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calcio, futbol, il gioco più bello del mondo e… La squadra più bella del mondo.

Solo per una partita

In questi giorni qualche amico – sapendo della mia passione bianconera, in vista della finale di Cardiff, mi ricorda a mò di sfottò le tante finali perse dalla Juventus. E va bene così, ci sto.

Ma vi devo dire la verità?  Tra le tante finali perse, l’unico rimpianto che ho è per quella vinta con dolore esattamente 32 anni fa.

Quel dolore che non passa mai e che meriterebbe magari qualche pensiero in più anche da chi ha una “fede” calcistica diversa dalla nostra.

Perché quei 39 dello stadio Heysel prima che essere juventini, erano semplicemente appassionati di calcio. Partiti al mondo come tifosi e mai più tornati. Solo per una partita.

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Vamo, vamo, los pibes

Maradona e Messi secondo Calros Rivaherrera

Della passione per Messi, ho già scritto (qui e qui). E stasera per il Leo mondiale c’è un appuntamento speciale, di quelli che valgono  una vita, calcisticamente parlando.

La racconto qui:

“Vamo, vamo, los Pibe”

“Andiamo, ragazzi, andiamo.”

E’ il vecchio adagio che risuona intorno ai campi di calcio argentini. Da quelli sterrati di infima divisione delle sterminate periferie, alle cattedrali nobili di Buenos Aires: la Bomboneradel Boca Juniors o El Monumental del River Plate.

Vamo, vamo los pibes.
E’ l’incoraggiamento a chiunque entra sul terreno di gioco ma è anche il mantra di chi non ha mai dimenticato e mai dimenticherà. Quando negli anni Ottanta, il Dio Pallone incarnò il verbo della pelota nel corpo di un tappetto di appena 165 centimetri, ma dai piedi incantati. E fu la mano di Dio. E fu Diego Armando Maradona, “El Pibe de Oro”, il riscatto di un’intera nazione.

Prosegue su “I mondiali come non li avete mai letti”

Quelli che aspettano Italia-Inghilterra

Il_secondo_tragico_Fantozzi_Italia-Inghilterra

Pelota.

Se non ne subite il fascino, saltate questo post.

Se invece siete appassionati, lo sapete che stasera faremo le due di notte.

Oh, Italia-Inghilterra, mica ciufoli.

C’è di mezzo la storia del calcio: le vittorie mitologiche a Uemblei per noi, l’incommensurabile spocchia di chi comunque ha inventato il gioco (i “bianchi maestri”) per loro.

Il resto lo dirà il campo come sempre e che siano gioie o amarezze alla fine, in questo momento prevale la gioia dell’aficionado. Quella sensazione di farfalle nello stomaco quando arrivano queste partite.

Roba che provano quelli che aspettano i Mondiali,  che è anche il titolo del mio primo post per il un blog collettivo (I mondiali come non li avete mai letti), con il quale seguiremo l’evento insieme ad altri amici di penna.

E per chi invece di fùtbol mastica poco, ricordo che ci sono anche due scene cult diversissime del nostro cinema, legate  a questo storico confronto.

L’attesa spasmodica del ragionier Ugo Fantozzi per il mitico confronto calcistico e l’amara passeggiata per Roma del del giudice Ugo Tognazzi  in In nome del popolo italiano, proprio mentre per le strade si festeggia una vittoria sulla perfida Albione.

Storia del Ronin senza Katana

 Jin: Compassione

L’intenso addestramento rende il samurai svelto e forte. È diverso dagli altri, egli acquisisce un potere che deve essere utilizzato per il bene comune. Possiede compassione, coglie ogni opportunità di essere d’aiuto ai propri simili e se l’opportunità non si presenta egli fa di tutto per trovarne una.

Tratto dai 7 principi del Bushidō

captain-tsubasa-486904Gli devo uno scudetto perso, quando, alcuni anni fa, con un lampo preciso e veloce come un colpo di Katana, il piccolo samurai trapassò la porta della Juve in una serata (per noi aficionados della Vecchia Signora) tristemente celebre.

Hidetoshi Nakata da Cipango è stato forse l’unico epigono reale di Oliver Hutton/ Capitan Tsubasa ad aver lasciato il segno nel calcio italiano.

Oggi ho scoperto che c’è anche una storia altra, dopo quella raccontata sui campi di pelota. Decisamente curiosa. Da conoscere, anche se della palla che rotola non ve ne frega nulla.

Leggere per credere (e grazie ad Alex Girola per averla proposta).

Il bicchiere mezzo (bianco)nero

Stasera la mia adorata Juve ha perso l’imbattibilità dopo 49 risultati utili consecutivi.

Un piccolo record negli annuari pallonari. Ha scelto il posto peggiore per farlo: il nostro magnifico Juventus Stadium, dove ancora non avevamo conosciuto l’onta della sconfitta.

Ed ha scelto l’avversario peggiore per farlo: l’Inter. Gli avversari storici. Gli avversari più antipatici. Che è come, per capirci, vedere Tex Willer perdere con Mephisto. Paperone con Rockerduck. Il congiuntivo con Aldo Biscardi.

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Che poi sarebbe bastata quella sigletta

Quel canto, mezzo gregoriano e mezzo pallonaro, per sentirci di nuovo a casa.

E, invece dopo la sigletta, ci si è messo di mezzo un partitone.

Uno di quei match che risvegliano l’aficionado de la pelota che hai nel corazon, anche se a certe cose non credi più.  Anche se, campionato dopo campionato, scandalo dopo scandalo, zolla dopo zolla, quel senso di gioia infantile che il “mercoledì di coppa” ti regalava un tempo si sta affievolendo.

Inutile nasconderselo, la magia fatica a sopravvivere, ma per fortuna i bravi prestigiatori come Quagliarella continuano ad  alimentare l’illusionismo.

La fuga dei Verratti

Oggi inizia il campionato di calcio. E inizia senza gli ultimi (o quasi) campionissimi che fino a ieri vi giocavano: Ibrahimovic, Thiago Silva, Lavezzi. Uno sceicco ha fatto

 Ce l’ho , ce l’ho…mi ma manca, mi manca

 E se li è comprati tutti per il suo club parigino. Il demone della crisi economica ha sputtanato ormai da tempo anche l’italico Dio Pallone. Buffo: a farne le spese in primis è proprio il club dell’ex premier, quello che la crisi non riusciva a vederla, nemmeno quando ce l’aveva sotto gli occhi perché  tanto

i ristoranti sono sempre pieni.

 Chissà forse lo sono ancora, di certo si sono svuotati gli spogliatoi delle squadre di calcio del bel(sì,sì,certo)paese. Una volta  erano i nostri cummenda con le fabbrichete  a fare incetta di campioni all’estero, ora  siamo diventati noi l’outlet   di riferimento per i petrol-dollari di  miliardari arabi e russi.  

Partono i fuoriclasse di oggi e anche quelli di domani. Lo sceicco di cui sopra ha pensato bene di portare a Parigi anche il giovane Marco Verratti, affermatosi nel Pescara la scorsa stagione. Anni venti, piedi buoni, grande visione di gioco,  (dicono) il nuovo Pirlo. Lo volevano la Juve, l’Inter, la Roma, ma nessuno era disposto a pagarlo quelle cifre principesche.

 La sua vicenda, per quanto infiorettata da paccate di euro, mi sembra parente ricca di quelle sempre più comuni di tanti giovani italiani che, nella ricerca, nella cultura, nelle professioni, scelgono di diventare emigranti due punto zero con il tablet di cartone per inseguire una speranza di vita decente, lontano da questo logorato stivale.

Nel calcio, come diceva il grande Osvaldo Soriano, si pensa coi piedi e quella di Verratti, per quanto suoni paradossale, è l’ennesima storia di “cervelli in fuga” raccontata da un paese, sempre più povero di opportunità oltre che di sghei. Bon courage monsieur Verratti, anzi Verrattì.

Tutte le emozioni, minuto per minuto

La cosa che mi ha sempre colpito è l’educazione con cui s’interrompevano l’un l’altro, quando dovevano annunciare un goal.

Era tutto uno “scusa, Ameri…”, “Scusa, Ciotti”, “Attenzione Provenzali…”. Quasi che, persino nel momento topico del racconto radiofonico, il più spettacolare, il più sentito, il cronista non dovesse perdere la sua sobrietà, la misura delle cose.

Questo è stato, per molto tempo, Tutto il Calcio minuto per minuto. Grazie a Guglielmo Moretti, Nicolò Carosio, Enrico Ameri, Sandro Ciotti, Beppe Viola, Everardo Dalla Noce, Carlo Nesti, Massimo  De Luca, Roberto Bortoluzzi,  Alfredo Provenzali, Claudio Ferretti e tanti altri. L’idea che si potesse raccontare lo sport popolare per eccellenza del nostro paese, con competenza ma anche educazione. Insomma, con stile.

Perfino gli eccessi coloriti di linguaggio di quegli interpreti in punta di microfono, con il senno di poi,  sembrano acqua di rose, paragonati alle sguaiatezze attuali dei “microfonari” privati, proliferati come funghi con l’avvento della tivvù commerciale e delle radio locali. Oggi è diventato normale dire di due giocatori che si affrontano in corsa, contendendosi la palla:

“fanno a sportellate.”

E’ normale definire un tiro potente  dalla distanza:

“un siluro, un tracciante…”.

E’ normale urlare come degli esagitati, per sottolineare il goal della propria compagine – scimmiottando l’altrui folklore – e, invece, riferire di quelli avversari, come se fosse un de profundis.

Ecco in questo decadimento macchiettistico, in questa tendenza smargiassa all’esagerazione, si capisce la differenza tra il compassato mestiere di  fabbricanti di storie sportive di Tutto il calcio minuto per minuto e la pletora contemporanea di pseudopiazzisti del goal.

Soprattutto, senti nell’etere la distanza tra chi riusciva a raccontare la partita con la sua voce e chi oggi, nemmeno con l’ausilio di mille arzigogoli tecnologici, riesce a restituirti il senso di una sola azione. I radiocronisti veri vanno sparendo purtroppo, i più ormai si limitano al mestiere di telecronisti senza immagini, condannati a riempire con iperboli calcistiche sproporzionate il vuoto pneumatico tra un replay e un highlight.

Ecco, perché oggi ricordo con affetto Alfredo Provenzali, una delle voci storiche di Tutto il calcio minuto per minuto, che  ci ha lasciato. Ma  con tanti bei ricordi nell’orecchio, minuto per minuto .