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Cronache del nostro paese e del mondo, persone, fatti, memorie

Solo per una partita

In questi giorni qualche amico – sapendo della mia passione bianconera, in vista della finale di Cardiff, mi ricorda a mò di sfottò le tante finali perse dalla Juventus. E va bene così, ci sto.

Ma vi devo dire la verità?  Tra le tante finali perse, l’unico rimpianto che ho è per quella vinta con dolore esattamente 32 anni fa.

Quel dolore che non passa mai e che meriterebbe magari qualche pensiero in più anche da chi ha una “fede” calcistica diversa dalla nostra.

Perché quei 39 dello stadio Heysel prima che essere juventini, erano semplicemente appassionati di calcio. Partiti al mondo come tifosi e mai più tornati. Solo per una partita.

Impiccalo più in alto

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Dicono che sia colpevole e non vedo perché dovremmo pensare il contrario.

Se gli inquirenti l’hanno arrestato dopo indagini così lunghe, hanno sicuramente i loro buoni motivi.

E se il Ministro dell’Interno, ripeto il Ministro dell’Interno, dice: abbiamo arrestato l’assassino, io gli credo. Devo credergli. Perché – mi piaccia o no il personaggio, il ministro Angelino Alfano rappresenta lo Stato di cui sono cittadino.

Io quindi gli credo, come gli hanno creduto in tanti, per strada ma anche nei giornali e in  televisione.

I giornalisti, in particolare,  hanno cucinato la notizia da par loro in una manciata di minuti: prodotto espresso, fresco, fresco per essere consumato in prime time. Piatto “succulento” visto che si tratta dell’assassino di quella bambina, visto che possono insaporire il piatto con il nome del tizio , la sua faccia, il suo profilo Feisbuc. Questo tizio che sembra uno normale e invece è una bestia. L’ha uccisa, ma prima l’ha seviziata, l’ha… Che merda, che merda, che merda.

Anche se un dubbio, al ventesimo servizio televisivo dedicato alla vicenda, ti viene.

D’accordo il riscontro del DNA, d’accordo le parole del ministro e quelle del Presidente del Consiglio che si complimenta con le Forze dell’ordine e con il Ministro stesso per l’ottimo lavoro svolto… Ma quand’è di preciso che la bestia l’abbiamo portata davanti a un tribunale? Quand’è che un giudice ha stabilito che gli indizi – raccolti sicuramente con scrupolo e attenzione dagli inquirenti – sono tali da  comprovare il crimine?

Ecco, nelle cronache di queste ore, troppo spesso, mi è sembrato mancasse la parola “presunto”, anteposta a quella di “assassino”. Una parola desueta. Non orecchiabile come “selfie” o “italicum” magari, ma una di quelle parole che misura il grado di civiltà di uno Stato.

Perché non siamo nel vecchio Uest dove lo sceriffo Alfie, a volte, esercitava  anche la funzione di giuria e l’esecuzione della sentenza era affidata, per pubblica impiccagione, a una folla inferocita.

Perché in un paese civile,  in attesa che la bestia confessi, o che ci sia stato un processo, nessuno di noi può avere la certezza giudiziaria di saperlo colpevole.

E badate, nel ribadire questa cosa, non è che stiamo facendo un favore alla bestia – campione di disumanità – , stiamo solo ribadendo un diritto per chi – come noi – bestia non è, per chi come noi vuole salvaguardare la sua di umanità.

Nostalgia Carogna

Gli Italiani perdono le guerre come se fossero partite di calcio e le partite di calcio come se fossero guerre.

Winston Churchill

Questa storia inizia una sera di marzo di dieci anni fa con lo stadio “Olimpico”, tempio del calcio capitolino, stipato in ogni ordine di posti, per usare un’espressione dei radiocronisti di una volta.

In palio, non solo i 3 punti della classifica, ma anche l’orgoglio caparbio delle due tifoserie cittadine, per quella partita speciale che è Roma-Lazio, il “derby”,  anzi “er derbi” come si dice a queste latitudini.

La sfida Roma-Lazio è, per un romano, l’equivalente del Palio per un senese.

Un racconto che nasce nella mente dei tifosi mesi e mesi prima che l’arbitro metta in bocca il fischietto, quando vengono diffusi i calendari della nuova stagione ed ogni romanista o laziale che si rispetti l’annota con dovizia sull’agenda personale, accanto alle scadenze delle tasse e alle feste importanti di famiglia, insomma  tra il  Natale e il compleanno dei figli. A volte prima del compleanno dei figli. A volte prima del Natale.

“Er derby”, nella mia città è una storia che cresce giorno dopo giorno, nelle chiacchiere da bar, negli sfottò  tra compagni di scuola, colleghi d’ufficio, inquilini di palazzo…  Dentro la gente di Roma ci porta dentro tutto la sua storia in forma di commedia dal dal Miles Gloriosus di Plauto al Marchese del Grillo di Alberto Sordi, dalle satire di Pasquino ai sonetti di Belli.

A volte la commedia si trasforma in farsa. A volte precipita in tragedia, quando dagli sfottò si passa alla faida e le battute vengono rimpiazzate da coltelli e spranghe.

Le sappiamo queste cose: valgono non solo per Roma, ma per tutto il paese, ce ne  accorgiamo ancora in queste settimane dopo i fatti della finale di Coppa Italia.

Ma torniamo a quella sera di alcuni fa. Quando, tra primo e secondo tempo, si verifica qualcosa di particolare. Qualcosa che andrebbe indagato in termini di psicologia sociale, di antropologia metropolitana, o più semplicemente di educazione civica.

Sugli spalti si sparge la voce che c’è stato un morto. Un bambino morto, investito dalla polizia.

Non importa che le forze dell’ordine smentiscano, che scendano in campo perfino le autorità cittadine per ribadire che non è successo alcunché.

Quella sera lo stadio, a un certo punto, ammutolisce e decide che quella partita non si deve più giocare. La tifoseria romanista, dopo aver convocato persino i giocatori delle squadra, ottiene la sospensione dell’incontro.

Rievoco questa storia non per fare facili moralismi. Anzi, ho trovato ipocrita chi di fronte elle imprese della “Carogna” & Co ,  ha tirato fuori il parapà dell’indignazione, facendo finta di vivere a Oxford o a Melbourne.

E invece viviamo in Italia che è questa roba qui, niente di più e niente di meno.  Un posto dove il racconto “di parte” conta sempre più di quello collettivo.

Che la parte sia la curva, il partito,  il branco, l’associazione dei parrucchieri per calvi, cambia poco. E cambia poco, purtroppo, se l’eroe della storia è Madre Teresa di Calcutta o la Carogna.

Ma quello che provo più forte, in questi giorni, è il senso di nostalgia per un modo di intendere i derby, il calcio – e più in generale –  le cose in maniera diversa.

Un senso che abbiamo perso il giorno in cui abbiamo consegnato il paese  alle Carogne che siedono nelle curve, ma anche in tribuna autorità.

La mozzarella di Bufala e la Stazione Spaziale

Grazie all’impresa dell’astronauta italiano Parmitano, in questi giorni  i media sono tornati a farci vedere più volte la Stazione Spaziale Internazionale, dove Luca e gli altri astronauti vivono e lavorano, in orbita a 400 km dalla Terra.

Gli astrofili vi diranno che nelle notti giuste, può capitare di avvistarla nel cielo,  una stella più luminosa delle altre, lassù nel firmamento.

Ogni volta che guardo la Stazione, che in questi anni per lavoro ho imparato a conoscere bene, provo un senso profondo di commozione.

Perché oltre alla “maraviglia” tecnologica, di quella scienza così avanzata, che fino a cinquant’anni credevamo impossibile, c’è il privilegio di conoscere da vicino alcune storie degli uomini e delle donne italiane che l’hanno creata e sviluppata in questi anni.

Qualche tempo fa, intervistando uno di loro, un anziano pioniere della scienza spaziale, mi ha colpito una sua frase:

Di solito, quando la gente dice “Made in Italy” pensa agli abiti di alta moda, o al buon cibo, al massimo arriva a citare la Ferrari.

Eppure, “Made in Italy” sono anche gli scienziati e i ricercatori che in questi anni ci hanno permesso di conoscere meglio la Genetica e la Fisica  … E sono gli ingegneri come me che hanno sviluppato tecnologie che la NASA “ci invidia”…

Ecco, io non ho niente contro i grandi stilisti e adoro la mozzarella di Bufala, ma mi piacerebbe che il mio paese, i miei concittadini, si ricordassero e si sentissero orgogliosi anche di quest’altro “Made in Italy” fatto di alta tecnologia e alta industria.

In fondo, anche qui si tratta di “storie”. Del modo di raccontarci e di raccontarsi come paese (vedi anche il saggio di Luca Sofri). Perché poi, non lamentiamoci se altrove veniamo sempre  rappresentati , come se fossimo fermi agli anni Cinquanta, alla “pizza, agli spaghetti” con l’aggiunta recente del “bunga bunga”.

Siamo noi, troppo spesso, a dimenticarci che siamo, o almeno nei casi migliori possiamo essere, anche altro.

A nostra immagine e somiglianza

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La forza delle storie è che ci proiettano, con la loro “energia narrativa”, laddove a volte  fatichiamo ad arrivare con lo sguardo razionale.

Ieri, per esempio, c’è voluto il racconto di uno sciamano bianco su un isola sperduta, tra folle di disperati, per ricordare a un intero paese quanto il nostro modo di vedere gli altri sia filtrato, e a volte distorto, dalla prospettiva parziale che assumiamo.

Anche lasciando da parte le (enormi) implicazioni politiche e sociali di una definizione come “globalizzazione dell’indifferenza”,  essa è ancor prima che una valutazione morale, una perfetta analisi “semiotica” di come funziona il nostro modo di percepire la realtà, nel bene e nel male.

Siamo talmente immersi in un punto di vista che finiamo, a volte, per assumere ipso facto che la rappresentazione del mondo che ne deriva sia l’unica legittima.

Ma ecco che una foto come “Ondria Tanner and Her Grandmother Window-shopping” (1956), di Gordon Parks ci aiuta a ricordare come tutto può essere rovesciato, provando a guardare le cose con gli occhi di qualcun altro.

E’ banale dirlo, ma forse vale la pena ricordarlo di tanto in tanto, per chi crede come per chi non crede. Perché, in fondo, prima o poi nella vita, siamo tutti gli “Ondria Tanner” di qualcun altro.

Deve averlo pensato, guardando fuori dall’oblò della Stazione Spaziale Internazionale, anche l’astronauta italiano Luca Parmitano che fra una manciata d’ore, uscirà dal portellone della stazione orbitante per una “passeggiata spaziale“. Qualche giorno fa, raccontando la prima esperienza lassù, a 400 km dalla Terra, così raccontava le sue sensazioni:

Paradossalmente una delle cose di cui solo ti rendi conto a questa distanza è che noi siamo abituati a pensare alla terra in termini di località, di luoghi diversi come per esempio i 5 continenti, città e vari paesi confinanti ma da quando sono quassù, mi sono reso conto che questa divisione ce la siamo inventata noi.

Non esistono confini nel mondo! il mondo è uno! A questa distanza non si riesce a rendersi conto dell’altezza delle montagne, della profondità di una valle o dell’insormontabilità di un fiume per cui il mondo diventa uno: senza frontiere.

2 Giugno

LLA-F-00N776-0000L’oblio si può vincere, secondo me, solo se il ricordo è legato non solo al fatto che viene richiamato, e che si ritiene di dover richiamare, ma a qualcos’altro, alla ragione, cioè, che ci spinge a ricordare, che non può non aver a che fare con problemi nuovi che oggi vengono avanti.

Bisogna pensare che ci sono delle domande di oggi. La memoria non è soltanto la ripetizione delle domande di ieri. La memoria è soprattutto il proporre delle domande nuove.

Vittorio Foa