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10 anni in 6 minuti

“Ci sono voluti 7 mesi per arrivare su Marte, ci sono voluti 10 anni di lavoro e tutto accadrà in 6 minuti…”

Quasi un anno fa quando lo intervistammo uno dei miei colleghi che ha progettato la missione usò più o meno queste parole per descrivere ExoMars.

Ormai ci siamo. Fra poche ore, arriveranno i fatidici minuti della fase “Entry, Descent and Landing” e sapremo se, per la 1° volta nella Storia, una sonda europea toccherà il suolo del “Pianeta Rosso”

Non posso fare a meno di pensare che dietro questa grande sfida spaziale c’è il lavoro decennale di tante persone che conosco, che so quanta passione ci hanno messo, ci mettono ogni giorno. E, curioso a dirsi, i 10 anni della missione corrispondono ai miei 10 anni in quest’azienda, modesto scriba chiamato a raccontare il lavoro di chi progetta e realizza macchine tanto meravigliose, di chi affronta sfide così incredibili.

Qualche giorno fa, quando il Presidente del Consiglio è venuto a trovarci ha detto di sentirsi orgoglioso di quanto visto nei nostri laboratori. Era stato con noi circa un’ora e si era sentito così. E noi che in quest’azienda ci trascorriamo giorni, mesi, anni, come facciamo a non sentirci almeno un poco orgogliosi in queste ore?

Aspettando quei 6  minuti che sono decisivi certo, fondamentali per la Storia. Ma intanto ci sono le storie fondamentali per noi di questi 10 anni di lavoro, 10 anni spesi per arrivare su Marte. Dieci anni per sentirsi orgogliosi di esserci lassù.

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Ho toccato la Luna, anzi lei ha toccato me

Ieri ero con il naso appiccicato a una teca trasparente. Guardavo da vicino un autentico campione di roccia lunare,  portato sulla Terra dagli astronauti della Missione  Apollo 14 nel 1971, e pensavo che era davvero incredibile.

A guardarlo, certo, sembrava come dicono dalle mie parti con accento di Oxford, un “sercio come n’artro”. Un sasso qualunque, per rispettare la lingua italiana.

Ma non lo è.

Quel “sasso” è un viaggio a ritroso nello Spazio e nel Tempo, nella storia dell’Universo e nella storia dell’Uomo che è capace di atrocità inenarrabili ma anche di imprese incredibili quali

la conquista della Luna

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Nelle scorse settimane, ho passato giorni e serate ad approfondire la conoscenza delle missioni Apollo per organizzare in azienda una tappa  del tour “Ti porto la Luna” che l’esperto Luigi Pizzimenti (per i dettagli vi rimando al suo blog) sta portando in giro per l’Italia.

Al di là di qualsiasi disquisizione politica  sulla “Corsa allo Spazio” tra USA e URSS, quello che resta davvero dell’avventura Apollo oggi è soprattutto l’incredibile miscela  di tecnologia, abnegazione e coraggio degli uomini che arrivarono sulla Luna e dei migliaia che li aiutarono a farlo.

L’audacia di chi ha consacrato la vita  – in alcuni casi sacrificato – per realizzare un’impresa che fino a pochi anni prima sembrava impossibile per l’intera umanità:

Camminare sulla Luna

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Luigi Pizzimenti  e l’altrettanto bravo Paolo D’Angelo hanno rievocato l’avventura Apollo in una conferenza appassionata che riusciva a far palpitare quel pezzo di roccia come un cuore. Riusciva a farlo  respirare di quel fiato che tutti trattenevano allora, davanti alla radio e alla tivvù, ascoltando le cronache delle missioni .

E, alla fine dell’incontro, altrettanto incredibili della roccia  mi sono suonate le domande che i bambini hanno rivolto ai relatori. A volte disarmanti, a volte surreali, a volte incredibilmente profonde nella loro tenerezza.

In questi casi, si è soliti dire che, tra quegli gnappetti (compreso il mio cucciolo), ci sono  gli astronauti che domani torneranno sulla Luna o  atterreranno su Marte.

Fatico a crederlo, visto che ormai sogni spaziali così grandi sembrano scomparsi dall’agenda concreta dei governi e delle nazioni.

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Ma, poi, guardando

gli occhi di un bimbo di fronte a un pezzo di Luna

mi viene da dire che in fondo non conta.

Non conta che il mondo dia a questi bimbi l’opportunità economica di realizzare certe imprese,  non conta nemmeno che oggi manchino le tecnologie per concretizzarle.

In fondo oggi, come in quel febbraio del 1971 in cui gli astronauti dell’Apollo 14 raccolsero  il campione di roccia, l’unica cosa che porta davvero avanti il progresso umano è la speranza.

E se ieri, di fronte a quel piccolo pezzo di roccia, un bambino ha iniziato a strabuzzare gli occhi e a immaginare, a pensare che anche i sogni più incredibili possano diventare realtà, possiamo continuare a sperare.

P.s.

Il nostro evento era riservato, come è bello per un’azienda spaziale, ai miei colleghi e alle famiglie, ma se avete l’occasione vi invito a partecipare a uno degli eventi del tour. Ne vale la pena.

 

 

I marziani sono tra noi

Lo so, a voi questa immagine non dirà granché. Ma per tanti miei colleghi, tecnici e ingegneri, è il simbolo di un’avventura appena iniziata… Ma lunga già 10 anni.

E’ il primo segnale positivo che la sonda della missione ExoMars in viaggio verso Marte ha inviato a Terra ieri sera.

Ci metterà 7 mesi ad arrivare sul Pianeta Rosso. I miei colleghi ci hanno messo circa 10 anni per progettarla, riprogettarla, reiventarla via, via che cambiavano i connotati della missione… E’ un concentrato di tecnologie innovative, materiali incredibili, sfide costruttive e industriali, ma anche sacrifici professionali e personali

E’ anche il racconto di estati passate senza vacanza, di Natali nei laboratori invece che in famiglia, di turni h24… Questo non finisce sui giornali e in tivvù ma è parte della bella storia che in queste ore ci affascina e che in queste ore impazza sui social con l’hashtag #ExoMars.

E’ una storia, anzi sono storie, che ho la fortuna di conoscere perché vivo accanto a queste persone, questi “marziani” così follemente innamorati di futuro da trasformarlo ogni giorno di più in un presente possibile. E Marte in queste ore sembra davvero meno lontano grazie a loro.

I drappi alle finestre

Ecco, avete presente le bandiere tricolore, appese ai balconi, quando vince la Nazionale di calcio?

Lo so che non accadrà mai, ma un giorno vorrei vedere i drappi appesi anche quando, come italiani, contribuiamo a far viaggiare una sonda per 10 anni nello Spazio. Quando la facciamo rimbalzare, per 6 miliardi e passa di chilometri, attraverso il Sistema Solare, a “motori spenti”, sfruttando delle carambole gravitazionali tra un pianeta e l’altro (tecnica peraltro “inventata” da un italiano di nome Giuseppe Colombo)…

Quando quella sonda la spegniamo e la riaccendiamo a comando, per risparmiare energia durante il viaggio, e la risvegliamo come fosse la bella addormentata del cosmo solo all’arrivo del principe azzurro. Che in questa favola tecnologica ha un nome da scacchista russo ed è una cometa…

Quando tanti degli ingegneri e degli scienziati che hanno inventato questa favola sono nostri connazionali. Alcuni ho la fortuna di poter dire che sono miei colleghi di lavoro, anche se in realtà io sono solo un modesto scribacchino, mentre loro sono i re magi di questa caccia alla cometa… E se le meriterebbero davvero in questi giorni qualche tricolore e qualche bandiera europea appesa al balcone.

La mozzarella di Bufala e la Stazione Spaziale

Grazie all’impresa dell’astronauta italiano Parmitano, in questi giorni  i media sono tornati a farci vedere più volte la Stazione Spaziale Internazionale, dove Luca e gli altri astronauti vivono e lavorano, in orbita a 400 km dalla Terra.

Gli astrofili vi diranno che nelle notti giuste, può capitare di avvistarla nel cielo,  una stella più luminosa delle altre, lassù nel firmamento.

Ogni volta che guardo la Stazione, che in questi anni per lavoro ho imparato a conoscere bene, provo un senso profondo di commozione.

Perché oltre alla “maraviglia” tecnologica, di quella scienza così avanzata, che fino a cinquant’anni credevamo impossibile, c’è il privilegio di conoscere da vicino alcune storie degli uomini e delle donne italiane che l’hanno creata e sviluppata in questi anni.

Qualche tempo fa, intervistando uno di loro, un anziano pioniere della scienza spaziale, mi ha colpito una sua frase:

Di solito, quando la gente dice “Made in Italy” pensa agli abiti di alta moda, o al buon cibo, al massimo arriva a citare la Ferrari.

Eppure, “Made in Italy” sono anche gli scienziati e i ricercatori che in questi anni ci hanno permesso di conoscere meglio la Genetica e la Fisica  … E sono gli ingegneri come me che hanno sviluppato tecnologie che la NASA “ci invidia”…

Ecco, io non ho niente contro i grandi stilisti e adoro la mozzarella di Bufala, ma mi piacerebbe che il mio paese, i miei concittadini, si ricordassero e si sentissero orgogliosi anche di quest’altro “Made in Italy” fatto di alta tecnologia e alta industria.

In fondo, anche qui si tratta di “storie”. Del modo di raccontarci e di raccontarsi come paese (vedi anche il saggio di Luca Sofri). Perché poi, non lamentiamoci se altrove veniamo sempre  rappresentati , come se fossimo fermi agli anni Cinquanta, alla “pizza, agli spaghetti” con l’aggiunta recente del “bunga bunga”.

Siamo noi, troppo spesso, a dimenticarci che siamo, o almeno nei casi migliori possiamo essere, anche altro.

A nostra immagine e somiglianza

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La forza delle storie è che ci proiettano, con la loro “energia narrativa”, laddove a volte  fatichiamo ad arrivare con lo sguardo razionale.

Ieri, per esempio, c’è voluto il racconto di uno sciamano bianco su un isola sperduta, tra folle di disperati, per ricordare a un intero paese quanto il nostro modo di vedere gli altri sia filtrato, e a volte distorto, dalla prospettiva parziale che assumiamo.

Anche lasciando da parte le (enormi) implicazioni politiche e sociali di una definizione come “globalizzazione dell’indifferenza”,  essa è ancor prima che una valutazione morale, una perfetta analisi “semiotica” di come funziona il nostro modo di percepire la realtà, nel bene e nel male.

Siamo talmente immersi in un punto di vista che finiamo, a volte, per assumere ipso facto che la rappresentazione del mondo che ne deriva sia l’unica legittima.

Ma ecco che una foto come “Ondria Tanner and Her Grandmother Window-shopping” (1956), di Gordon Parks ci aiuta a ricordare come tutto può essere rovesciato, provando a guardare le cose con gli occhi di qualcun altro.

E’ banale dirlo, ma forse vale la pena ricordarlo di tanto in tanto, per chi crede come per chi non crede. Perché, in fondo, prima o poi nella vita, siamo tutti gli “Ondria Tanner” di qualcun altro.

Deve averlo pensato, guardando fuori dall’oblò della Stazione Spaziale Internazionale, anche l’astronauta italiano Luca Parmitano che fra una manciata d’ore, uscirà dal portellone della stazione orbitante per una “passeggiata spaziale“. Qualche giorno fa, raccontando la prima esperienza lassù, a 400 km dalla Terra, così raccontava le sue sensazioni:

Paradossalmente una delle cose di cui solo ti rendi conto a questa distanza è che noi siamo abituati a pensare alla terra in termini di località, di luoghi diversi come per esempio i 5 continenti, città e vari paesi confinanti ma da quando sono quassù, mi sono reso conto che questa divisione ce la siamo inventata noi.

Non esistono confini nel mondo! il mondo è uno! A questa distanza non si riesce a rendersi conto dell’altezza delle montagne, della profondità di una valle o dell’insormontabilità di un fiume per cui il mondo diventa uno: senza frontiere.

Il cielo non è mai stato il limite

Diario di bordo. Data astrale, 8 settembre  2012.

Esattamente 46 anni la prima Enteprise salpava dagli Spazioporti catodici americani. Da noi, in Italia, sarebbe arrivata più tardi, ma avrebbe comunque marcato l’immaginario di quanti come me sono cresciuti con un vulcaniano come baby sitter.

Non bisogna essere necessariamente appassionati di fantascienza per amare Star Trek e l’infinita galassia di personaggi, di razze, di mondi, che Gene Roddenberry, autentico Omero del ventesimo secolo, ha costruito nel tempo.

I devoti del franchise, i cosiddetti Trekkies, segnano addirittura uno spartiacque culturale tra le serie, direttamente curate dal “creatore”, e quelle scritte dai suoi eredi/aedi, come se si trattasse di Vecchio e Nuovo Testamento. La filosofia della Federazione interplanetaria è divenuta addirittura un modello culturale e civico per alcuni, anche illustri, contemporanei.

Come che sia, non bisogna essere necessariamente trekkies per apprezzare la logica di Spock, l’umanità di Bones, l’eroismo (diciamolo) “old style” di Kirk, la ricerca di felicità del Pinocchio cibernetico Data, l’eleganza di Picard e così via.

E se non siete mai stati logici come un vulcaniano, perfidi come un romulano, rozzi come un klingon, inumani come un borg, non sapete cosa vi siete persi in questi 46 anni.

In fin dei conti, Star Trek ci ha regalato con le sue storie la speranza che il cielo non sia il limite ultimo dell’uomo, ma solo l’orizzonte verso cui puntare, per arrivare là dove nessuno sognatore è mai giunto prima.