Archivi categoria: Storia di un democratico

il artito in cui mi riconosco

Oltre la collina: aiutiamoli a casa loro, ovvero a casa nostra

…In poche ore, l’aereo che mi ha portato qui ha attraversato oceani e paesi che sono stati crogiolo della storia dell’umanità. In pochi minuti abbiamo seguito le tracce delle migrazioni degli uomini nel corso di migliaia di anni; in pochi secondi abbiamo passato campi i battaglia dove milioni di uomini hanno combattuto e sono morti.

Non abbiamo visto nessun confine nazionale, nessun vasto golfo o alte mura che dividono le popolazioni; solo la natura ed il lavoro dell’uomo – case, fabbriche, fattorie – che riflettono lo sforzo comune di arricchire la propria vita…

 Solo un uomo attaccato alle cose terrene può ancora aggrapparsi alla buia ed avvelenante superstizione secondo cui il suo mondo è delimitato dalla collina più vicina, il suo universo finisce alla rive del fiume, la sua comune umanità è racchiusa nello stretto circolo di quelli che condividono con lui città, vedute e colore della pelle.

Nel 1966 Robert Kennedy, in Sud Africa,  pronunciò uno dei più bei discorsi della sua (troppo breve) carriera politica.

Era un discorso che parlava di immigrazione e progresso, di civiltà e diritti. Mi è tornato in mente l’altra sera, mentre sui media infuriava la polemica su “aiutiamoli a casa loro” di Matteo Renzi.

Non entro nel merito della questione – l’hanno fatto persone ben più titolate di me –  quello che personalmente mi colpisce su tutto, ancora una volta, è l’assoluta – sconvolgente – mancanza di orizzonte del paese e della sua classe dirigente.

Guardate, se vi andate a leggere con attenzione il discorso di Kennedy, vedrete che in fondo un “aiutiamoli a casa loro” c’è anche nelle sue parole.

Ma è un “aiutiamoli a casa loro” concreto e realista, che parte da una banale annotazione  (già nel 1966, figuriamoci oggi oltre 50 anni dopo):  non esiste più alcun confine fisico in grado di separare gli abitanti del pianeta. Insomma, casa loro è anche casa nostra (e viceversa).

Magari, la spiegazione può non convincere tutti. Magari si possono  proporre soluzioni meno “buoniste” (o presunte tali)  e più ciniche.  Ma dubito che si possa farlo, senza trovare il coraggio di guardare davvero oltre la collina più vicina.

 

 

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Ai poster l’ardua sentenza

Ieri sera, ascoltando Matteo Renzi dire di come a 16 anni avesse staccato tristemente il poster di Baggio dalla parete della cameretta, il giorno in cui il Divin codino passò alla Juve, non ho potuto fare a meno di pensare a come è strano il mondo. Mentre lui staccava, io e il Gaucho appendevamo felici il nostro con la nuova maglia.

E’ il calcio, è il campanile ma non dovrebbe essere, per esempio, la politica. Almeno per un progressista che va alla ricerca di quella felicità bella se condivisa di cui cantava Gaber

E invece il giorno dopo il confronto televisivo delle Primarie PD, in giro leggo solo commenti da fan:

“Quello è stato più bravo… Quell’altro non sa comunicare… Quell’altro ancora è troppo vecchio…”

Come se alla fine stessimo parlando ancora di poster da appendere nelle camerette e non della ricerca di un leader autentico per il più grande partito del centrosinistra italiano.

Il confronto – a mio avviso – non è stato granché, ma alla fine mi chiedo: è un limite solo dei tre davanti alla telecamera, o anche nostro come Generazione, come Comunità, come Paese?

…Che tu sei qui

O me, o vita! domande come queste mi perseguitano:
degli infinti cortei d’infedeli, di città gremite di stolti,
di me stesso sempre a biasimare me stesso, (perché chi più stolto di me, chi di me più infedele?)
di occhi che invano anelano la luce, del significato delle cose, della lotta che sempre si rinnova,
degli infelici risultati di tutto, delle sordide folle ansimanti che vedo attorno a me,
degli anni inutili e vacui degli altri, e di me intrecciato con gli altri,
la domanda, ahimè! così triste, ricorrente – Cosa vi è di buono in tutto questo, o me, o vita?

Risposta:  
Che tu sei qui – che la vita esiste, e l’identità.

Che il potente spettacolo continua, e tu puoi contribuirvi con un verso.

Walt Whitman, “O Me! O Vita!”

(E poi, se avete tempo e non l’avete ancora fatto, ascoltatevi il suo discorso finale da Presidente).

Aspettando l’elezzione

Un giorno tutti quanti l’animali
Sottomessi ar lavoro
Decisero d’elegge’ un Presidente
Che je guardasse l’interessi loro.

C’era la Societa de li Majali,
La Societa der Toro,
Er Circolo der Basto e de la Soma,
La Lega indipendente

Fra li Somari residenti a Roma,
C’era la Fratellanza
De li Gatti soriani, de li Cani,
De li Cavalli senza vetturini,
La Lega fra le Vacche, Bovi e affini…
Tutti pijorno parte a l’adunanza.

Un Somarello, che pe’ l’ambizzione
De fasse elegge’ s’era messo addosso
La pelle d’un leone,
Disse: – Bestie elettore, io so’ commosso:
La civirtà, la libbertà, er progresso…
Ecco er vero programma che ciò io,
Ch’è l’istesso der popolo! Per cui
Voterete compatti er nome mio… –

Defatti venne eletto propio lui.
Er Somaro, contento, fece un rajo,
E allora solo er popolo bestione
S’accorse de lo sbajo
D’ave’ pijato un ciuccio p’un leone!

– Miffarolo!… Imbrojone!… Buvattaro!…
– Ho pijato possesso,
– Disse allora er Somaro – e nu’ la pianto
Nemmanco si morite d’accidente;
Silenzio! e rispettate er Presidente!

 

Trilussa, L’ Elezzione der presidente (1930)

 

L’illustrazione arriva da qui

Athos, Porthos e il PD

Molti di quei nomi li conosco fin da ragazzo.

Sono stati quasi sempre consiglieri comunali. Qualche volta regionali. Qualche volta presidenti di commissione. Qualche volta deputati. Qualche volta senatori.

Sono stati Radicali. Sono stati Verdi. Sono stati DS. Oggi sono (o si dicono) Democratici. Forse domani saranno nel Partito della Nazione.

Certo è che, con vari ruoli, hanno contribuito al governo della mia città per quasi vent’anni.

E’ accaduto anche con il mio voto. Sì, perché per tutto questo tempo, ho davvero pensato che questi politici locali che non comparivano negli show di “Porta a Porta” e nei dibattiti di “Ballarò”, rimanessero a occuparsi di Roma perché amavano questa sciagurata città come l’amano tanti di noi, con rabbia ma con passione.

Sì, lo ammetto, io sono di quei coglioni che quando qualcuno dice:

“Tanto sono tutti uguali”

…ancora si storce. Anzi, si storceva.

Rivendico, anzi rivendicavo l’ottusa, romantica, idea che, almeno quando si tratta del posto dove vivi, si possa aspirare a fare politica per passione.

Mi ripetevo: “sì d’accordo ci sono gli Scilipoti, ci sono i Razzi ma ci sono anche Athos e Porthos… ”

Vi giuro lo dicevo.

Prima che Athos, Porthos, Aramis e tanti altri consiglieri comunali del PD, si recassero da un notaio insieme ai consiglieri d’opposizione per far decadere la Giunta e l’Assemblea Capitolina, ma soprattutto per far decadere il sindaco Ignazio Marino.

“Spiegatemelo come a un bambino”

Ecco, se avessi davanti questi moschettieri democratici, è quello che gli chiederei.

Perché per me, oltre che tecnicamente, è politicamente legittimo che un partito politico possa togliere la fiducia a un sindaco, anche se è un suo esponente.

Anche se a sceglierlo sono state le persone con un mandato diretto e, nel caso di Ignazio Marino, con una doppia scelta: prima quella degli elettori del centrosinistra con le Primarie e poi quella di tutti i cittadini di Roma con le elezioni.

Ci sta, fa parte delle regole del gioco democratico.

Quello che risulta incomprensibile è perché, invece di farlo alla luce del Sole, alla fine di un pubblico dibattito nell’assemblea delegata con un voto, si debba farlo con una raccolta sparuta di firme, davanti a un notaio.

Come se si trattasse del passaggio di proprietà di un’auto usata, o di una cantina…Come se, di una cosa del genere, questi consiglieri eletti non dovessero rendere conto ai cittadini che li hanno eletti.

Come se “l’azzegarbugliata” tipicamente italica dell’atto notarile, facesse decadere insieme alle loro cariche anche i dubbi di questi mesi.

Come se fosse normale che una maggioranza politica, improvvisamente, trasformi il proprio sindaco in capro espiatorio di lustri di nefandezze politiche, sociali e perfino criminali.

Colpevole il sindaco che governa da due anni, ma innocenti loro che governano  la città da quasi vent’anni.

 Ma sapete cosa mi  nausea di più di questa storia?

Che, dal notaio, gli Athos, i Porthos e gli Aramis, ci siano andati con i Mazzarino e  i Richelieu: maggioranza e opposizione a braccetto, sinistra, centro e destra tutti insieme appassionatamente,

…Come nelle peggiori caricature della politica consociativa, disegnate dai qualunquisti padani o pentastelluti.

E così quella frase che, per tanto tempo ho odiato, che per tanto tempo da cittadino e elettore ho combattuto,  mentre scrivo  queste righe politicamente disperate, mi sembra l’unica conclusione razionale di qualsiasi ragionamento.

Sono… Anzi no.

Siete.

Siete tutti uguali.

Storia di Ignazio Malaussène

A leggere le cronache dei giornali in questi giorni, sembra che a Roma ci siamo liberati di Al Capone.

Per gli illuminati pennivendoli de “La Repubblica” o de “Il Messaggero” le dimissioni del sindaco, Ignazio Marino, sono state accompagnate da un tale boato di gaudio che a Terni o a Napoli debbono aver pensato che lo scudetto del calcio fosse stato assegnato alla Roma con 32 giornate d’anticipo.

Già da tempo, in realtà, il professor Marino aveva lasciato il mestiere di primo cittadino per assumere, su acclamazione – non so se popolare ma certamente mediatica – , la professione di capro espiatorio.

La stangata

Come Benjamin Malaussène nei romanzi di Daniel Pennac, questo mite chirurgo con la passione per la politica era diventato in soli due anni, il ricettacolo di tutte le colpe ataviche di Roma, dalla “monnezza” alle “buche pe’ strade”.

Sospetto che se fosse arrivato alla fine del mandato naturale, i zelanti scribacchini che in questi giorni l’hanno massacrato, sarebbero riusciti ad appioppargli anche l’incendio di Roma del 64 D.C., il sacco della città del 1527 e (perché no?) il bombardamento di San Lorenzo nel 1943.

Ognuno, da cittadino può giudicare come crede l’operato dell’amministratore o la statura del politico, ma ciò che colpisce di tutta questa vicenda è l’imbarazzante qualità  della storia intessuta dai media tradizionali.

Gabriele Capasso su Polisblog ha ricostruito con precisione i termini della campagna in un documentato articolo dal titolo eloquente “Come ti defenestro un sindaco”.

Nun je da’ retta Roma che t’hanno cojonato

E vogliamo parlare della proba classe dirigente del PD locale e nazionale che, mentre difende governatori già condannati e deputati con mandati  di arresto pendenti, di fronte a (presunte) spese irregolari per una cena o per un viaggio, si scopre più giustizialista di Robespierre?

Senza fare dietrologia, è abbastanza evidente la firma in quarta di copertina al romanzo criminale di Ignazio Girolimoni, che paga più dei limiti da sindaco, quelli da pedina sullo scacchiere della politica del ceravamotantorottamati.

In fondo, non c’era nemmeno bisogno di impiegare giornaletti e giornalai, si sarebbe potuto liquidarlo su twitter. Che ne so…

#Ignaziostaisereno

Se potessi cominciare a dire noi

Ci pensavo l’altro giorno, guardando quei ragazzi con le mani imbrattate di vernice e di speranza, protestare davanti alla sede del Partito Democratico a Roma.

Tra loro e la porta un cordone di poliziotti in tenuta antisommossa.
Fuori dal PD per farsi ascoltare.

Fuori dal PD come insegnanti e precari in sciopero. Fuori dal PD come gli operai delle acciaierie che qualche mese fa si beccarono pure qualche manganellata. Fuori dal PD come tanti che fino a ieri il PD lo votavano pure e che ,  forse chissà hanno anche contribuito al mitico 40 % raccolto dai Democratici alle scorse Europee.E dentro al PD, chi resta?

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Governo al cioccolato, dolce e un pò salato

"Gelato Italia" Mauro Biani - Il Manifesto

E’ trascorso qualche giorno e, ormai, per i tempi dell’informazione e della politichetta è roba già vecchia.

Qui il riassunto, via storify, per chi si fosse perso qualche puntata, tra copertina dell’Economist, show in risposta del Presidente del Consiglio – con tanto di sponsor – e ironie varie sui social media.

A botta calda (e a gelato freddo), ho cercato di mordermi lingua e tastiera: in fondo i problemi sono altri.

Sì, appunto, i problemi sono altri. Ma, a pensarci bene, se il “il primo cittadino” del paese trova il tempo di sperperare una conferenza stampa nel cortile di Palazzo Chigi, per rispondere ad una vignetta caricaturale, forse i problemi sono anche nostri.

Ed a me resta il dubbio che la forma – a volte – sia sostanza. Che la civiltà di un paese non la misurano solo i punti del PIL o gli indici di Borsa,  ma nemmeno i numeri dello “Scer” in prima serata televisiva, i “laik” su Feisbuc o la quantità di “follouérs”.

Per anni ci siamo indignati – e a volte vergognati – di un premier che ci rappresentava nel mondo a barzellette e puttanate. Se ci fosse ancora lui a Palazzo Chigi, che cosa avremmo detto di una pantomima del genere? E cosa avremmo detto di un responsabile della Comunicazione del partito del premier che,  in risposta alle critiche, posta una roba così?

Nicodemo gelato

Vale la pena rifletterci, giusto per comprendere la qualità della storia politica che ci stanno raccontando da qualche tempo e che, sembra, dovremo sorbirci per almeno tre anni. Ah no, scusate, sono solo #1000giorni.