Archivi categoria: Storia di un democratico

il artito in cui mi riconosco

…Che tu sei qui

O me, o vita! domande come queste mi perseguitano:
degli infinti cortei d’infedeli, di città gremite di stolti,
di me stesso sempre a biasimare me stesso, (perché chi più stolto di me, chi di me più infedele?)
di occhi che invano anelano la luce, del significato delle cose, della lotta che sempre si rinnova,
degli infelici risultati di tutto, delle sordide folle ansimanti che vedo attorno a me,
degli anni inutili e vacui degli altri, e di me intrecciato con gli altri,
la domanda, ahimè! così triste, ricorrente – Cosa vi è di buono in tutto questo, o me, o vita?

Risposta:  
Che tu sei qui – che la vita esiste, e l’identità.

Che il potente spettacolo continua, e tu puoi contribuirvi con un verso.

Walt Whitman, “O Me! O Vita!”

(E poi, se avete tempo e non l’avete ancora fatto, ascoltatevi il suo discorso finale da Presidente).

Aspettando l’elezzione

Un giorno tutti quanti l’animali
Sottomessi ar lavoro
Decisero d’elegge’ un Presidente
Che je guardasse l’interessi loro.

C’era la Societa de li Majali,
La Societa der Toro,
Er Circolo der Basto e de la Soma,
La Lega indipendente

Fra li Somari residenti a Roma,
C’era la Fratellanza
De li Gatti soriani, de li Cani,
De li Cavalli senza vetturini,
La Lega fra le Vacche, Bovi e affini…
Tutti pijorno parte a l’adunanza.

Un Somarello, che pe’ l’ambizzione
De fasse elegge’ s’era messo addosso
La pelle d’un leone,
Disse: – Bestie elettore, io so’ commosso:
La civirtà, la libbertà, er progresso…
Ecco er vero programma che ciò io,
Ch’è l’istesso der popolo! Per cui
Voterete compatti er nome mio… –

Defatti venne eletto propio lui.
Er Somaro, contento, fece un rajo,
E allora solo er popolo bestione
S’accorse de lo sbajo
D’ave’ pijato un ciuccio p’un leone!

– Miffarolo!… Imbrojone!… Buvattaro!…
– Ho pijato possesso,
– Disse allora er Somaro – e nu’ la pianto
Nemmanco si morite d’accidente;
Silenzio! e rispettate er Presidente!

 

Trilussa, L’ Elezzione der presidente (1930)

 

L’illustrazione arriva da qui

Athos, Porthos e il PD

Molti di quei nomi li conosco fin da ragazzo.

Sono stati quasi sempre consiglieri comunali. Qualche volta regionali. Qualche volta presidenti di commissione. Qualche volta deputati. Qualche volta senatori.

Sono stati Radicali. Sono stati Verdi. Sono stati DS. Oggi sono (o si dicono) Democratici. Forse domani saranno nel Partito della Nazione.

Certo è che, con vari ruoli, hanno contribuito al governo della mia città per quasi vent’anni.

E’ accaduto anche con il mio voto. Sì, perché per tutto questo tempo, ho davvero pensato che questi politici locali che non comparivano negli show di “Porta a Porta” e nei dibattiti di “Ballarò”, rimanessero a occuparsi di Roma perché amavano questa sciagurata città come l’amano tanti di noi, con rabbia ma con passione.

Sì, lo ammetto, io sono di quei coglioni che quando qualcuno dice:

“Tanto sono tutti uguali”

…ancora si storce. Anzi, si storceva.

Rivendico, anzi rivendicavo l’ottusa, romantica, idea che, almeno quando si tratta del posto dove vivi, si possa aspirare a fare politica per passione.

Mi ripetevo: “sì d’accordo ci sono gli Scilipoti, ci sono i Razzi ma ci sono anche Athos e Porthos… ”

Vi giuro lo dicevo.

Prima che Athos, Porthos, Aramis e tanti altri consiglieri comunali del PD, si recassero da un notaio insieme ai consiglieri d’opposizione per far decadere la Giunta e l’Assemblea Capitolina, ma soprattutto per far decadere il sindaco Ignazio Marino.

“Spiegatemelo come a un bambino”

Ecco, se avessi davanti questi moschettieri democratici, è quello che gli chiederei.

Perché per me, oltre che tecnicamente, è politicamente legittimo che un partito politico possa togliere la fiducia a un sindaco, anche se è un suo esponente.

Anche se a sceglierlo sono state le persone con un mandato diretto e, nel caso di Ignazio Marino, con una doppia scelta: prima quella degli elettori del centrosinistra con le Primarie e poi quella di tutti i cittadini di Roma con le elezioni.

Ci sta, fa parte delle regole del gioco democratico.

Quello che risulta incomprensibile è perché, invece di farlo alla luce del Sole, alla fine di un pubblico dibattito nell’assemblea delegata con un voto, si debba farlo con una raccolta sparuta di firme, davanti a un notaio.

Come se si trattasse del passaggio di proprietà di un’auto usata, o di una cantina…Come se, di una cosa del genere, questi consiglieri eletti non dovessero rendere conto ai cittadini che li hanno eletti.

Come se “l’azzegarbugliata” tipicamente italica dell’atto notarile, facesse decadere insieme alle loro cariche anche i dubbi di questi mesi.

Come se fosse normale che una maggioranza politica, improvvisamente, trasformi il proprio sindaco in capro espiatorio di lustri di nefandezze politiche, sociali e perfino criminali.

Colpevole il sindaco che governa da due anni, ma innocenti loro che governano  la città da quasi vent’anni.

 Ma sapete cosa mi  nausea di più di questa storia?

Che, dal notaio, gli Athos, i Porthos e gli Aramis, ci siano andati con i Mazzarino e  i Richelieu: maggioranza e opposizione a braccetto, sinistra, centro e destra tutti insieme appassionatamente,

…Come nelle peggiori caricature della politica consociativa, disegnate dai qualunquisti padani o pentastelluti.

E così quella frase che, per tanto tempo ho odiato, che per tanto tempo da cittadino e elettore ho combattuto,  mentre scrivo  queste righe politicamente disperate, mi sembra l’unica conclusione razionale di qualsiasi ragionamento.

Sono… Anzi no.

Siete.

Siete tutti uguali.

Storia di Ignazio Malaussène

A leggere le cronache dei giornali in questi giorni, sembra che a Roma ci siamo liberati di Al Capone.

Per gli illuminati pennivendoli de “La Repubblica” o de “Il Messaggero” le dimissioni del sindaco, Ignazio Marino, sono state accompagnate da un tale boato di gaudio che a Terni o a Napoli debbono aver pensato che lo scudetto del calcio fosse stato assegnato alla Roma con 32 giornate d’anticipo.

Già da tempo, in realtà, il professor Marino aveva lasciato il mestiere di primo cittadino per assumere, su acclamazione – non so se popolare ma certamente mediatica – , la professione di capro espiatorio.

La stangata

Come Benjamin Malaussène nei romanzi di Daniel Pennac, questo mite chirurgo con la passione per la politica era diventato in soli due anni, il ricettacolo di tutte le colpe ataviche di Roma, dalla “monnezza” alle “buche pe’ strade”.

Sospetto che se fosse arrivato alla fine del mandato naturale, i zelanti scribacchini che in questi giorni l’hanno massacrato, sarebbero riusciti ad appioppargli anche l’incendio di Roma del 64 D.C., il sacco della città del 1527 e (perché no?) il bombardamento di San Lorenzo nel 1943.

Ognuno, da cittadino può giudicare come crede l’operato dell’amministratore o la statura del politico, ma ciò che colpisce di tutta questa vicenda è l’imbarazzante qualità  della storia intessuta dai media tradizionali.

Gabriele Capasso su Polisblog ha ricostruito con precisione i termini della campagna in un documentato articolo dal titolo eloquente “Come ti defenestro un sindaco”.

Nun je da’ retta Roma che t’hanno cojonato

E vogliamo parlare della proba classe dirigente del PD locale e nazionale che, mentre difende governatori già condannati e deputati con mandati  di arresto pendenti, di fronte a (presunte) spese irregolari per una cena o per un viaggio, si scopre più giustizialista di Robespierre?

Senza fare dietrologia, è abbastanza evidente la firma in quarta di copertina al romanzo criminale di Ignazio Girolimoni, che paga più dei limiti da sindaco, quelli da pedina sullo scacchiere della politica del ceravamotantorottamati.

In fondo, non c’era nemmeno bisogno di impiegare giornaletti e giornalai, si sarebbe potuto liquidarlo su twitter. Che ne so…

#Ignaziostaisereno

Se potessi cominciare a dire noi

Ci pensavo l’altro giorno, guardando quei ragazzi con le mani imbrattate di vernice e di speranza, protestare davanti alla sede del Partito Democratico a Roma.

Tra loro e la porta un cordone di poliziotti in tenuta antisommossa.
Fuori dal PD per farsi ascoltare.

Fuori dal PD come insegnanti e precari in sciopero. Fuori dal PD come gli operai delle acciaierie che qualche mese fa si beccarono pure qualche manganellata. Fuori dal PD come tanti che fino a ieri il PD lo votavano pure e che ,  forse chissà hanno anche contribuito al mitico 40 % raccolto dai Democratici alle scorse Europee.E dentro al PD, chi resta?

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Governo al cioccolato, dolce e un pò salato

"Gelato Italia" Mauro Biani - Il Manifesto

E’ trascorso qualche giorno e, ormai, per i tempi dell’informazione e della politichetta è roba già vecchia.

Qui il riassunto, via storify, per chi si fosse perso qualche puntata, tra copertina dell’Economist, show in risposta del Presidente del Consiglio – con tanto di sponsor – e ironie varie sui social media.

A botta calda (e a gelato freddo), ho cercato di mordermi lingua e tastiera: in fondo i problemi sono altri.

Sì, appunto, i problemi sono altri. Ma, a pensarci bene, se il “il primo cittadino” del paese trova il tempo di sperperare una conferenza stampa nel cortile di Palazzo Chigi, per rispondere ad una vignetta caricaturale, forse i problemi sono anche nostri.

Ed a me resta il dubbio che la forma – a volte – sia sostanza. Che la civiltà di un paese non la misurano solo i punti del PIL o gli indici di Borsa,  ma nemmeno i numeri dello “Scer” in prima serata televisiva, i “laik” su Feisbuc o la quantità di “follouérs”.

Per anni ci siamo indignati – e a volte vergognati – di un premier che ci rappresentava nel mondo a barzellette e puttanate. Se ci fosse ancora lui a Palazzo Chigi, che cosa avremmo detto di una pantomima del genere? E cosa avremmo detto di un responsabile della Comunicazione del partito del premier che,  in risposta alle critiche, posta una roba così?

Nicodemo gelato

Vale la pena rifletterci, giusto per comprendere la qualità della storia politica che ci stanno raccontando da qualche tempo e che, sembra, dovremo sorbirci per almeno tre anni. Ah no, scusate, sono solo #1000giorni.

Impiccalo più in alto

hang em him high - kamilgraphic

Dicono che sia colpevole e non vedo perché dovremmo pensare il contrario.

Se gli inquirenti l’hanno arrestato dopo indagini così lunghe, hanno sicuramente i loro buoni motivi.

E se il Ministro dell’Interno, ripeto il Ministro dell’Interno, dice: abbiamo arrestato l’assassino, io gli credo. Devo credergli. Perché – mi piaccia o no il personaggio, il ministro Angelino Alfano rappresenta lo Stato di cui sono cittadino.

Io quindi gli credo, come gli hanno creduto in tanti, per strada ma anche nei giornali e in  televisione.

I giornalisti, in particolare,  hanno cucinato la notizia da par loro in una manciata di minuti: prodotto espresso, fresco, fresco per essere consumato in prime time. Piatto “succulento” visto che si tratta dell’assassino di quella bambina, visto che possono insaporire il piatto con il nome del tizio , la sua faccia, il suo profilo Feisbuc. Questo tizio che sembra uno normale e invece è una bestia. L’ha uccisa, ma prima l’ha seviziata, l’ha… Che merda, che merda, che merda.

Anche se un dubbio, al ventesimo servizio televisivo dedicato alla vicenda, ti viene.

D’accordo il riscontro del DNA, d’accordo le parole del ministro e quelle del Presidente del Consiglio che si complimenta con le Forze dell’ordine e con il Ministro stesso per l’ottimo lavoro svolto… Ma quand’è di preciso che la bestia l’abbiamo portata davanti a un tribunale? Quand’è che un giudice ha stabilito che gli indizi – raccolti sicuramente con scrupolo e attenzione dagli inquirenti – sono tali da  comprovare il crimine?

Ecco, nelle cronache di queste ore, troppo spesso, mi è sembrato mancasse la parola “presunto”, anteposta a quella di “assassino”. Una parola desueta. Non orecchiabile come “selfie” o “italicum” magari, ma una di quelle parole che misura il grado di civiltà di uno Stato.

Perché non siamo nel vecchio Uest dove lo sceriffo Alfie, a volte, esercitava  anche la funzione di giuria e l’esecuzione della sentenza era affidata, per pubblica impiccagione, a una folla inferocita.

Perché in un paese civile,  in attesa che la bestia confessi, o che ci sia stato un processo, nessuno di noi può avere la certezza giudiziaria di saperlo colpevole.

E badate, nel ribadire questa cosa, non è che stiamo facendo un favore alla bestia – campione di disumanità – , stiamo solo ribadendo un diritto per chi – come noi – bestia non è, per chi come noi vuole salvaguardare la sua di umanità.

Ci basterebbe un sorriso per un abbraccio di un’ora

Layout 1

 

Ricordo poco di quel giorno di trent’anni fa, a parte la commozione di mio nonno davanti al televisore.

Berlinguer l’ho scoperto con il tempo:  la biografia, il percorso, le idee.

Anzi più il tempo passa, più la sua visione delle cose mi sembra importante.

So di far parte di una minoranza . Per i più è roba da libri di storia: un poco prima dei Dinosauri e poco dopo i Sumeri, non di tanto però.

C’è quest’ansia di nuovismo perpetuo che ha contagiato tutti, da destra a sinistra, dalla politica alla cultura.

Questo miraggio del “fare” – anche se si capisce mai il “cosa” – che divora qualsiasi necessità di riflessione. Come se la nostra convivenza civile potesse essere ridotta ad una memoria RAM da ripulire ogni 5 minuti.

Ma poi scorri i titoli di un quotidiano online in queste ore: dalla vicenda della Guardia di Finanza,  agli appalti dell’Expo di Milano, alle mazzette di Venezia, agli affari delle banche…  E ti rendi conto che la “questione morale”, che denunciava lui, brucia ancora sulla nostra pelle.

Guardi come viene gestito il paese, in qualsiasi campo, a qualsiasi livello,  sempre sul crinale dell’emergenza, sempre sul twitt del last minute… E capisci quanto avremmo bisogno, invece, di una classe dirigente che sapesse ragionare in termini di “pensieri lunghi”, come sosteneva lui.

Ascolti le parole dei capipopolo del momento, l’inflazione di egoismi sociali e vaffanculo senza costrutto che ci sommerge… E rimpiangi quell’uomo schivo che ponderava ogni espressione, che comunicava col silenzio.

Altro che preistoria. Altro che passato. Berlinguer, i suoi ideali, sono da qualche parte nel domani, in un tempo migliore per cui continuare a lottare.