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Cronache del nostro paese e del mondo, persone, fatti, memorie

O’, appi daIS!

Il problema non è Renzi in quanto Renzi. Ma la generazione di cui Renzi fa parte e che, ormai da qualche anno, si è prima candidata e, poi, ha assunto la guida del paese con esiti disastrosi. Mi dispiace ammetterlo, perché è la mia generazione. Ma se riusciamo a farci rappresentare solo da Renzi, Salvini, Meloni & co. un motivo deve esserci.

Nanni Moretti additando i limiti della generazione precedente ( la sua, quella di D’Alema, Veltroni, etc.) diceva che era tutta colpa di “Happy Days” che li aveva segnati in negativo, assuefatti a una visione del mondo posticcia e inconsistente. Noi forse ce la dovremmo prendere con “Top Gun”, “Rocky IV” e i fratelli Vanzina. Con Miwa che lanciava i componenti, con la vecchietta che sbagliava sempre candeggio, con Goldrake e Lupin III…

Non lo so ma è un fatto, che chiunque di quella generazione oggi si trovi in posti di comando, piccoli o grandi che siano, quasi sempre si dimostra inadeguato. E l’unica cosa dignitosa, forse, sarebbe farsi da parte: accettare di aver già fallito e passare la mano. Ma dubito che qualcuno di loro, qualcuno di noi, troverà mai questo coraggio. Per cui continueranno, anzi continueremo, a far danni per almeno un altro decennio, temo, finché qualcuno non sentirà il bisogno di rottamarci.

Non è mica facile non andare a votare

…E allora come si fa a tacciare di sterile menefreghismo uno che non vota? Potrebbe essere un rifiuto forte e cosciente di “questa” politica.
No, perché non è mica facile non andare a votare.
Soprattutto non è bello farlo così, a cuor leggero, o addirittura farsene un vanto.
C’è dentro il disagio di non appartenere più a niente, di essere diventati totalmente impotenti.
C’è dentro il dolore di essere diventati così poveri di ideali, senza più uno slancio, un sogno, una proposta, una fede.
È come una specie di resa.
Ma al di là di chi vota e di chi non vota, al di là dell’intervento, al di là del fare o non fare politica, l’importante sarebbe continuare a “essere” politici.

Perché in ogni parola, in ogni gesto, in qualsiasi azione normale, in qualsiasi momento della nostra vita, ognuno di noi ha la possibilità di esprimere il suo pensiero di uomo e soprattutto di uomo che vuol vivere con gli uomini.
E questo non è un diritto. È un dovere.

(tratto dal monologo Il voto, di Giorgio Gaber e Sandro Luporini)

La foto in apertura è del fotoreporter Cornell Capa: “John F. Kennedy reaching into a crowd of supporters, North Hollywood, California” (1960)

Solo per una partita

In questi giorni qualche amico – sapendo della mia passione bianconera, in vista della finale di Cardiff, mi ricorda a mò di sfottò le tante finali perse dalla Juventus. E va bene così, ci sto.

Ma vi devo dire la verità?  Tra le tante finali perse, l’unico rimpianto che ho è per quella vinta con dolore esattamente 32 anni fa.

Quel dolore che non passa mai e che meriterebbe magari qualche pensiero in più anche da chi ha una “fede” calcistica diversa dalla nostra.

Perché quei 39 dello stadio Heysel prima che essere juventini, erano semplicemente appassionati di calcio. Partiti al mondo come tifosi e mai più tornati. Solo per una partita.

Impiccalo più in alto

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Dicono che sia colpevole e non vedo perché dovremmo pensare il contrario.

Se gli inquirenti l’hanno arrestato dopo indagini così lunghe, hanno sicuramente i loro buoni motivi.

E se il Ministro dell’Interno, ripeto il Ministro dell’Interno, dice: abbiamo arrestato l’assassino, io gli credo. Devo credergli. Perché – mi piaccia o no il personaggio, il ministro Angelino Alfano rappresenta lo Stato di cui sono cittadino.

Io quindi gli credo, come gli hanno creduto in tanti, per strada ma anche nei giornali e in  televisione.

I giornalisti, in particolare,  hanno cucinato la notizia da par loro in una manciata di minuti: prodotto espresso, fresco, fresco per essere consumato in prime time. Piatto “succulento” visto che si tratta dell’assassino di quella bambina, visto che possono insaporire il piatto con il nome del tizio , la sua faccia, il suo profilo Feisbuc. Questo tizio che sembra uno normale e invece è una bestia. L’ha uccisa, ma prima l’ha seviziata, l’ha… Che merda, che merda, che merda.

Anche se un dubbio, al ventesimo servizio televisivo dedicato alla vicenda, ti viene.

D’accordo il riscontro del DNA, d’accordo le parole del ministro e quelle del Presidente del Consiglio che si complimenta con le Forze dell’ordine e con il Ministro stesso per l’ottimo lavoro svolto… Ma quand’è di preciso che la bestia l’abbiamo portata davanti a un tribunale? Quand’è che un giudice ha stabilito che gli indizi – raccolti sicuramente con scrupolo e attenzione dagli inquirenti – sono tali da  comprovare il crimine?

Ecco, nelle cronache di queste ore, troppo spesso, mi è sembrato mancasse la parola “presunto”, anteposta a quella di “assassino”. Una parola desueta. Non orecchiabile come “selfie” o “italicum” magari, ma una di quelle parole che misura il grado di civiltà di uno Stato.

Perché non siamo nel vecchio Uest dove lo sceriffo Alfie, a volte, esercitava  anche la funzione di giuria e l’esecuzione della sentenza era affidata, per pubblica impiccagione, a una folla inferocita.

Perché in un paese civile,  in attesa che la bestia confessi, o che ci sia stato un processo, nessuno di noi può avere la certezza giudiziaria di saperlo colpevole.

E badate, nel ribadire questa cosa, non è che stiamo facendo un favore alla bestia – campione di disumanità – , stiamo solo ribadendo un diritto per chi – come noi – bestia non è, per chi come noi vuole salvaguardare la sua di umanità.

Nostalgia Carogna

Gli Italiani perdono le guerre come se fossero partite di calcio e le partite di calcio come se fossero guerre.

Winston Churchill

Questa storia inizia una sera di marzo di dieci anni fa con lo stadio “Olimpico”, tempio del calcio capitolino, stipato in ogni ordine di posti, per usare un’espressione dei radiocronisti di una volta.

In palio, non solo i 3 punti della classifica, ma anche l’orgoglio caparbio delle due tifoserie cittadine, per quella partita speciale che è Roma-Lazio, il “derby”,  anzi “er derbi” come si dice a queste latitudini.

La sfida Roma-Lazio è, per un romano, l’equivalente del Palio per un senese.

Un racconto che nasce nella mente dei tifosi mesi e mesi prima che l’arbitro metta in bocca il fischietto, quando vengono diffusi i calendari della nuova stagione ed ogni romanista o laziale che si rispetti l’annota con dovizia sull’agenda personale, accanto alle scadenze delle tasse e alle feste importanti di famiglia, insomma  tra il  Natale e il compleanno dei figli. A volte prima del compleanno dei figli. A volte prima del Natale.

“Er derby”, nella mia città è una storia che cresce giorno dopo giorno, nelle chiacchiere da bar, negli sfottò  tra compagni di scuola, colleghi d’ufficio, inquilini di palazzo…  Dentro la gente di Roma ci porta dentro tutto la sua storia in forma di commedia dal dal Miles Gloriosus di Plauto al Marchese del Grillo di Alberto Sordi, dalle satire di Pasquino ai sonetti di Belli.

A volte la commedia si trasforma in farsa. A volte precipita in tragedia, quando dagli sfottò si passa alla faida e le battute vengono rimpiazzate da coltelli e spranghe.

Le sappiamo queste cose: valgono non solo per Roma, ma per tutto il paese, ce ne  accorgiamo ancora in queste settimane dopo i fatti della finale di Coppa Italia.

Ma torniamo a quella sera di alcuni fa. Quando, tra primo e secondo tempo, si verifica qualcosa di particolare. Qualcosa che andrebbe indagato in termini di psicologia sociale, di antropologia metropolitana, o più semplicemente di educazione civica.

Sugli spalti si sparge la voce che c’è stato un morto. Un bambino morto, investito dalla polizia.

Non importa che le forze dell’ordine smentiscano, che scendano in campo perfino le autorità cittadine per ribadire che non è successo alcunché.

Quella sera lo stadio, a un certo punto, ammutolisce e decide che quella partita non si deve più giocare. La tifoseria romanista, dopo aver convocato persino i giocatori delle squadra, ottiene la sospensione dell’incontro.

Rievoco questa storia non per fare facili moralismi. Anzi, ho trovato ipocrita chi di fronte elle imprese della “Carogna” & Co ,  ha tirato fuori il parapà dell’indignazione, facendo finta di vivere a Oxford o a Melbourne.

E invece viviamo in Italia che è questa roba qui, niente di più e niente di meno.  Un posto dove il racconto “di parte” conta sempre più di quello collettivo.

Che la parte sia la curva, il partito,  il branco, l’associazione dei parrucchieri per calvi, cambia poco. E cambia poco, purtroppo, se l’eroe della storia è Madre Teresa di Calcutta o la Carogna.

Ma quello che provo più forte, in questi giorni, è il senso di nostalgia per un modo di intendere i derby, il calcio – e più in generale –  le cose in maniera diversa.

Un senso che abbiamo perso il giorno in cui abbiamo consegnato il paese  alle Carogne che siedono nelle curve, ma anche in tribuna autorità.

La mozzarella di Bufala e la Stazione Spaziale

Grazie all’impresa dell’astronauta italiano Parmitano, in questi giorni  i media sono tornati a farci vedere più volte la Stazione Spaziale Internazionale, dove Luca e gli altri astronauti vivono e lavorano, in orbita a 400 km dalla Terra.

Gli astrofili vi diranno che nelle notti giuste, può capitare di avvistarla nel cielo,  una stella più luminosa delle altre, lassù nel firmamento.

Ogni volta che guardo la Stazione, che in questi anni per lavoro ho imparato a conoscere bene, provo un senso profondo di commozione.

Perché oltre alla “maraviglia” tecnologica, di quella scienza così avanzata, che fino a cinquant’anni credevamo impossibile, c’è il privilegio di conoscere da vicino alcune storie degli uomini e delle donne italiane che l’hanno creata e sviluppata in questi anni.

Qualche tempo fa, intervistando uno di loro, un anziano pioniere della scienza spaziale, mi ha colpito una sua frase:

Di solito, quando la gente dice “Made in Italy” pensa agli abiti di alta moda, o al buon cibo, al massimo arriva a citare la Ferrari.

Eppure, “Made in Italy” sono anche gli scienziati e i ricercatori che in questi anni ci hanno permesso di conoscere meglio la Genetica e la Fisica  … E sono gli ingegneri come me che hanno sviluppato tecnologie che la NASA “ci invidia”…

Ecco, io non ho niente contro i grandi stilisti e adoro la mozzarella di Bufala, ma mi piacerebbe che il mio paese, i miei concittadini, si ricordassero e si sentissero orgogliosi anche di quest’altro “Made in Italy” fatto di alta tecnologia e alta industria.

In fondo, anche qui si tratta di “storie”. Del modo di raccontarci e di raccontarsi come paese (vedi anche il saggio di Luca Sofri). Perché poi, non lamentiamoci se altrove veniamo sempre  rappresentati , come se fossimo fermi agli anni Cinquanta, alla “pizza, agli spaghetti” con l’aggiunta recente del “bunga bunga”.

Siamo noi, troppo spesso, a dimenticarci che siamo, o almeno nei casi migliori possiamo essere, anche altro.