Archivi categoria: Tv – Storie del Catodo

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Lunga vita e prosperità

Kirk: “Spock… Spock!”

Spock: “…La nave è fuori pericolo?”

Kirk: “…Si…”

Spock: “Non si addolori, ammiraglio. E’ la logica… Le esigenze di molti contano di più…”

Kirk: “…Di quelle dei pochi.”

Spock: “…O di uno… Non avevo mai fatto il test della Kobayashi Maru. Allora, cosa ne pensa della mia soluzione?”

Kirk: “…Spock…”

Spock: “Ammiraglio, sono sempre stato suo amico e sempre lo sarò. Lunga vita e prosperità.

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Il privilegio

Le fiabe servono alla matematica come la matematica serve alle fiabe. Servono alla poesia, servono alla musica, all’utopia, all’impegno politico: insomma all’uomo intero e non solo al fantasticatore. Servono proprio perché in apparenza non servono a niente: come la poesia e la musica, come il teatro o lo sport (se non diventano un affare). Servono all’uomo completo.

Gianni Rodari, La Grammatica della Fantasia

Ieri, per la prima volta, il cucciolo ha guardato un cartoon con interesse. Era un cartone animato cucito per la sua fascia d’età lillipuziana, pensato con gli opportuni ritmi visivi, narrativi e “psicologici”, fatto bene insomma.

Di base sono contrario all’idea di parcheggiare un bimbo così piccolo davanti alla tivvù e, per quanto ci riguarda, cercheremo di posticipare il più possibile l’inizio della sua carriera catodica di spettatore.

D’altro canto, dopo aver partecipato in passato alla realizzazione di cartoon per un pubblico pre-scolare, mi sembrerebbe ora un assurdo sostenere che siano tutti dannosi. Ma questo è un discorso complesso e non è quello che voglio fare in questo post.

Quello che mi ha colpito davvero l’altra sera è leggere l’emozione negli occhi del cucciolo, l’emozione nuova di una piccola storia. E ho ripensato, lo confesso con un poco di vergogna, alla “puzza sotto il naso”  con la quale, qualche anno fa, mi misi a scrivere le storie di quei cartoon.

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Ehi, Fozzie

Il cucciolo guarda l’orsacchiotto,  più grande di lui, con aria interrogativa.

E’ Fozzie Bear, uno dei Muppets!

Gli dico entusiasta, avvicinandoglielo con un sorrisone, come se quell’orsacchiotto l’avessero regalato a me.

Lui lo fissa diffidente, poi allunga una mano: gli sfiora il nasotto roseo e s’illumina in una risata. Quindi se l’abbraccia e bofonchia nell’orecchio di pezza e pelliccia.

Non saprei bene dire cosa abbia sussurrato di preciso, ma penso che nel linguaggio dei cuccioli e dei pupazzi di pezza fosse qualcosa tipo:

Questa, caro Fozzie, potrebbe essere l’inizio di una grande amicizia…

Di simboli e contraddizioni

Ci sono racconti efficaci per la loro essenzialità.

Prendete la foto qui sopra (un clic per ingrandire): anche senza dettagliare troppo il tempo e il luogo, non è difficile intuire il contesto dell’immagine.

La forza figurativa del simbolo esibito, la bandiera a stelle e strisce, offre una immediata chiave di interpretazione della storia.  E la forza di quel simbolo ci offre anche il senso della vicenda. Il senso di un gesto di sdegno altrettanto simbolico: calpestare una bandiera.

E’ talmente forte il richiamo ideale dello star & stripes, da farci scartare fin dal principio ipotesi, magari in teoria egualmente legittime. Di fronte a una foto del genere, non si pensa che quei piedi si trovino lì per caso o per ironia.

Il fatto, poi, che non vediamo a chi appartengono quelle scarpe da ginnastica, accresce l’impressione di spaesamento e caratterizza la rappresentazione. Qui non parliamo del “prima” e del “dopo”. Qui  non c’è tempo per riflettere, o forse ce n’è troppo. La brutalità del gesto prevale su tutto.

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Il cielo non è mai stato il limite

Diario di bordo. Data astrale, 8 settembre  2012.

Esattamente 46 anni la prima Enteprise salpava dagli Spazioporti catodici americani. Da noi, in Italia, sarebbe arrivata più tardi, ma avrebbe comunque marcato l’immaginario di quanti come me sono cresciuti con un vulcaniano come baby sitter.

Non bisogna essere necessariamente appassionati di fantascienza per amare Star Trek e l’infinita galassia di personaggi, di razze, di mondi, che Gene Roddenberry, autentico Omero del ventesimo secolo, ha costruito nel tempo.

I devoti del franchise, i cosiddetti Trekkies, segnano addirittura uno spartiacque culturale tra le serie, direttamente curate dal “creatore”, e quelle scritte dai suoi eredi/aedi, come se si trattasse di Vecchio e Nuovo Testamento. La filosofia della Federazione interplanetaria è divenuta addirittura un modello culturale e civico per alcuni, anche illustri, contemporanei.

Come che sia, non bisogna essere necessariamente trekkies per apprezzare la logica di Spock, l’umanità di Bones, l’eroismo (diciamolo) “old style” di Kirk, la ricerca di felicità del Pinocchio cibernetico Data, l’eleganza di Picard e così via.

E se non siete mai stati logici come un vulcaniano, perfidi come un romulano, rozzi come un klingon, inumani come un borg, non sapete cosa vi siete persi in questi 46 anni.

In fin dei conti, Star Trek ci ha regalato con le sue storie la speranza che il cielo non sia il limite ultimo dell’uomo, ma solo l’orizzonte verso cui puntare, per arrivare là dove nessuno sognatore è mai giunto prima.

Tutte le emozioni, minuto per minuto

La cosa che mi ha sempre colpito è l’educazione con cui s’interrompevano l’un l’altro, quando dovevano annunciare un goal.

Era tutto uno “scusa, Ameri…”, “Scusa, Ciotti”, “Attenzione Provenzali…”. Quasi che, persino nel momento topico del racconto radiofonico, il più spettacolare, il più sentito, il cronista non dovesse perdere la sua sobrietà, la misura delle cose.

Questo è stato, per molto tempo, Tutto il Calcio minuto per minuto. Grazie a Guglielmo Moretti, Nicolò Carosio, Enrico Ameri, Sandro Ciotti, Beppe Viola, Everardo Dalla Noce, Carlo Nesti, Massimo  De Luca, Roberto Bortoluzzi,  Alfredo Provenzali, Claudio Ferretti e tanti altri. L’idea che si potesse raccontare lo sport popolare per eccellenza del nostro paese, con competenza ma anche educazione. Insomma, con stile.

Perfino gli eccessi coloriti di linguaggio di quegli interpreti in punta di microfono, con il senno di poi,  sembrano acqua di rose, paragonati alle sguaiatezze attuali dei “microfonari” privati, proliferati come funghi con l’avvento della tivvù commerciale e delle radio locali. Oggi è diventato normale dire di due giocatori che si affrontano in corsa, contendendosi la palla:

“fanno a sportellate.”

E’ normale definire un tiro potente  dalla distanza:

“un siluro, un tracciante…”.

E’ normale urlare come degli esagitati, per sottolineare il goal della propria compagine – scimmiottando l’altrui folklore – e, invece, riferire di quelli avversari, come se fosse un de profundis.

Ecco in questo decadimento macchiettistico, in questa tendenza smargiassa all’esagerazione, si capisce la differenza tra il compassato mestiere di  fabbricanti di storie sportive di Tutto il calcio minuto per minuto e la pletora contemporanea di pseudopiazzisti del goal.

Soprattutto, senti nell’etere la distanza tra chi riusciva a raccontare la partita con la sua voce e chi oggi, nemmeno con l’ausilio di mille arzigogoli tecnologici, riesce a restituirti il senso di una sola azione. I radiocronisti veri vanno sparendo purtroppo, i più ormai si limitano al mestiere di telecronisti senza immagini, condannati a riempire con iperboli calcistiche sproporzionate il vuoto pneumatico tra un replay e un highlight.

Ecco, perché oggi ricordo con affetto Alfredo Provenzali, una delle voci storiche di Tutto il calcio minuto per minuto, che  ci ha lasciato. Ma  con tanti bei ricordi nell’orecchio, minuto per minuto .

E poi venne GiàIar

No, se non l’avete vissuto, non potete capire.

Erano gli anni Ottanta. Gli americani potevano permettersi un attore di serie B come Presidente. Noi ci tenevamo Andreotti da sempre. E poi c’erano la Carrà, Rumenigge  e le Girelle a merenda (almeno per me).

E c’era questa famiglia di petrolieri texani.

Che cacchio ce ne fregava a  noi di una famiglia di petrolieri texani? Sostanzialmente niente ma ebbero il merito di essere i primi. Pamela, Bobby, Sue-Ellen… I primi vicini di casa da esportazione della tivvù americana. Con Dallas, qualcosa cambiò definitivamente.

Con uno di quei termini paraculissimi che usano i sociologi della comunicazione, potremmo considerarlo il primo prodotto davvero “glocal”, (globale ma anche locale) di un immaginario a misura di zapping.

La sera ci si sbracava sul divano famiglie intere, nonni, mamme, nipoti a seguire le vicende di questi benzinai, impaccati di soldi, che si mettevano le corna e  si facevano dispetti, come la signora Rosolino del terzo piano con Cecilia, la   figlia del portiere.

Soprattutto c’era questo tizio, per alcuni GeiAr, per altri GiaIar (vai a capire, so’ nomi americani), perfido per dire perfido. Ma che dico perfido? Uno stronzo patentato, cattivo di quelli ci trovano gusto a essere a cattivo. Così cattivo che finisci per appassionarti ai suoi intrighi, come se l’eroe della storia fosse lui. Ma tu pensa.

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La coda dei curiosi sull’autostrada

Capita che Ondaverde in autostrada ti avverta di una coda al km x della tale carreggiata causa incidente, mentre su quella opposta si rallenta per via dei curiosi.

Non avevo mai dato peso alla cosa, finché non mi sono ritrovato imbottigliato ed incredulo in un ingorgo di guardoni automuniti che frenavano all’improvviso per poter meglio osservare un terrificante disastro oltre il guard rail.

C’è chi sostiene che il voyeurismo sia fra le prerogative che ci distinguono dalle altre creature delle Terra. In fondo, dagli scimpanzé agli ornitorinchi, non si ricordano altre specie viventi così interessate all’atto di guardare per il gusto di guardare.

Sì: fatti non fummo per viver come bruti, ma la curiosità dell’Ulisse dantesco lo stimolava a (in)seguir virtute e canoscenza, non le vicissitudini di dieci babbei sequestrati dentro una casa, sotto minaccia di una telecamera.

Ci pensavo mentre sul canale ollnius ridavano per l’ennesima volta le immagini tristi della camera ardente di quel ragazzo morto sabato, giocando a pallone.

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