Archivi categoria: Storie che leggo

Letteruatura, saggi, intorno ai libri

Linus in Fabula

“Rivoluzione” e “gioco” sembrano due termini distanti anni luce, eppure Paolo Interdonato riesce a tenerli fascinosamente insieme nel titolo del suo saggio, dedicato alla nascita e all’evoluzione di “Linus”, prima vera rivista sui fumetti, oltre che di fumetti, del nostro Paese.

Linus. Storia di una rivoluzione nata per gioco si fa apprezzare, fin dalle prime pagine, proprio perché, in  quel paradosso lessicale esibito in copertina, accanto alla ormai conosciuta figura del bambino filosofo disegnato da Charles Schulz, restituisce l’importanza della rivista ideata da Giovanni Gandini nella storia dell’industria culturale italiana.

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Cinque buoni motivi per leggere “Il Post”

Qualche settimana fa “Il Post” ha compiuto cinque anni.  Sono un lettore della prima ora di questo quotidiano online… aggregatore di contenuti o… chiamatelo come vi pare.  E, nonostante mi capiti a volte di non essere d’accordo con il peraltro direttore Luca Sofri e deus ex-machina della testata, eccovi sbrodolati (con buona pace del grande capo indiano Estiqaatsi)  i cinque buoni motivi – uno per anno di pubblicazione – per cui continuo a leggere “Il Post”.

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La Befana Spaziale

Su quel pianeta la Befana
viaggia a cavallo di un razzo
a diciassette stadi,
e in ogni stadio

c’è un bell’armadio
zeppo di doni
e un robot elettronico
con gli indirizzi dei bambini buoni.
Anzi con gli indirizzi
di tutti i bambini, perché
ormai s’è capito
che di proprio cattivi non ce n’è.

Gianni Rodari

Gianni Rodari_la Befana Spaziale_ illustrazione di Lisa Ciccone

L’illustrazione di Lisa Ciccone fa parte di un progetto che trovate sul blog della disegnatrice.

Sono storie, lo sono sempre state.

…Pensa agli uomini delle caverne, che uscivano al mattino per andare a cacciare e poi tornavano dalla tribù e mettevano la carne sul fuoco, disegnavano sulle pareti, raccontavano una storia. E tutti quelli che erano attorno al fuoco si sedevano e ascoltavano la storia di come i cacciatori avevano ucciso il mammuth.

Sono storie, lo sono sempre state, che vengano da un televisore o da un vecchio seduto davanti al fuoco, che siano seriali o autoconclusive, che le inventi William Shakespeare o Stephen King.

Qualcuno disegnava sulle pareti, qualcuno scrive romanzi, noi due ci raccontiamo le nostre vite. Sono storie, e le persone le amano. E non cambierà mai.

Lo scrittore Don Winslow in una intervista davvero interessante

Charlie e i giganti

charlie-brown

Elio Vittorini: …una singola strip di Charlie Brown non dice niente, è una barzelletta; però, nella quan­tità, quando interviene anche la ripetizione di certi motivi, e le strips si succedono costituite, un po’ co­me le frasi musicali, di invariabili e di variabili, di tre invariabili e due variabili l’una, di quattro invariabili e una variabile l’altra, si ha allora un “continuo” che approfondisce non solo numericamente il signifi­cato iniziale e lo snoda, lo articola, fino a farlo coincidere con tutti gli aspetti di una realtà data.

Umberto Eco: Questo mi pare importante perché molte volte quando si cerca di spie­gare a qualcuno, che non è abitua­to ai fumetti di Charlie Brown, che essi sono importanti, questo qualcuno tende a giudicarli così come giudicherebbe una pagina di ro­manzo, una pagina letteraria. Leg­ge un brano isolato, due o tre pa­gine e non vi trova effettivamente nulla, Per giudicare i fumetti per quello che valgono realmente, bi­sogna tener conto proprio della lo­ro tecnica di distribuzione e di consumo, così come certe epiche po­polari di un tempo trovavano il loro sviluppo proprio attraverso il ripe­tersi delle avventure…

Il sito Comicom ha recuperato, qualche mese fa, il bel dialogo tra Vittorini, Eco e Del Buono sui Peanuts e sul fumetto, pubblicato nel  1° numero di Linus (1965).

Nonostante siano passati cinquant’anni, per chi s’interessi di fumetto e in particolare di serialità, quelle annotazioni sono un patrimonio preziosissimo. E ci ricordano che – per quanti sforzi facciamo – siamo solo un’altra generazione di nani aggrappati sulle spalle di giganti.

He’s Back

…lo “spazio bianco”. Che, nel fumetto, è quello tra due vignette. Dove lavora l’immaginazione del lettore, collegando i puntini, costruendo e ricostruendo la gran parte della storia.

Quella non mostrata, non raccontata. Io spero che provvediate voi, anche qui, a riempire lo spazio bianco che vi lascerò, nei commenti. Perché non sia soltanto un monologo.

Tito_Faraci

Si chiama Tito Faraci e fa fumetti. Beh, fa anche altre cose. Ma, da appassionato di comics, è per quello che lo leggo e l’apprezzo.

Per quella capacità, per certi versi unica nel panorama italiano, di passare dall’ironia hardboiled del Mickey Mouse noir dei (quasi) esordi alla precisione  “svizzera” dei gialli cinici di Diabolik, passando per la poesia horrorifica di Dylan Dog  e – persino – per la tela americanofila di Spiderman. Che sia arrivato a scrivere per la serie più longeva dell’avventura italica – Tex Willer –  è un fatto quasi fisiologico, data la vocazione kubrikiana nell’attraversare i generi e le mitologie disegnate.

Quello che mi ha sempre colpito della sua scrittura è l’abilità di suonare “a orecchio” lo spartito di una serie e di un personaggio, mantenendone viva la riconoscibilità, ri-arrangiandone i ritmi in una chiave di racconto (quasi sempre) originale.

Finita la sviolinata, avete bisogno di ulteriori  chiarimenti per capire perché sono molto contento che Tito sia tornato a bloggare?

I casellanti della notizia

Clark Reading the Daily PlanetAppena tornato in ufficio, ho dovuto per forza di cose smettere, ma per quasi venti giorni ha funzionato.
Niente giornali (nemmeno online), niente tg in tv o alla radio.
E sono stato bene, benissimo.

All’inizio mi sono detto che era per via della classica sindrome del pasticciere, per cui a forza di lavorare al forno della comunicazione, arriva il momento in cui anche solo l’odore dello zucchero ti provoca rabbiosi conati di vomito. E la disintossicazione mediatica diventa  necessaria, anzi salutare.

La realtà è che se uno spende tempo a leggere un giornale, nel 2013, non è certo per le notizie.

In quei venti giorni, mi è bastato spillucare i flussi di twitter o degli altri social cosi, per evitare l’effetto Robinson Crusoe. Che poi manco serve essere tanto “connect”. Persino il supermarket del paesino, adesso come adesso, ha gli schermi dove oltre alle offerte del giorno scorrono i lanci dell’Ansa.

Se i giornali e i tg hanno ancora un senso oggi, o dovrebbero avercelo, sta nel dare al pubblico quello che nella prosa telegrammatica di  un tweet o di un sms non potrà mai starci. Lo spazio dell’analisi, il tempo della riflessione, l’acume della sintesi.
Ovvero il mestiere del giornalista.

E manco pretenderei Montanelli o Woodward. Mi basterebbe uno straccio di narrazione documentata e meditata, che non si risolvesse nell’ennesimo virgolettato di padre incerto e madre titolista; nell’intervista dice/non dice/tanto poi al massimo smentisce/; nel patetico melò svenduto per dovere di cronaca, nell’inchiesta a comanda con sputtanamento a destra o sinistra come fosse antani; nella supercazzola editoriale.

Senza offendere nessuno, perché di cronisti bravi ce ne sono ed ho pure qualche amico vero che fa questo mestiere con passione e impegno. Ma questo è la fotografia in campo lungo.

Per dirla tutta, penso che a inquinare il fiume delle notizie, abbiano contribuito non poco anche i “portatori d’acqua” come me degli uffici stampa e comunicazione, gli irrigatori delle fonti editoriali e di quei tanti rivoli in cui il flusso di produzione delle news è straripato nel tempo.

Sta di fatto che ormai sulle acque della notiziabilità affiorano ogni giorno tanti di quei rifiuti maleodoranti che è difficile distinguere il necessario dall’accessorio, il reale dalla patacca, il fatto vivo dalla carcassa putrida. E chi chi passa le giornate a remare lungo quel fiume, sembra aver perso qualsiasi abilità nel governare la corrente.

Si sta nelle redazioni come i casellanti al casello, smistando resti e distribuendo ricevute senza nemmeno troppa convinzione. Come se si sapesse che, presto, sulle autostrade dell’informazione non ci sarà nemmeno più bisogno di rallentare per pagare il pedaggio. Che ognuno vi sfreccerà sopra sempre più veloce, fino a perdere i contorni del paesaggio, come se il paesaggio non contasse. Come se la storia non avesse bisogno di essere raccontata.

Con tutto il rispetto e l’amore per la tecnologia, si tratta di miraggi digitali. Forse possiamo mandare a casa questi casellanti svogliati, ma qualche parte – consapevoli o no – il pedaggio continueremo a pagarlo.

Del perché so fare l’inchiostro simpatico con il succo di limone

manuale001qg9Dal vocabolario Ugh, per parlare come gli indiani (metropolitani?), alle istruzioni per costruire un cervo volante o un pentolino d’emergenza con un foglio di carta, fino al prontuario dei nodi o alla mappa completa delle costellazioni.

E poi, le magnifiche illustrazioni del miglior Gian Battista Carpi, quelle sciorinate dalle mani del Maestro alla fine degli Anni 60.

Il Manuale delle Giovani Marmotte è uno di quei libri che vale la pena di tenere sempre a portata, che ci sia in casa un aspirante esploratore o qualcuno che almeno una volta nella vita ha sognato di diventarlo.

Per i più sedentari, al Corrierone hanno pensato bene di rieditare anche il Manuale di Nonna Papera, altro best-seller di quando noi del baby boom si portavano i giornaletti corti. La formidabile accoppiata è in edicola da sabato 8 giugno. Alè.

Andrea Voglino, Un grande ritorno