, come noi oggi guardiamo quelle di Petersburg. Sbigottiti ma al tempo stesso rassegnati alla nostra stupidità collettiva come specie.

Il Mondo di Ma

In macchina, io e cucciolo. Io guido, lui guarda fuori dal finestrino.

Cucciolo: “Papà, se tu fossi Ucraino, se fossi a Kiev voglio dire, oggi che faresti?”

Io: “Beh, come prima cosa cercherei di mettere in salvo tu, cucciola e la mamma. Di portarvi lontano…”

Cucciolo: “Vuol dire che tu, invece, rimarresti lì a combattere?”

Io: “… No, non credo. A parole è facile dirlo… Io non so usare nemmeno un’arma, però sì penso che rimarrei lì a dare una mano. Forse non combattere, ma aiutare gli altri, ci proverei…”

Cucciolo: “Anche a costo di morire?”

Io: “Beh… Non lo so, cucciolo, ti ho risposto di getto, ma sono cose complicate.”

Cucciolo rimane in silenzio per qualche secondo, fissando il paesaggio tranquillo della campagna fuori dal finestrino.

Cucciolo: “Io penso che gli Ucraini dovrebbero arrendersi, non hanno speranze. Pure se hanno ragione, non hanno i mezzi per combattere Putin!”

Io: “Sì, forse è vero. Ma è il loro paese, la loro terra, cucciolo. E’ normale battersi per quello in cui credi, a volte, anche se è una cosa disperata.”

Cucciolo: “E perché se la loro è una battaglia giusta, se Putin sta sbagliando, allora, noi Europei, non andiamo ad aiutare gli Ucraini?”

Io: “Putin è un dittatore, ma noi europei non possiamo intervenire, perché l’Ucraina non fa parte della NATO, la nostra alleanza.”

Cucciolo: “Non fanno parte della Nato, perché Putin gli impedisce di scegliere!”

Io:” Si ma non è solo quello… Putin è molto potente, ha tante armi nucleari… Anche se volessimo aiutare gli Ucraini, non potremmo farlo militarmente. Comunque l’Europa sta mettendo delle sanzioni sulla Russia, come delle punizioni per quello che sta facendo…”

Cucciolo: “Quindi non abbiamo più rapporti con la Russia?”

Io: “Beh, in parte è così, ma in parte no… perché abbiamo bisogno del loro gas per scaldare le nostre case e per funzionare le fabbriche. E’ complicato…”

Cucciolo: “Si, papà, il mondo di voi grandi è complicato ed è pieno di Ma…”

Era il tempo migliore e il tempo peggiore

“Era il tempo migliore e il tempo peggiore, la stagione della saggezza e la stagione della follia, l’epoca della fede e l’epoca dell’incredulità, il periodo della luce e il periodo delle tenebre, la primavera della speranza e l’inverno della disperazione. Avevamo tutto dinanzi a noi, non avevamo nulla dinanzi a noi; eravamo tutti diretti al cielo, eravamo tutti diretti a quell’altra parte — a farla breve, gli anni erano così simili ai nostri, che alcuni i quali li conoscevano profondamente sostenevano che, in bene o in male, se ne potesse parlare soltanto al superlativo…”

Charles Dickens, Racconto di due città (1859).

Una magia chiamata ISS

Lo ammetto. Per chi come me, a malapena, riesce a cambiare una lampadina, la tecnologia spaziale ha qualcosa di magico…

Ancora oggi, dopo quindici anni di lavoro in una delle più grandi aziende del settore, resto sempre affascinato dal racconto che i miei colleghi, tecnici e ingegneri,  mi fanno dei loro progetti.

E di tutte le cose magiche che la gente dello Spazio  è riuscita a realizzare nel tempo, la Stazione Spaziale Internazionale di cui oggi celebriamo i vent’anni di vita operativa, è di certo la più fascinosa.

Quella stella aggiunta al cielo, che a volte perfino a occhio umano si può veder brillare di notte, a 400 km dalla Terra, resta qualcosa di unico.

Me l’hanno spiegato come fa a stare lassù. Penso anche di averlo capito “tecnicamente” (e questo, per il sottoscritto, è già un mezzo miracolo). Ma resta il fatto che una parte di me continua a considerarla una magia.

La magia d’una città dove gli uomini sanno già volare

Sarà perché mi ricorda la città degli “Uomini Falco” nel fumetto di Flash Gordon oppure le fortezze volanti dei cartoni animati giapponesi o dei fumetti di supereroi con cui sognavo da bambino. Sarà semplicemente perché lassù gli astronauti non ci abitano coi piedi per terra, ma “galleggiano” dentro quei moduli pressurizzati, eccellenza mondiale della nostra azienda, frutto del lavoro di tanti colleghi nel nostro sito di Torino

Quelli bravi vi direbbero che “il galleggiare” in termini scientifici si definisce “microgravità” ed è la particolare condizione della vita in orbita. Ma sapete la cosa curiosa? Qualche anno fa, ho avuto la fortuna di intervistare uno che sulla ISS c’è stato ben due volte, l’astronauta italiano Roberto Vittori. E quando gli chiesi di descrivermi  cosa si provava in quelle condizioni, lui usò proprio il termine “magia” , per raccontarmi di come la microgravità cambia persino la percezione del corpo umano rispetto alla realtà.

ISS: la magia dell’insieme

E poi c’è qualcosa di magico e di fiabesco, persino nel modo, in cui si vive sulla ISS. Lassù da vent’anni, uomini e donne di Paesi diversi lavorano insieme in armonia per sperimentare cose nuove, per il progresso di tutto il genere umano.

Laddove la corsa alla Luna aveva rappresentato la “gara” politica, oltre che economica e tecnologica tra due blocchi del mondo contrapposti, la ISS è nata e si è sviluppata invece sul piano di una grande cooperazione internazionale inclusiva.

E mentre sulla Terra, abbiamo continuato in questi vent’anni a raccontarci un mondo fortemente  conflittuale, lacerato da mille tensioni politiche, economiche e sociali, lassù tra le stelle  gli astronauti ci hanno ribadito le ragioni e le opportunità di una umanità coesa da grandi valori positivi.

…Mai come nello Spazio ti accorgi che i confini non esistono. Dall’alto l’Europa è un reticolo di luci, collegamenti, i cui confini sono solo dentro le menti delle persone…

Ha raccontato un altro astronauta italiano, Luca Parmitano, rievocando quello che si prova a guardare il nostro pianeta dalle finestre di Cupola, il modulo osservatorio sviluppato anch’esso in Italia.  Una vista che ispira tutti gli inquilini dell’avamposto spaziale, come il creativo canadese Chris Hadfield che lassù tra le stelle ha trovato il tempo di cantare “Spade Oddity” di David Bowie. Perché la Stazione Spaziale Internazionale è…

una incredibile miscela di realtà e immaginazione e arte e magia.

Parola di Major Tom.

Umano contagio

Oggi, dopo una settimana in casa, bardato come tutti per il dopo bomba, mi sono recato a fare la spesa nel supermercato del paese dove abito. Ed è accaduta una cosa strana.

Nonostante le file all’ingresso, nonostante le distanze da rispettare,  nonostante le attese alla cassa, tutti (cassieri, commessi, clienti…) erano particolarmente gentili. Insolitamente gentili, rispetto al tran tran quotidiano che, di solito,  accompagna questa attività tra sbuffi d’insofferenza, fretta stizzita,  noncuranza l’uno dell’altro.

Oggi invece era  tutto un:

“Ha fatto? Posso? Che dice se… Ma no faccia Lei… Prego, prego… Ci mancherebbe…”

Qualcosa al limite del fantozziano “Vadi lei, no vadi tu”, quasi una scena di Truman Show… Tanto che nell’afferrare lo scatolame da uno scaffale, mi è venuto quasi spontaneo, dare un’occhiata in fondo, per vedere se da qualche parte avessero schiaffato qualche telecamera segreta.

E certo, probabilmente, gran parte dell’affettazione è dovuta – al netto di mascherine, guanti e bardature varie –  alla paura  di essere contagiati. Fa parte dell’orribile momento che stiamo vivendo e della sensibilità nuova che ci educa ad abitare gli spazi comuni in modo diverso.

Ma penso ci sia anche di più, perché quella sensazione di “gentilezza diffusa” l’ho già provata. E’ accaduto, diversi anni fa quando un’incredibile nevicata ha messo a dura prova la zona dove abito, costringendoci in casa per giorni, senza luce, gas, senza viveri e rifornimenti, separati dal resto del mondo.

Un’inezia rispetto a quello che stiamo attraversando oggi.  Ma, anche in quell’occasione, ho visto spuntare, nel deserto d’indifferenza generale che di solito circonda la nostra vita quotidiana, inusitati gesti di cortesia e  insperati momenti di civiltà anche tra sconosciuti. Anche tra persone con le quali fino ad allora mi ero scambiato al massimo uno stiracchiato “‘ngiorno” quando ci incrociava la mattina, uscendo di casa.

Quasi che le difficoltà profonde che stavamo vivendo, in quei momenti drammatici, ci avessero spinto  a rivalutare i rapporti  tra di noi in termini di pura umanità. Quell’ascolto delle ragioni dell’altro che permette di superare l’incomprensione attraverso il dialogo, il conflitto attraverso il rispetto,  i problemi individuali attraverso la solidarietà collettiva. Perfino nelle piccole cose attraverso quel sentimento spesso sottovalutato che lo psicanalista Adam Philips e la storica Barbara Taylor hanno definito “il piacere della gentilezza”:

È la gentilezza che rende la vita degna di essere vissuta: ogni attacco contro la gentilezza è un attacco contro le nostre speranze.

Non so se può aver senso voler provare a guardare oltre l’orizzonte nero che sta inghiottendo le nostre vite, portando dolore  nelle nostre case e nelle nostre famiglie. Però se un seme di futuro lo si potesse piantare, oggi in mezzo alle strade deserte e agli ospedali stipati di sofferenza, potrebbe essere questo.

Coltivare la speranza  che, una volta ucciso il drago, ci ricorderemo che a vincerlo, stavolta, non è stato un cavaliere solitario venuto da chissà dove, ma l’impegno piccolo e grande di tutti a rispettarsi l’un l’altro, l’aiuto reciproco tra gli abitanti di quel villaggio (globale) che chiamiamo Umanità.

Il sogno di (Bepi)Colombo

Stamattina presto, quando molti di noi ancora dormivano, è partito un sogno. Si è sollevato tra le stelle  dallo spazioporto di Kourou nella Guyana francese.

E’ un sogno tecnologico chiamato BepiColombo, una  missione d’esplorazione spaziale che studierà da vicino il Pianeta Mercurio  con tecnologia e strumenti di ricerca europei e giapponesi, frutto del lavoro di tanti miei colleghi.

BepiColombo compirà un lungo viaggio nello Spazio, perché Mercurio – il pianeta più vicino al Sole – non è proprio dietro l’angolo.  Arrivarci significa  affrontare condizioni  siderali incredibili, con escursioni di temperatura quasi inimmaginabili in termini umani.

Insomma un viaggio impegnativo. E, per i miei colleghi di Roma, L’Aquila,  Torino , Milano, Madrid, Charleroi, Bristol, come per i tanti ingegneri e scienziati coinvolti nel progetto, il viaggio di Bepi è iniziato circa 11 anni fa.

E’ una delle caratteristiche speciali del lavoro in ambito spaziale, quasi incomprensibile in un mondo frenetico, in cui tutto – persino la produzione industriale – ormai si misura in tempi ridottissimi.

Arrivare su un altro pianeta invece è una roba un tantinello diversa , in cui prima ancora di realizzare le tecnologie necessarie alla missione, in molti casi  queste tecnologie le devi “inventare da zero” per raggiungere obiettivi mai raggiunti in precedenza.

Il lungo viaggio di BepiColombo

Nel caso di Mercurio, il viaggio è lungo, talmente lungo, che per compierlo serve anche tanta energia, per far funzionare gli strumenti e, soprattutto, per spingere i moduli della missione così lontano dalla Terra. E infatti il viaggio della missione non sarà lineare, da A a B, da Terra a Mercurio…

Dovete invece immaginare la sonda spaziale come una “pallina” che sarà fatta carambolare in vari “angoli” del sistema Solare e ogni volta il “rimbalzo” (diciamo così) la porterà più vicino alla destinazione finale. E’ una tecnica complessa, chiamata “fionda gravitazionale”, che è stata messa a punto anche grazie ai calcoli e alle intuizioni di uno scienziato italiano, Giuseppe Colombo, detto “Bepi”.

La leggenda vuole, che alla NASA negli anni Settanta quando avevano un problema per qualche viaggio interplanetario, chiamassero il professor Colombo da Padova. Lui fogli di carta e calcolatrice alla mano, tipo il Mister Wolf di Tarantino,  trovava sempre la soluzione giusta, o per lo meno la buona idea da cui ripartire.

Va bene, magari  l’abbiamo romanzata troppo, ma di fatto il professor Colombo  era un autentico genio, nonché uno dei più grandi studiosi del pianeta Mercurio. Per questo la missione porta il suo nome. Il sogno che si è sollevato tra le stelle stamattina nasce anche dal suo sogno.

E’ questa una delle cose belle delle missioni spaziali: rappresentano il meglio di quello che l’uomo riesce a produrre in termini tecnologici, di materiali, di soluzioni… Tutto è basato sul calcoli precisissimi, su test rigidissimi e procedure sofisticate. Ma senza la passione umanissima di chi queste cose, prima ancora di realizzarle, sogna di realizzarle, non saremmo mai arrivati sulla Luna o altrove. Senza la passione di uomini come Giuseppe Colombo, non avremmo la forza nemmeno di immaginarcelo Mercurio.