Archivi categoria: Storie che si guardano

Pittura e fotografia

Last (but not least) Jedi

E niente. Hai voglia a fare lo scafato, il nerd di mondo, quello che

ne ho viste  e lette di cose che voi staruorsiani che puzzate di latte  e Jar Jar Binks non potete nemmeno immaginare…

Basta che quei paracool dalle parti di Hollywood annuncino il titolo del prossimo film e anche tu inizi a liquefarti nell’attesa  come la lava sul pianeta Mustafar.

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In particolare adesso che il piccolo padawan di casa fibrilla insieme a te, mentre vi lavate i denti e mugugnate congetture al fluoro sul Jedi che verrà.

Il titolo sarà riferito a quel vecchio rinco di Luke, come l’hai visto l’ultima volta  con la barba alla Padre Pio? Gli faranno la pellaccia come… No, no niente spoiler che magari un vecchio soldato giapponese, rinchiuso in un bunker sotto i ghiacci del polo senza tv via cavo, ancora non li ha visti i film precedenti…

Papà e se l’ultimo Jedi fosse la ragazza Rey?

Si, figlio, bravo hai ragione, potrebbe essere. E a te vengono i lucciconi  orgoglioni agli occhi guardando il tuo piccolo padawan, come Anakin guardando Luke quando si toglie il cascone alla fine de Il ritorno dello Jedi. Perché la nerditutine scorre potente nella nostra famiglia.

E’ il potere della Forza. La Forza del franchise.

 

 

 

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Obama: last (president) christmas

Malia e Sasha erano piccole, piccole. Michelle aveva il volto molto più giovane e riposato. Barack… Non ne parliamo nemmeno.

8 Natali alla Casa Bianca: guardi le christmas card della famiglia Obama  e ti rendi conto di quanto tempo sia passato. Per loro, per l’America, per il mondo.

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Quanto tempo… Perfino per te che, in fin dei conti, hai poco da spartire con questa bella famigliola americana, ma che hai “adottato” questo Presidente come se fosse il tuo. Che, in questi anni, hai gioito delle sue vittorie e condiviso le sue amarezze, manco abitassi nel Wisconsin o nel Tennessee. Con una certezza:

Obama ha cambiato tutto.

Sì, certo: in termini politici è un giudizio partigiano e parziale che in tanti, da destra e da sinistra potrebbero contestare. Ma in termini di comunicazione, di storytelling pubblico, di immaginario collettivo, non hai dubbi.  E hai provato a spiegarlo (qui e qui).

A ogni “ultimo Natale“, guardando queste foto di famiglia, ti sei ritrovato a pensare che quel qualcuno speciale cui consegnare il proprio cuore (politicamente)  della celebre hit degli Wham non potesse che essere lui.

E, stavolta che davvero si celebra il suo ultimo Natale da Presidente, c’hai un magone che manco quando togli la Stella dall’albero il 7 gennaio.

Non sappiamo cosa ci si riserva il futuro… Beh certo le premesse sono quelle che sono…

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Quei geni comici del  Saturday Night Live hanno provato a immaginare in un devastante rap anni Novanta cosa rischiamo di perdere, quando Barack e Michelle faranno le valigie. Un malinconico e imperdibile

Jingle Barack

 [Intro: Kenan Thompson, Chance The Rapper]
Yeah, it’s been a dope 8 years but now we got 1 last Christmas with Barack Obama. So, if we going out, we going out with a bang

Let’s get holly and jolly, shall we?

[Verse 1: Kenan Thompson, Chance The Rapper]
It’s December 24th in the U.S.A
And the party’s going down in a major way
The DJ is bumping, crazy snow outside
There’s eggnog and chicken and turkey and fries
We still got Barack, so you know what that means
We shooting some hoops in high waist jeans
So ‘tis the season, let’s spread some cheer
It’s the last Christmas with Barack still here

[Chorus: Kenan Thompson]
The last Christmas
Barack’s still here

[Verse 2: Kenan Thompson, Chance The Rapper]
Hey, kids enjoy the presents while you can
‘Cause next year you might get a bomb from Iran
Look man, we got birth control under the tree
And we’re stuffing every stocking with legal weed
Hey Eric, Hey Mike, get married tonight
Real quick, let in every immigrant in sight
So go nuts before the North Pole disappears
This is the last Christmas before Trump next year

[Chorus: Kenan Thompson and Chance the Rapper]
The last Christmas
Barack’s still here

[Bridge: Kenan Thompson, Chance The Rappe]
The last Christmas
Before Trump next year

Oh snap, even Jesus is getting down

Dang, Jesus, I didn’t know you was a Democrat

[Verse 3: Chance The Rapper]
This year I bought four Christmas trees
Stockpiled all the Home Alone DVDs
I got batteries, canned food, everything I need
There will probably never be another Christmas Eve
Been drinking eggnog like I don’t care
I’m-a hurt myself before we lose ObamaCare
Say goodbye to Barack, say goodbye December
For a new holiday called Regular Winter

[Verse 4: Chance the Rapper, Darryl McDaniels]
Even Kanye is endorsing him
Got Obama back smoking Newports again
Left the cookies, last will and testament
For the first maybe last black president
I’m decked out in Santa gear from head to toe
Then I noticed Papa wasn’t in his festive clothes
I said, ‘Dad, what’s wrong?’
And he said back, ‘Never trust a white dude wearin’ no red hat.’

[Chorus: Kenan Thompson, Chance The Rapper and Darryl McDaniels]
The last Christmas
Barack’s still here
The last Christmas before Trump next year

[Verse 5: Leslie Jones]
Here I go, here I go, here I go again
Girls, what’s my weakness? Joe Biden
He makes me feel funny in my Christmas wreath
With his aviator shades and his big ass teeth
Wanna take a freaky ride with Amtrak Joe
We could share ice cream under mistletoe
So Joe, snuggle up for a four year nap
And I’ll tell you what I want while I sit on your lap

[Outro: Chance The Rapper]
Jingle bell, Jingle bell, Jingle Barack
I do the Jingle Barack
Last Christmas with Obama
So hug your baby mama
And do the Jingle Barack

Jingle bell, Jingle bell, Jingle Barack
I do the Jingle Barack
Last Christmas with Obama
So hug your baby mama
Might be the very very last Christmas

E poi lo chiamarono David

Circa 15 anni fa studiavo sceneggiatura e passavo le giornate con altri giovani scrittori che sognavano di fare un cinema e una tivvù diversi da quelli imperanti nel nostro paese.

Non che avessimo tutte le stesse idee, ma  in gran parte ci accomunava un certo gusto “americano”: l’ambizione di fabbricare storie capaci di mettere insieme emozione e riflessione, di utilizzare i generi andando oltre i generi…

Eravamo dei folli? A volte la sensazione l’ho provata in tutto questo tempo.

Ma se oggi guardo a serie come “Gomorra”  o “1992”, mi rendo conto che alcuni di noi – quelli di sicuro con più talento e forse pure con più “cazzimma” per dirla alla Oxfordiana – a forza di provarci, ci sono riusciti.

Ieri, per esempio ai Premi David di Donatello  (gli “Oscar” del cinema italiano) ha sbancato un film come “Lo chiamavano Jeeg Robot”, che solo 15 anni fa sarebbe stato impossibile – non dico realizzare  ma anche pensare – nel nostro paese.

Un film che ho amato per tanti motivi (alcuni li spiegavo nella recensione per “Lo Spazio Bianco”) e, recentemente, ho avuto anche il piacere di parlarne con uno degli autori,  Menotti (sempre su “Lo Spazio Bianco”).

Ecco, lui è una delle belle persone che ho “sfiorato” nella mia precedente vita da apprendista stregone di storie, quando Roberto già lavorava da qualche anno per la tivvù, dopo aver fatto a lungo anche fumetti molto raffinati.

Così ieri sera, seduto sul divano, seguivo la cerimonia di premiazione con questo trasporto “generazionale”, con commenti più da “ultras ” che da cinefilo, ogni qualvolta  veniva consegnato un David a Mainetti & Co.

E pazienza se proprio il premio alla sceneggiatura  (uno degli elementi più convincenti  dell’opera, al pari della straordinaria regia e delle ottime prove d’attore) è andato altrove.

Resta il senso di una colossale scommessa espressiva  vinta. Resta la qualità di una storia che – come mi è capitato di scrivere – funziona prima ancora che con gli effetti speciali, con gli affetti speciali che innesca nello spettatore.

 

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La memoria è un filo spinato

Ci sono storie che trovano il loro significato in una sola parola. Così come ci sono immagini che trovano il loro significato in un solo particolare.

Quando guardo questa foto scattata da un grande fotoreporter come Livio Senigalliesi a Buckenwald nel 2011, non posso fare a meno di pensare che tutto il dolore di cui questa immagine porta il peso, passi lì  per un singolo elemento:  il filo spinato.

Dolore figurativo, perché quel filo metallico è diventato, nel tempo, il simbolo dell’inaudita follia.  Migliaia di immagini, racconti, documentari, film  ci spingono ad associarne l’effige ai campi di concentramento.

Dolore comunicativo anche, senza dubbio, perché l’obiettivo della macchina fotografica lo pone in primo piano: prima di tutto il resto. Davanti ai nostri occhi.

Dolore, mi permetto di dire – e non sembri riduttivo –  plastico. Quasi materico, quasi “tangibile”, persino per noi che guardiamo la foto in questo momento attraverso lo schermo di un laptop o di un telefono.

Insomma, anche se per paradosso, volessimo fingere di dimenticare tutte le sue implicazioni storiche, quella rete  di  filo spinato nella sua essenzialità di linee nere che “tagliano” la superficie luminosa, resterebbe lì ad ammonire il nostro sguardo.

Linee  nere diagonali e verticali incrociano qualsiasi traiettoria l’occhio scelga di seguire. Ci costringono a “guardare attraverso”: a costruire la nostra interpretazione del racconto, partendo da loro.

Togliete quelle linee. E vi resteranno due figure sfocate, un anonimo scorcio di campagna e uno sbiadito edificio con la ciminiera.

Togliete il filo spinato e il racconto sparirà con esso.

Che è poi, traslando, è il fine di tutti i negazionisti e i riduzionisti di ieri, di oggi e di domani: sostenere che il filo non c’è mai stato.

In fondo cosa ci costerebbe dargli retta?  La ciminiera non diffonde più i suoi fumi di morte. Il prato non ospita più corpi martoriati e inermi…

Si potrebbe replicare in molti modi etici, religiosi, politici. Ma credo che la risposta moralmente più forte ce la offra proprio la foto di Senegalliesi.

Il filo c’è stato purtroppo. Il filo c’è, ancora oggi, malgrado tutto.

Il filo ci aiuta a ricordare.

Il cinema visto dalla Luna

Forse, vent’anni fa, sarei stato perfino d’accordo con Gabriele Muccino.

Quando consumavo i pomeriggi e gli occhi, sui film di Hitchcock, Scorsese e Kubrik.

Quando la perfezione mi sembrava che fosse lì, formalizzabile in un movimento di camera sublime, in un’inquadratura talmente perfetta da ricomporre il senso delle cose dentro lo schermo e, forse, perfino oltre lo schermo.

Però avevo la scusa che hanno tutti i ventenni: avere vent’anni.

Mi chiedo, invece, su cosa si basi l’infelice uscita d’un regista (comunque la si pensi) maturo e preparato quale Muccino, che tra Cinecittà e Hollywood mangia e respira film ormai da una vita. Insomma

Come fa Muccino a confondere il vocabolario con il  linguaggio?

Perché quello sono carrelli, dolly, dialoghi e scene, nel cinema: le parole di un vocabolario espressivo. E sicuramente, per fare cinema, serve saper usare il vocabolario e conoscerne la grammatica.

Serve per creare un ritmo e una punteggiatura, per dare forma alle storie che uno vuole raccontare. Ma il centro resta quello: la storia. La roba, per dirla con il poeta, che mette d’accordo tutti:

quelli che hanno letto un milione di libri

e quelli che non sanno nemmeno parlare

I film di Pasolini sono proprio così: un cinema che non sa parlare. O parla male.

A livello grammaticale un cinema sgraziato, a volte quasi sgradevole per la sua mancanza di stile, per la sua incapacità di rispettare gli stessi ritmi che propone.

Però oltre alla grammatica, oltre al vocabolario, c’è… Questo.

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e  questo.

La Ricotta Pasolini

e DI SICURO questo.

Pasolini Davoli Le nuovle

E quando li guardi, capisci, che tutto quello che possiamo dire, fare, baciare, lettera o regolamento, non conta nulla, se non ti porta anche, almeno una volta, lassù tra le nuvole.

Il cinema visto dalla Terra, può essere una gran cosa tecnicamente.

Ma è il cinema visto dalla Luna che procura l’emozione.

In fondo, tutto si risolve nella domanda che lo stesso Pasolini si era posto:

Qual’è la vera vittoria, quella che fa battere le mani o battere i cuori?

Grande Giove! (di storie senza tempo)

Lo scorso luglio ha compiuto trent’anni il film di Robert Zemeckis Ritorno al Futuro, un autentico cult  per chi è cresciuto come me negli anni Ottanta, e più in generale per gli amanti di quel particolare filone della fantascienza che è il viaggio nel tempo.

Ma la data fatidica per tutti i cultori della trilogia di Zemeckis è proprio oggi: 21 ottobre 2015.

Era la data indicata sul display della mitica “auto del tempo”  DMC-12 con flusso catalizzatore, fabbricata da Doc. Tanto che con un poca di nostalgia mediatica, così tipica delle nostre generazioni, e un pizzico di marketing marpione, oggi in tutto il mondo celebriamo il “Back to the Future Day“.

Ritorno al Futuro

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Attraversamenti multipli: la città, luogo di storie

La città questa enorme fabbrica di storie a cielo aperto, 24 ore su 24, in continuo divenire.

In particolare, la città dove vivo, Roma, capitale del transitorio, dell’instabile che si fa stabile, a volte disperatamente inamovibile. E vale per le periferie neocementificate, così come per le vie antiche di millenni.

Difficile capirla questa realtà, difficile forse anche raccontarla.

Per questo mi incuriosisce il Festival “Attraversamenti multipli” che dal 1° ottobre anima alcuni luoghi di questa narrazione collettiva con l’intelligenza di musicisti, cartoonist e attori.

Di seguito, trovate le info sul festival, che “a gentile richiesta” dell’organizzazione come si suol dire pubblico volentieri.

Sito web della manifestazione

Programma

Comunicato stampa

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Cinque buoni motivi per leggere “Il Post”

Qualche settimana fa “Il Post” ha compiuto cinque anni.  Sono un lettore della prima ora di questo quotidiano online… aggregatore di contenuti o… chiamatelo come vi pare.  E, nonostante mi capiti a volte di non essere d’accordo con il peraltro direttore Luca Sofri e deus ex-machina della testata, eccovi sbrodolati (con buona pace del grande capo indiano Estiqaatsi)  i cinque buoni motivi – uno per anno di pubblicazione – per cui continuo a leggere “Il Post”.

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