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calcio, futbol, il gioco più bello del mondo e… La squadra più bella del mondo.

Don`t cry for me, lionel

Questa incredibile domenica di sport è iniziata già stanotte, dall’altra parte del mondo. Si giocava la finale de la “Copa America”, l’equivalente sudamericano degli Europei.

L’ha vinta l’Argentina di Messi sul Brasile di Neymar che giocava in casa, al mitico stadio Maracana’ di Rio de Janeiro. In casa per modo di dire, perché la tragedia Covid che sta ancora devastando il Brasile, ha obbligato a blindare lo stadio. Ma dal punto di vista sportivo resta una cosa enorme perché l’Argentina non vinceva trofei da 28 anni. Perché finalmente il grandissimo Messi trionfa con la sua nazionale a 34 anni.

Lionel Messi, “la pulce” incantata: lui a che a livello di club, col Barcellona ha vinto tutto, coppe e palloni d’oro ma in Nazionale – nonostante una finale mondiale – non è stato mai considerato alla stregua di Maradona… E a proposito di Diego, i più fervidi credenti del Dio del calcio già dicono che anche stavolta è stato lui a dare una mano ( invisibile ma sempre decisiva) a Messi & co.

Sta di fatto che l’Argentina ha vinto battendo il Brasile in Brasile, che vista la profonda rivalità calcistica e culturale tra i due paesi, è una roba colossale tipo Pelè vs Maradona, Roma vs Lazio, Beatles vs Rolling Stones, Diabolik vs Ginko, tutto shakerato insieme… Non è un caso che un maestro dei fumetti come Liniers citi nella vignetta, postata qualche ora fa, il termine “Maracanazo”…

Il cartoonist argentino ricorda la mitica finale dei mondiali del 1950, quando il piccolo Uruguay contro ogni pronostico batte’ in casa loro la fortissima Selecao dell’epoca. La leggenda racconta che la delusione fu talmente forte in Brasile da provocare malori sugli spalti e rivolte nelle piazze… Stavolta non sarà così si spera e il Brasile, purtroppo, ha una sfida ben più tragica da vincere.

Ma il calcio, lo sappiamo, è la cosa più importante di quelle meno importanti, e Messi a fine partita si è inginocchiato in lacrime, come pochissime volte l’avevamo visto fare per una vittoria. Un pianto liberatorio a esorcizzare una “maledizione” lunga 28 anni.

Lionel Messi

Per me conta ancora Dino

In questi giorni, sto seguendo i “Mondiali di calcio under 20” e ci sono due cose che mi impressionano.

In positivo mi colpisce l’alta qualità dei giocatori in campo, di ogni longitudine e latitudine, in alcuni casi giovanissimi… All’opposto, mi deprime vedere quanto molti di questi ragazzi scimmiottino, in modo spaventoso, i malvezzi più deprecabili dei campioni attuali. Pose da bullo dopo i goal, gesti irrisori nei confronti dell’avversario, saluti smargiassi alla telecamera…

Come se fossero già i campioni che non sono. Come se nessuno gli avesse spiegato che Ibra o Diego – tanto per fare il nome di due geni sregolati e assoluti – potevano permettersi di fare quello che facevano, solo perché prima, durante e dopo (di)mostravano per 90 minuti il loro immenso valore, con il pallone tra i piedi.

Questi ragazzi invece, anche quando promettenti, sembrano più innamorati della loro immagine che del loro talento. E magari hanno ragione loro… Nell’epoca dei selfie e dei Selfini al governo, vale più la percezione dell’istante che il lavoro di una vita.

Forse sono io che sto solo invecchiando. Che vi devo dire? D’altronde a farmi innamorare del calcio, quand’ero bambino, è stato un campione tutto diverso.

Si chiamava e si chiama Dino Zoff

Da giocatore parlava con le sue parate e, soprattutto, con i suoi silenzi. Mai un gesto fuori posto, mai una polemica inutile.

Persino quando ha smesso da calciatore ed è diventato allenatore. Persino quando , nonostante i buoni risultati, la Juve l’ha allontanato per inseguire il miraggio di un tecnico “Simil-Sacchi”, zonaiolo  a la page, come Gigi Maifredi. Persino quando, da CT della Nazionale, gli hanno buttato la croce addosso per un campionato europeo perso soltanto ai supplementari di una finale sfortunata. 

Qualche anno fa ha pubblicato una bella autobiografia (scritta con la collaborazione di Marco Mensurati), dove traccia con la solita civiltà il suo percorso sportivo e di vita: 

“Sono un operaio specializzato che, con passione e serietà, tutti i giorni della propria vita ha timbrato il cartellino. Undici campionati giocati di fila, mai un raffreddore, mai un infortunio. Anni e anni in panchina ad assumermi responsabilità e a metabolizzare insulti. Sempre al mio posto, a qualunque condizione. Se davvero sono stato un monumento, come qualcuno ancora dice, sono stato un monumento ai lavoratori. Questa è stata la mia minuscola grandezza, la mia vita, la mia dignità”

 Ecco, magari ormai appartengo a una sparuta minoranza tra gli aficionados de la pelota. ma per me questa resta l’immagine autentica di un campione.  

 

 

Solo per una partita

In questi giorni qualche amico – sapendo della mia passione bianconera, in vista della finale di Cardiff, mi ricorda a mò di sfottò le tante finali perse dalla Juventus. E va bene così, ci sto.

Ma vi devo dire la verità?  Tra le tante finali perse, l’unico rimpianto che ho è per quella vinta con dolore esattamente 32 anni fa.

Quel dolore che non passa mai e che meriterebbe magari qualche pensiero in più anche da chi ha una “fede” calcistica diversa dalla nostra.

Perché quei 39 dello stadio Heysel prima che essere juventini, erano semplicemente appassionati di calcio. Partiti al mondo come tifosi e mai più tornati. Solo per una partita.

Vamo, vamo, los pibes

Maradona e Messi secondo Calros Rivaherrera

Della passione per Messi, ho già scritto (qui e qui). E stasera per il Leo mondiale c’è un appuntamento speciale, di quelli che valgono  una vita, calcisticamente parlando.

La racconto qui:

“Vamo, vamo, los Pibe”

“Andiamo, ragazzi, andiamo.”

E’ il vecchio adagio che risuona intorno ai campi di calcio argentini. Da quelli sterrati di infima divisione delle sterminate periferie, alle cattedrali nobili di Buenos Aires: la Bomboneradel Boca Juniors o El Monumental del River Plate.

Vamo, vamo los pibes.
E’ l’incoraggiamento a chiunque entra sul terreno di gioco ma è anche il mantra di chi non ha mai dimenticato e mai dimenticherà. Quando negli anni Ottanta, il Dio Pallone incarnò il verbo della pelota nel corpo di un tappetto di appena 165 centimetri, ma dai piedi incantati. E fu la mano di Dio. E fu Diego Armando Maradona, “El Pibe de Oro”, il riscatto di un’intera nazione.

Prosegue su “I mondiali come non li avete mai letti”

Quelli che aspettano Italia-Inghilterra

Il_secondo_tragico_Fantozzi_Italia-Inghilterra

Pelota.

Se non ne subite il fascino, saltate questo post.

Se invece siete appassionati, lo sapete che stasera faremo le due di notte.

Oh, Italia-Inghilterra, mica ciufoli.

C’è di mezzo la storia del calcio: le vittorie mitologiche a Uemblei per noi, l’incommensurabile spocchia di chi comunque ha inventato il gioco (i “bianchi maestri”) per loro.

Il resto lo dirà il campo come sempre e che siano gioie o amarezze alla fine, in questo momento prevale la gioia dell’aficionado. Quella sensazione di farfalle nello stomaco quando arrivano queste partite.

Roba che provano quelli che aspettano i Mondiali,  che è anche il titolo del mio primo post per il un blog collettivo (I mondiali come non li avete mai letti), con il quale seguiremo l’evento insieme ad altri amici di penna.

E per chi invece di fùtbol mastica poco, ricordo che ci sono anche due scene cult diversissime del nostro cinema, legate  a questo storico confronto.

L’attesa spasmodica del ragionier Ugo Fantozzi per il mitico confronto calcistico e l’amara passeggiata per Roma del del giudice Ugo Tognazzi  in In nome del popolo italiano, proprio mentre per le strade si festeggia una vittoria sulla perfida Albione.

Storia del Ronin senza Katana

 Jin: Compassione

L’intenso addestramento rende il samurai svelto e forte. È diverso dagli altri, egli acquisisce un potere che deve essere utilizzato per il bene comune. Possiede compassione, coglie ogni opportunità di essere d’aiuto ai propri simili e se l’opportunità non si presenta egli fa di tutto per trovarne una.

Tratto dai 7 principi del Bushidō

captain-tsubasa-486904Gli devo uno scudetto perso, quando, alcuni anni fa, con un lampo preciso e veloce come un colpo di Katana, il piccolo samurai trapassò la porta della Juve in una serata (per noi aficionados della Vecchia Signora) tristemente celebre.

Hidetoshi Nakata da Cipango è stato forse l’unico epigono reale di Oliver Hutton/ Capitan Tsubasa ad aver lasciato il segno nel calcio italiano.

Oggi ho scoperto che c’è anche una storia altra, dopo quella raccontata sui campi di pelota. Decisamente curiosa. Da conoscere, anche se della palla che rotola non ve ne frega nulla.

Leggere per credere (e grazie ad Alex Girola per averla proposta).

Il bicchiere mezzo (bianco)nero

Stasera la mia adorata Juve ha perso l’imbattibilità dopo 49 risultati utili consecutivi.

Un piccolo record negli annuari pallonari. Ha scelto il posto peggiore per farlo: il nostro magnifico Juventus Stadium, dove ancora non avevamo conosciuto l’onta della sconfitta.

Ed ha scelto l’avversario peggiore per farlo: l’Inter. Gli avversari storici. Gli avversari più antipatici. Che è come, per capirci, vedere Tex Willer perdere con Mephisto. Paperone con Rockerduck. Il congiuntivo con Aldo Biscardi.

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Che poi sarebbe bastata quella sigletta

Quel canto, mezzo gregoriano e mezzo pallonaro, per sentirci di nuovo a casa.

E, invece dopo la sigletta, ci si è messo di mezzo un partitone.

Uno di quei match che risvegliano l’aficionado de la pelota che hai nel corazon, anche se a certe cose non credi più.  Anche se, campionato dopo campionato, scandalo dopo scandalo, zolla dopo zolla, quel senso di gioia infantile che il “mercoledì di coppa” ti regalava un tempo si sta affievolendo.

Inutile nasconderselo, la magia fatica a sopravvivere, ma per fortuna i bravi prestigiatori come Quagliarella continuano ad  alimentare l’illusionismo.